GERALDINE DOHERTY: “IL RAPPORTO SAVILLE UCCISE MIA MADRE”

Il rapporto Saville sulla Bloody Sunday ha lasciato “un lavoro incompiuto”: è il caso di Gerald Donaghey, ucciso a diciassette anni sotto il fuoco dei paracadutisti britannici, e il cui nome da quarant’anni è macchiato dall’accusa di essere stato armato di nail bombs. Nonostante le testimonianze dei civili testimoni, il rapporto indicò solo come “probabile” l’ipotesi che possano essere state impiantate sul corpo del ragazzo dai soldati. Un nuovo libro presentato venerdì, dal titolo “Gerald Donaghey. The Truth about the planting of nail bombs on Bloody Sunday”, vuole compiere questo ulteriore passo verso la giustizia

Intervista a Geraldine Doherty al Derry Journal – Traduzione di Elena Chiorino

Due anni fa, questa settimana, Geraldine Doherty salì al fianco delle altre famiglie alla testa della Bloody Sunday Justice Campaign sulle scale della Guildhall, e dichiarò al mondo l’innocenza di suo zio, Gerald Donaghey. In pochi probabilmente realizzarono quanto coraggio avesse richiesto quel passo, poiché suo zio, Gerald Donaghey, era in effetti l’unica vittima lasciata con una “macchia” dal lungamente atteso Bloody Sunday Report.

Per trentotto lunghi anni, la madre di Geraldine, Mary Doherty (nata Donaghey) ha combattuto, col cuore spezzato, alla testa della Bloody Sunday Justice Campaign, per purificare il nome del fratellino; ma, tristemente, non ha mai visto il suo obiettivo realizzato. Malata da tempo di cancro, e devastata dalla decisione controversa di Lord Saville sul caso di Gerald, Mary morì appena pochi mesi dopo la pubblicazione del rapporto.

Geraldine fatica ancora a parlare di sua madre e di quanto la sua causa significò per lei. Ed in effetti, il suo contributo alla nuova pubblicazione è una descrizione intimamente personale di quanto forte sia stato l’impatto del massacro della Bloody Sunday sulla sua vita e su quella di tutti.
“Avevo davvero bisogno di concentrarmi sul lato umano. Sono certa che la gente ancora pensa tra sé e sé ‘Gerald Donaghey – ah, è il ragazzino con le nail bombs’ e non conoscono i fatti per intero, ecco perché questo opuscolo è tanto importante. Promisi a mia madre che non mi sarei mai arresa”.

Gerald Donaghey aveva solo diciassette anni quando fu ucciso. Era andato alla marcia per i diritti civili con due amici molto intimi, Donncha e Conal McFeely. Le loro vite non sarebbero mai più state le stesse.
“Quando Gerald morì, il suo migliore amico, Donncha, vide il dolore e la disperazione di mia madre e così, in qualche modo, cercò di proteggerla e prendere quel ruolo fraterno. Si percepiva il profondo legame tra loro. Il giorno in cui il Bloody Sunday Report fu pubblicato, a Donncha si spezzò il cuore al pensiero della reazione di mia madre, tanto che non riusciva nemmeno a parlare”.

Gerald Donaghey fu adottato dalla famiglia di Geraldine quando era piccolo, e la sorella Mary lo amava come nessun altro. Quando la tragedia si abbatté su di loro, anche Mary divenne per lui una seconda madre.
“Mia nonna e mio nonno morirono a quattro settimane di distanza l’una dall’altro, quando Gerald aveva solo dieci anni”, racconta Geraldine. “La nostra famiglia considerò se riportarlo a casa sua e mia madre si rifiutò categoricamente. ‘Proprio no’, disse, ‘deve restare con me’. E così iniziò a ricoprire il ruolo di madre, a soli 19 anni”.
Geraldine non conobbe mai suo zio: è nata nel 1973, un anno dopo la Bloody Sunday.
“Solo quando fu un po’ più grande chiesi a mia madre perché ogni gennaio uscisse con una corona di fiori, e lei mi rivelò che avevo uno zio che morì nella Bloody Sunday. Avevo circa otto o nove anni. Non ho mai conosciuto Gerald, ma è con tutte le storie che mia madre mi raccontava che continuo a ricordarlo ed amarlo come un ragazzo adorabile, estremamente affettuoso, uno che prendeva il mondo come viene. Erano così legati”.

Poi, Geraldine racconta della campagna che cambiò la storia.
“Tutte le settimane, Mickey McKinney passava a prendere me, mia madre e Kay Duddy e ci portava alle riunioni a West End Park, dove sedevamo al gelo intorno ad una stufa chiedendoci cosa potessimo fare e discutendo le idee”, ricorda. “Ciò che più è rimasto impresso nella mia mente è l’assoluta perseveranza di tutti. Non importava quanti colpi ricevessimo, ci rialzavamo e andavamo avanti – nulla ci fermava.
“Non credo, però, che nessuno di noi immaginasse che saremmo arrivati tanto lontano. Fu solo quando riuscimmo a portare il caso davanti agli avvocati e il governo britannico ci annunciò che avremmo avuto la nostra inchiesta che pensammo ‘Oh mio Dio, ci siamo! Stiamo facendo la storia!’ Il giorno in cui fu annunciato andammo a piedi dal Trinity Hotel fin su a Strand Road per farlo sapere a tutta la gente di Derry, e la folla ripeteva ‘Avranno l’inchiesta! Ce l’hanno fatta!’. Non dimenticherò mai l’emozione e l’entusiasmo frenetico di quel giorno”.

