LETTERE AGLI ON-THE-RUN: CHE COSA C’ERA SCRITTO DAVVERO?

Qual era l’effettivo contenuto di quelle che Peter Robinson ha chiamato “carte esci-di-prigione gratuite”? Vincent Kearney, corrispondente di BBC per gli Affari Interni del Nord Irlanda, ha tentato di trovare la risposta in un’analisi che riproponiamo

Che cosa c’era effettivamente scritto nelle “lettere di garanzia” che hanno minacciato di distruggere il già precario equilibrio di Stormont? Si trattava davvero di garanzie di amnistia, come ritiene il DUP? Erano tutte identiche o differivano a seconda dei casi?

Non c’è una risposta certa a nessuna di queste domande; tuttavia, provando a ricostruirne il contenuto sulla base delle prove presentate nelle udienze a porte chiuse tenute alla Old Bailey, sembra che fossero effettivamente identiche tra loro, e che abbiano funto da “salvagenti legali” evitando processi, incriminazioni e carcere a tutti coloro che le hanno ricevute.

Dall’udienza del caso Downey, che ha scatenato la polemica, è stato reso noto che l’allora Chief of Staff di Tony Blair, Jonathan Powell, avesse scritto a Gerry Adams in merito: era il 15 giugno 2000. È allora, secondo quanto riferito al giudice, che le lettere sono state portate alla luce per la prima volta.

Nelle lettere, si legge: “In seguito ad una revisione del suo caso da parte del pubblico ministero dell’Inghilterra e del Galles, si è giunti alla conclusione che le prove ora disponibili non sono sufficienti per permettere di costruire realisticamente un’accusa nei suoi confronti per reati di questo genere (…)”.

E poi prosegue: “Di conseguenza, se lei tornasse nel Regno Unito non dovrebbe affrontare alcun processo per alcun reato del genere. Questa decisione si basa sulle prove al momento disponibili. Se ne dovessero emergere di nuove – o se una sua dichiarazione la legasse a questi reati e venisse considerata una prova – la questione potrebbe dover essere riconsiderata”.

In seguito, il 22 marzo 2002, fu organizzato un incontro tra il Primo Ministro e Gerry Adams: per allora, lo Sinn Féin aveva preparato un elenco di 161 nomi di On-the-Runs in attesa di assoluzione.

Di questi, si legge in un documento preparato per il briefing, “47 erano già stati prosciolti”, per altri 10 “era rimasta una richiesta di processo” e per i restanti 12 “la polizia aveva sufficienti prove per emettere un mandato di arresto”.

A quell’epoca, quindi, a 22 degli On-the-Runs non era stata mandata alcuna lettera di garanzia.

Nello stesso mese, in risposta ad una richiesta inoltrata dallo Sinn Féin di accelerare il processo di proscioglimento degli On-the-Runs, si sottolineò che sarebbe stato necessario includere nella lettera del NIO “il livello di comfort che si sarebbe voluto accordare”; venne quindi redatta una bozza nella quale si insisteva nuovamente che la garanzia di non dover sostenere un processo si basava soltanto sulle informazioni al momento disponibili, e che sarebbe stata riconsiderata nel caso in cui ne fossero emerse di nuove, o fossero stati scoperti altri reati, o fosse stata inoltrata una richiesta di estradizione.

Come prova che non tutti gli On-the-Runs ricevettero una lettera non c’è, tuttavia, solo il processo a Downey, ma anche una lettera inviata al Northern Ireland Policing Board nell’aprile 2010 da Drew Harris, Assistant Chief Constable: la BBC ne ha ottenuta una copia.

In essa, Harris informa il Policing Board che “dei nomi in lista 173 non sono ricercati, 8 sono nuovamente in carcere e 11 restano latitanti”. E prosegue: “Tra il 2007 e il 2008 tre persone sono state arrestate e mandate in tribunale. Dei restanti nomi, 10 sono stati indirizzati al PPS, di 11 si sta occupando l’Historical Enquiries Team e 2 sono al centro di indagini ancora aperte”.
Resta chiaro quale fosse il punto chiave di tutte le lettere: il fatto che si basassero su “prove al momento disponibili”. Infatti, anche in quella ricevuta da John Downey nel 2007 si sottolineava chiaramente che, sebbene non fosse al momento ricercato “né dalla PSNI, né da altri corpi di polizia del Regno Unito”, e “non ci fossero mandati di arresto contro di lui”, la questione sarebbe stata rivista “se fossero emerse nuove prove”.

Per quello che è stato definito un “madornale errore da parte della PSNI”, risultava invece che Downey all’epoca in cui la lettera fu inviata fosse ricercato dalla Metropolitan Police per l’attentato di Hyde Park; ma, sebbene la PSNI ne fosse a conoscenza, non ne informò il Northern Ireland Office, che inviò così una lettera che conteneva un’informazione del tutto falsa.

Proprio il fatto che l’informazione sul suo mandato di arresto fosse già disponibile all’epoca ha permesso ai suoi avvocati di impedire il processo sulla base di abuso d’ufficio: l’accusa non ha potuto sostenere di essere in possesso di “nuove informazioni”.

La conseguenza pare chiara: se anche altre lettere contenessero errori, gli On-the-Runs che le hanno ricevute potrebbero essere processati soltanto se il pubblico ministero venisse a conoscenza di nuove prove.

Lo scopo della revisione che la PSNI ha immediatamente iniziato è proprio stabilire se anche altre lettere contengano informazioni errate.

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3 pensieri su “LETTERE AGLI ON-THE-RUN: CHE COSA C’ERA SCRITTO DAVVERO?

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