DERRY, I COMPROMESSI DELLA RINASCITA

L’editoriale di Riccardo Michelucci, autore di “Storia del Conflitto Anglo-Irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese“, al suo ritorno da Derry. Suoi anche gli scatti fotografici.

DERRY, I COMPROMESSI DELLA RINASCITA
di Riccardo Michelucci

Lofti Jalloul guarda con incredulità mista a rassegnazione le macerie del suo piccolo ristorante distrutto da un’autobomba all’inizio di agosto. Destinato all’imponente stazione di polizia di Strand road nel centro cittadino, l’ordigno del gruppo dissidente repubblicano Oglaigh na hEireann (gaelico per “volontari irlandesi”) ha avuto l’unico effetto di distruggere alcuni fondi nell’area circostante, tra cui il negozio di kebab del giovane tunisino, scampato quasi per miracolo all’esplosione. “Non bastasse la crisi, con le famiglie in difficoltà e le attività commerciali costrette a chiudere per mancanza di clienti, adesso ci si mettono pure questi autoproclamati liberatori a complicare le cose”, commenta con amarezza un anziano tassista irlandese. Proprio in questi giorni l’Irish News, il più diffuso quotidiano nazionalista, è uscito in un’edizione speciale con l’intervista esclusiva a un membro di spicco del gruppo dissidente e una condanna unanime da parte della società, delle istituzioni e delle chiese nei confronti di chi continua a esprimere il proprio dissenso con la violenza.
Derry, oggi più di Belfast, è lo specchio della situazione politica e il termometro del processo di pace in Irlanda del nord. Non solo e non tanto perché è una delle principali roccaforti dei dissidenti – il cui consenso popolare pare crescere in modo inversamente proporzionale agli attentati messi a segno contro la polizia – quanto perché dentro e fuori la cinta muraria dell’antica città medievale si gioca uno scontro politico e culturale destinato con ogni probabilità a segnare le sorti future del paese. Camminando per le sue strade si scopre che la storica controversia sul nome (‘Londonderry’ per gli unionisti protestanti nostalgici dell’Impero britannico, soltanto ‘Derry’ per la maggioranza cattolico-nazionalista) è stata risolta con un curioso equilibrismo. Entrambe le denominazioni sono infatti utilizzate per festeggiare con giganteschi manifesti colorati la designazione di “Derry-Londonderry” a città ‘britannica’ della cultura per il 2013. Nelle settimane scorse la seconda città dell’Irlanda del nord ha battuto la concorrenza delle inglesissime Birmingham, Norwich e Sheffield – secondo gli esperti assai più qualificate e attrezzate – ed è stata scelta con una decisione dal sapore tutto politico. Quale occasione migliore poteva esserci di ribadire che Derry è parte del Regno Unito proprio nell’anno in cui cadrà il quarto centenario della costruzione delle mura e della sua sottomissione ai mercanti e agli impresari londinesi? Solo pochi anni fa una decisione simile sarebbe stata considerata un’eresia dall’intero mondo repubblicano. Adesso gli esponenti cittadini di Sinn Fein l’hanno invece accolta con grande soddisfazione: uno su tutti il parlamentare locale ed ex volontario dell’I.R.A. Raymond McCartney, lo stesso che nel 1980 partecipò al primo sciopero della fame nel carcere di Long Kesh, rifiutando il cibo per ben 53 giorni.
Una decisione tutta politica e giunta appena pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto sulla “Bloody Sunday”, arrivato ben dodici anni dopo l’avvio dell’inchiesta che ha portato il governo britannico a fare pubblica ammenda per la carneficina compiuta dall’esercito il 30 gennaio 1972. Eppure la sensazione che le sacrosante rivendicazioni irredentiste siano state gradualmente accantonate sull’altare di un futuro di sviluppo e crescita economica emerge in modo ancora più evidente di fronte al Free Derry Museum, aperto tre anni fa nell’ex ghetto cattolico di Bogside per raccogliere la memoria del movimento per i diritti civili stroncato nel sangue nel ’72. La struttura è ospitata in un edificio che reca ancora i segni dei colpi di mitragliatrice dei paracadutisti ed è animata da un gruppo di volontari e familiari delle vittime. Uno tra i più attivi è John Kelly, fratello maggiore di Michael, 17 anni, la più giovane vittima della “domenica di sangue”. Dopo aver lottato quasi quarant’anni per ottenere giustizia, oggi John non si scandalizza a vedere Derry definita “città britannica” e si dice convinto che la cultura possa favorire un ulteriore, significativo, passo avanti verso la pace e la riconciliazione. E il futuro di una città in cui oltre un terzo degli abitanti ha meno di 35 anni – e dunque non era neanche nato ai tempi della strage – passa inevitabilmente anche dalla riqualificazione dei vecchi luoghi del dolore e della guerra. Dietro alla Guildhall, l’austero edificio vittoriano sede del governo cittadino, sta prendendo forma il nuovo ponte della pace sul fiume Foyle: 13,5 milioni di sterline di fondi europei per un passaggio pedo-ciclabile che entro Pasqua 2011 collegherà il centro cittadino con il Waterside proprio all’altezza dell’area occupata fino a pochi anni dalla gigantesca base militare britannica di Ebrington. Un complesso di circa undici ettari che un tempo ospitava un migliaio di soldati di Sua Maestà e che torna a essere pubblico dopo quasi due secoli di utilizzo da parte dell’esercito. Al suo interno vi troverà spazio entro un paio d’anni un grande spazio per le arti, la cultura e lo sport.