Tuttavia, nonostante la Bloody Sunday Inquiry fosse di enorme portata e andasse a coprire dieci anni, al prezzo di duecento milioni di sterline, Geraldine nutrì sempre il timore che suo zio sarebbe stato usato come capro espiatorio.
“Non fui mai speranzosa”, racconta. “Mia madre ripeteva che Gerald sarebbe stato descritto come un ingenuo, e anche Donncha e Conal McFeely, e avevano ragione. Lo usarono come capro espiatorio esattamente come avevamo sempre temuto”.
Quando il Bloody Sunday Report fu pubblicato, il 15 giugno 2010, Mary Doherty aveva sessantaquattro anni e un cancro allo stadio terminale. Geraldine assistette alla pre-lettura al posto di sua madre, con il migliore amico di Gerald, Donncha McFeely. Era terrorizzata, ricorda: “Andai io con Donncha perché mia madre semplicemente non era forte abbastanza per poterlo fare. Sapeva che lo avrebbero usato come capro espiatorio. E non sbagliava. Era stato orribile la prima volta con Widgery [l’inchiesta del 1972 che assolse i soldati, ndr], ma la seconda volta le distrusse l’anima. Quel giorno, il rapporto Saville uccise mia madre, la distrusse. Letteralmente. Si vedeva che la forza di combattere l’aveva lasciata”.

Geraldine lotta per trattenere le lacrime ricordando come la madre reagì alle terrificanti novità.
“Guardai Patricia Coyle, l’avvocato, e le chiesi ‘E per quanto riguarda la nail bombs?’ e lei disse solo ‘No, Geraldine… ma ha la sua dichiarazione di innocenza’. Ricordo che risposi ‘E questo io come lo dico a mia madre?’. Davvero non sapevo come avrei potuto darle quelle notizie. Poi mamma arrivò in ascensore e non dimenticherò mai il momento in cui le porte di quell’ascensore si aprirono – semplicemente, lo sapeva. Disse ‘Non sono buone notizie’, e io la circondai con le braccia e dissi ‘Mamma, ce ne sono di buone e di cattive. Ha la dichiarazione di innocenza, ma hanno lasciato le nail bombs. Le si spezzò il cuore”.
Mary volle andare a casa immediatamente, ma prima Geraldine doveva affrontare la folla di diecimila persone che attendevano pazienti lì fuori.
“Mia madre mi disse di uscire e di fare la nostra parte. Non sarebbe stato nella nostra natura rovinare la giornata alle altre famiglie. Era così felice, al settimo cielo per gli altri”.
Pochi possono immaginare il coraggio che servì a Geraldine per affrontare quella folla festante ma, guardando indietro, Geraldine non si sente tanto coraggiosa.
“Ero così nervosa che congelavo, ma sapevo che dovevo farlo. Così, uscii con tutti gli altri e dissi che Gerald era stato dichiarato innocente. Non sarebbe stato giusto menzionare le nail bombs, e nessuno sapeva della decisione di Saville in quel momento. Non volevamo togliere la felicità a così tante altre persone, così dissi ciò che dovevo dire – non quello che avrei in cuor mio voluto dire – ma almeno che era innocente.

Geraldine e Donncha avevano preparato un discorso. “La nostra dichiarazione, in origine, diceva: ‘Questo rapporto non dice che mio zio avesse le nail bombs o no, ma solo che forse le aveva. La possibilità che siano state impiantate non è stata esclusa da Saville. Ciò che dice la Saville Inquiry è che mio zio fu ucciso da Soldato G mentre cercava di scappare e mettersi al sicuro dai soldati che avevano appena ucciso Jim Wray e William McKinney’.”
Tuttavia, quando vide l’euforia lì fuori, Geraldine tralasciò ogni menzione delle nail bombs. Era la cosa giusta da fare, afferma. “Per nessun motivo avremmo voluto rovinare la festa di qualcuno.
“Ero stordita, volevo solo che finisse tutto, volevo portare mia madre a casa. La dichiarazione di innocenza di Gerald l’aveva confortata, ma aveva il cuore spezzato dalla questione delle nail bombs. Tuttavia, aveva tanto rispetto verso le altre famiglie che non si sarebbe mai sognata di rovinare la loro giornata.
“Ecco che donna era. Anche quando le diagnosticarono il cancro andò avanti, e credo davvero che fu la campagna a darle la forza. Non si lamentò mai una volta, semplicemente andava avanti. Il dottore un giorno mi disse che non riusciva a capacitarsi di come facesse ad essere ancora viva, dal momento che sarebbe dovuta essere morta già da tre anni, e io sapevo che erano il pensiero della Bloody Sunday e la volontà di avere risposte che le permisero di andare avanti tutto quel tempo”.

La sua salute si deteriorò rapidamente dopo la pubblicazione del rapporto. “Da quel giorno, la vedemmo precipitare”, ricorda Geraldine.
“La distrusse, e se ne andò cinque mesi dopo. Le altre famiglie erano a Westminster quando si sparse la notizia che era morta, e fu annunciato in Parlamento. Sarebbe stata così onorata che avessero una così alta opinione di lei da annunciarlo lì, tra tutti i luoghi.
“Appena prima di morire, mi disse: ‘Geraldine, continua a combattere, esci e assicurati che il nome di Gerald sia smacchiato’, e io le promisi che lo avrei fatto. Sarebbe così orgogliosa di vedere quante persone siano venute per il lancio [dell’opuscolo] e credano ancora nell’innocenza di Gerald. Sono così felice che abbiamo mantenuto la nostra promessa…”

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