RICORDANDO STEPHEN, UCCISO A UNDICI ANNI DA UN SOLDATO BRITANNICO

A trent’anni esatti dalla tragica morte di Stephen McConomy, strappato alla vita a soli undici anni da un proiettile di plastica, Derry torna a stringersi intorno alla famiglia, ancora in attesa di giustizia

16 aprile 1982. A pochi isolati da casa, nel Bogside, Stephen sta giocando in strada con gli amici quando un proiettile di plastica lo raggiunge alla testa. Nessuno può aiutarlo: i soldati lo impediscono, allontanano tutti coloro che tentano di prestare soccorso minacciando di “far fare loro la stessa fine”. Vana la corsa disperata all’ospedale di Altnagelvin, vano anche il trasferimento immediato a Belfast: Stephen muore dopo tre giorni di agonia al Royal Victoria Hospital.
Ad oggi, nel trentesimo anniversario della morte di Stephen, alla famiglia è ancora negato il mero sollievo di un’inchiesta: a sparare fu un soldato britannico del Royal Anglian Regiment ma, in una tragica eco di tante, troppe storie dei Troubles, nessun membro dell’esercito britannico è mai stato indagato né tanto meno accusato di omicidio.
“Il dolore è ancora atroce”: è il fratello Emmett a parlare. Aveva solo sette anni quando Stephen fu ucciso e racconta di non ricordarsi molto dell’epoca, ma “guardare le foto di Stephen riporta tutto indietro”, racconta. “Abbiamo la foto della sua Cresima, scattata appena due settimane prima che morisse. Indossava la stessa felpa del giorno in cui gli spararono. Nella foto successiva è su un letto del Royal Victoria Hospital, privo di conoscenza. Morì poco più tardi. I vestiti che indossava quando gli spararono furono portati via per essere analizzati, e ce li restituì la polizia, avvolti in un pacco di carta mattone. Mia madre conservò nell’armadio quel pacchetto con quella felpa a strisce per anni dopo la sua morte”.

Mia madre non si è mai ripresa”, continua. “È ancora tormentata dalla sua morte. Non l’ha mai accettata e si aspettava sempre che di vederlo spuntare dalla porta, e per anni ha apparecchiato per lui a tavola. Dev’essere diverso quando qualcuno perde un figlio in un incidente: è tutta un’altra cosa per una madre quando suo figlio è stato ammazzato e per il suo omicidio non viene nemmeno aperta una vera e propria inchiesta. Addirittura, mia madre dovette affrontare il trauma di vedere lo stesso reggimento che ha ucciso Stephen piombare a casa nostra in un raid: lo fecero solo per il gusto di inimicarsela. Per lei è un testamento essere riuscita ad andare avanti e crescere il resto di noi. Ha avuto il sostegno della gente di Derry, e quello l’ha aiutata a resistere”.
Ma la rabbia e la sofferenza non sono scomparse: “Stephen non poteva rappresentare alcuna minaccia per i soldati. Era anche basso di statura, non c’era modo per nessuno di scambiarlo per nessun altro che un bambino. L’esercito insistette che il colpo partì da una distanza di 17 piedi, ma testimoni oculari ci dissero che piuttosto dovevano essere più o meno 7. Stephen era completamente innocente, e tutti lo sanno. Giaceva con la faccia sull’erba dopo essere stato colpito, e quando altri cercarono di aiutarlo i soldati li minacciarono di far fare loro la stessa fine. Erano perfettamente consapevoli di quello che avevano fatto”.
Poi, la beffa più amara, dolore aggiunto al dolore: nessuna inchiesta sulla morte di Stephen. “Nel 2003 incontrammo a Strand Road prominenti agenti della PSNI per ricevere qualche informazione sulle prime indagini della polizia. Ci dissero che il soldato che sparò quel colpo letale era stato interrogato e aveva dichiarato che si trattò di un incidente. Fine dell’indagine. È incredibile che qualcuno possa strappare la vita ad un bambino e nascondersi dietro alla scusa dell’incidente, e lo è ancora di più che l’indagine si fermò lì, non andò oltre in alcun modo.
“Abbiamo mandato lettere ai soldati coinvolti, con nomi e indirizzi, ma il Ministro della Difesa si è rifiutato di consegnarle, dichiarando che non fosse di sua competenza. Il soldato che sparò a Stephen non seguiva certo le indicazioni del Ministero della Difesa, e infranse tutte le regole: si impossessò dell’arma a proiettili di plastica al posto dell’artigliere con quel ruolo, e si sporse da un finestrino laterale per sparare. L’esercito dichiarò che l’arma si inceppò e che il soldato premette il grilletto due volte mentre provava a sbloccarla. Inoltre, sostennero che l’arma non avesse una mira accurata e che il proiettile non seguì una traiettoria retta. Convenientemente, appena dopo i fatti l’arma fu distrutta, nonostante avesse causato la morte di un bambino”.
“Ciò che è successo è ingiustificabile. Non c’è nessuna delle linee guida del Ministero della Difesa che possa giustificarlo”.
Speranza? “Poca”, ammette Emmett. Adesso, la famiglia sta tentando di scoprire di più sull’omicidio di Stephen tramite l’Historical Enquiries Team, ma rimane la consapevolezza che vedere processato il soldato che gli sparò sia improbabile: “Non credo che otterremo mai piena giustizia. La polizia fallì nell’investigare propriamente all’epoca e, dopo tutti questi anni, è improbabile che lo faccia. Ma viviamo nella speranza: non crediamo che nessuno verrà mai perseguito, ma Stephen merita almeno un’inchiesta vera e propria. Era innocente. Era un cittadino e come tale godeva degli stessi diritti di chiunque altro. Sembra che chi vive al Nord, bambini compresi, non meriti gli stessi diritti di tutti.
“Il mese prossimo abbiamo un incontro con l’HET: aspettiamo e vediamo cosa ne verrà fuori. Potrebbe aprirci nuove opzioni, forse portarci qualche risposta.
Ma la speranza ultima è un’altra: che nessun proiettile di plastica porti più via la vita di nessuno. “I proiettili di plastica ci sono ancora”, accusa Emmett. “Forse non vengono più usati tanto frequentemente, ma la polizia ha ancora il potere di usarli, e rimangono letali come lo sono sempre stati. Guardando come sono stati affrontati i riots in Inghilterra l’estate scorsa l’ipocrisia è chiara come il sole: il governo disse che i proiettili di plastica non dovevano essere usati, ma qui sono ancora permessi. Se è sbagliato usarli a Manchester o a Londra è sbagliato anche qui. Ci sono migliori alternative, e trent’anni fa ce n’erano di ancora migliori. La mia famiglia ha sempre voluto che venissero ritirati, e speravamo che sarebbe stata l’eredità della morte di Stephen. Speravamo che sarebbe stato l’ultimo. Ma purtroppo non è stato così.
“La gente di Derry ci è stata al fianco in tutti questi anni, e ringraziamo tutti”, conclude. E l’abbraccio della città si stringe in questi giorni, come trent’anni fa, intorno alla famiglia McConomy: alle sei del pomeriggio di giovedì verrà scoperta una placca commemorativa su Fahan Street, vicino al luogo in cui Stephen morì; la sera stessa il Tower Hotel ospiterà un evento per esaminare le circostanze dell’accaduto.
Per Stephen McConomy e per tutte le altre vittime dei proiettili di plastica, la campagna per la giustizia non si fermerà.

5 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.