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2 commenti

  • loscrignodellapoliteia

    Un intervento equilibrato e, soprattutto, così autenticamente vero. Non si può non condividere il tuo punto di vista. Purtroppo, anzi egoisticamente purtroppo, quell’identità così fortemente repubblicana che era tipica di Derry (ma anche di South Armagh e della realtà che forse conosco meglio, West Belfast) è andata a scemare di giorno in giorno. Così Stormont è diventato un vero parlamento democratico non più la roccaforte unionista, le forze di polizia sono diventate garanzia di ordine e imparzialità, perfino la giustizia britannica (le cui prerogative venivano osteggiate fino a pochi anni fa) adesso è incoraggiata in ogni modo. Dietro il paravento della glorificazione degli aspetti più buonisti del repubblicanesimo irlandese, Adams e i suoi hanno sapientemente intessuto una nuova dimensione dove il tradimento non può essere neanche nominato. Forse (e davvero vorrei crederci) neanche Cahill, Slab Murphy e altri cannoni della PIRA sapevano dove la strada avrebbe realisticamente portato. We’re on the road to God knows where cantavano ispirati fino al GFA, e davvero ne avevano ragione. Ho conosciuto molti provos che, seppur rimasti nell’ombra, divorano le proprie mani per aver aiutato l’avanzamento del processo di pace (basti pensare alla recente e scandalosa intervista di The Dark a Moloney). Non si può fare di tutta l’erba, sterpaglia da fuoco.
    Risulta chiaro però, come hai brillantemente suggerito, che Sua Maestà ha conquistato la pace (in realtà solo il giuramento alla corona) con l’unico mezzo mai sperimentato in secoli di lotte intestine: il denaro. E se avessimo creduto i repubblicani gli ultimi eroi della società moderna, insensibili al fascino del potere e della ricchezza, avremmo preso una gran bella cantonata. Così oggi il presidente Adams scrive su facebook che se ne va in vacanza in Inghilterra e un fan commenta “fa attenzione”, ma perchè dovrebbe? Probabilmente, allo stato delle cose, Adams è la maggiore garanzia di Cameron e Paterson per il mantenimento dello status quo nelle sei contee del Nord. Poco importa se faceva parte dell’Army Council, del secondo battaglione della Belfast Brigade o se fosse un semplice burocrate dello Sinn Fein; i membri del nuovo ordine repubblicano lo seguiranno anche dopo la morte con un suicidio di massa in perfetto stile nipponico. Il culto della personalità di Adams da i suoi frutti perfino all’estero. Nonostante tutto lo sforzo possibile per malcelare ciò che è, il SDLP è diventato il nuovo UUP e lo SF il nuovo SDLP. Ma va bene così. Secondo gli analisti, il consenso si misura in voti e lo Sinn Fein ne ha guadagnati di voti in queste ultime tornate elettorali. Aspettando la rivoluzione e l’unità come ai tempi pre-1916.
    Ma se non erro, Padraig Henry Pearse, padre dell’Easter Rising e della nazione irlandese era un semplice letterato e certamente lo SF di Griffith era inviso alla pacifissima popolazione dublinese non avendo il vasto appoggio popolare che ha oggi il partito di Adams e McGuinness. Com’è possibile, dunque, che quattro scalmanati violenti riuscirono dove centinaia di migliaia di elettori stanno fallendo ogni giorno? Non cadiamo nella trappola del buonismo e del pregiudizio, anche gli spari dal GPO erano veri e uccidevano inglesi e civili, ma non sento nessuno nel Sud irlandese o in Italia che li condanna.
    Il risultato? Martina Anderson (persona che profondamente rispetto e ammiro), ex hungerstriker e paladina del repubblicanesimo, festeggia per la nomina della sua città britannica, Bobby Storey si mette a litigare con un tredicenne (che, per inciso, ripercorre le tappe del suo avversario dialettico) e la PSNI (o RUC o come la volete chiamare) continua a fare il suo faticoso lavoro di pulizia indiscriminata.

    Chiedo scusa per la prolissità,

    Flavio Bacci

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  • Ciao Flavio
    è tutto vero quello che dici, e quelli di Indymedia Ireland hanno avuto tutte le ragioni del mondo a postare sul loro sito i fotomontaggi del Free Derry Wall con la scritta “not for sale” al momento della designazione di Derry a ‘UK city of culture’. Personalmente, e limitandomi ad osservare, sono arrivato alla conclusione che il dissenso nei confronti dell’accordo del ’98 sia consistente ma che ormai sia lecito esprimerlo solo con mezzi pacifici. Infatti contrariamente a 15, o a 30, o a 50 anni fa, gli irlandesi non sono più oppressi da un esercito occupante. Allora sì che avevano diritto di ribellarsi, un po’ come hanno il diritto-dovere di farlo tutti i popoli occupati e oppressi da una potenza straniera (ne sappiamo qualcosa anche noi italiani). Oggi però la situazione è assai differente, il GFA è stato votato in un referendum e accettato in modo quasi plebiscitario da una popolazione esausta da decenni di guerra. Quale spazio esiste oggi per un dissenso sul piano elettorale, mi dirai? Sicuramente poco. I successi raccolti da SF negli ultimi anni riducono al minimo lo spazio per possibili alternative. Ma se alcuni partiti (e non faccio nomi) si sforzassero di accantonare il loro pregiudiziale e anacronistico astensionismo, forse potrebbero dar modo agli irlandesi di esprimere in modo adeguato – e non armato – il loro scontento..a presto
    Riccardo

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