L’ATTENZIONE DELL’ULSTER SULLA SCOZIA: SI AVVICINA IL VERDETTO SULLA INDIPENDENZA

Le ultime disordinate elezioni hanno alla fine restituito 108 MLAs a Stormont. Ma gli eventi al di là del mare d’Irlanda potrebbero  avere un impatto molto maggiore sulla vita della nuova Assemblea, sostiene Henry McDonald

Traduzione a cura di Doris Ercolani

Twitter è pieno di messaggi insignificanti e vuoti, e il suo impatto sul giornalismo e sull’ opinione pubblica ( anche sulla stessa lingua inglese ) può a volte essere esagerato e/o dannoso. Ma ogni tanto il social network che limita gli utenti a esprimere i loro pensieri in sole 140 parole, può far riflettere sulle lacune dei media principali. E così è stato venerdì sera con l’analisi delle elezioni in Irlanda del Nord. Un utente di twitter ha fatto un’ osservazione molto significativa riguardo l’ importanza del risultato elettorale nel Nord, confrontandolo con quello che era successo poche ore prima in Scozia. L’ utente ha osservato che il trionfo del partito nazionalista scozzese di Alex Salmond avrà un impatto a lungo termine maggiore sulla politica nordirlandese rispetto a quello che avranno i risultati delle elezioni a Stormont.

Il DUP è ancora una volta il partito maggiore, il che significa che Peter Robinson è tornato a sua volta primo ministro. Lo Sinn Fein ovviamente, cerca di sottolineare i loro progressi come un ulteriore prova del fatto che la strategia elettorale che coinvolge l’intera isola sta funzionando. Ora puntano a mostrare la buona riuscita delle elezioni al Dail e anche all’ Assembly, per mettere ancora in evidenza il successo della loro strategia.
Il partito tenterà di dimostrare al resto del mondo che gli unionisti sono ormai “intrappolati da un movimento a tenaglia” che vede i rappresentati dello Sinn Fein del sud e del nord che da entrambi i lati del confine spingono in tutte e due le camere parlamentari per aumentare istituzioni e programmi politici che coinvolgono l’intera isola.
Il partito può anche trarre conforto dal fatto che l’astensionismo, ancora una volta, è stato maggiore nei distretti unionisti che nelle aree nazionaliste. Si può anche interpretare questo come riprova della lenta sconfitta del movimento unionista, del fatto che anche gli unionisti ormai si accorgono dell’inesorabile vittoria del movimento repubblicano verso l’unità del paese.
Si potrebbe ad esempio notare che nel pomeriggio di giovedì, a Shankill Road solo il 25% dell’ elettorato del cuore lealista di Belfast si era preso la briga di alzarsi per andare a votare.
Questa tesi però non tiene conto di alcuni punti critici, come la difficile situazione della repubblica e la sua incapacità di fornire servizi pubblici essenziali, la sua completa mancanza di uno stato sociale o di un sistema bancario che riceva investimenti esteri.
L’esito di questa elezione dell’Assemblea non cambierà la posizione dell’ Irlanda del Nord all’interno del Regno Unito in breve tempo, solo un voto a favore dell’unità irlandese può farlo.
Durante il governo del prossimo parlamento scozzese, lo Scottish  National Party presenterà un referendum sull’ indipendenza.  Senza il peso di coalizioni vincolanti, Salmond  è ora in grado di offrire agli scozzesi la possibilità di staccarsi dal Regno Unito.  Il primo ministro scozzese pensa forse che questa sia la più grande occasione di ottenere l’ indipendenza dal Trattato d’ Unione del 1701.
Immaginate di poter dare un rapido sguardo al futuro, di poter  vedere la situazione che ci sarà tra cinque anni.  Provate a immaginare se lo Scottish Nation Party, contro ogni sondaggio o previsione,  riesca a convincere i due terzi del popolo scozzese a rendersi indipendente dalla Gran Bretagna.  Questo danneggerebbe irrimediabilmente non solo il morale degli unionisti scozzesi,  ma anche quello dei loro fratelli dall’altra parte del mare.  Una Scozia indipendente dal Regno Unito sarebbe sicuramente un disastro per gli unionisti nord irlandesi, perché potrebbero cominciare a pensare che l’ unione del regno è destinata a fallire. Questo sarebbe particolarmente demoralizzante per gli unionisti che hanno legami familiari, culturali e sportivi con la Scozia.
Al contrario, se lo Scottish National Party vincesse il referendum, sarebbe un grande trionfo per lo Sinn Fein, che userebbe la vittoria scozzese come ulteriore conferma della sua strategia politica.
Così nei prossimi anni la minaccia maggiore all’ Unionismo non verrà da Belfast o da Derry, ma piuttosto da Glasgow o Edimburgo.
Tuttavia per gli unionisti il prossimo referendum in Scozia non costituisce solo una grande minaccia, ma anche una sfida.  Molti opinionisti politici, durante il fine settimana in Scozia e Westminster, hanno sostenuto che una vittoria dello Scottish National Party non significa necessariamente un voto per l’indipendenza nel referendum. Qualcuno ha sottolineato l’ alto astensionismo che si è registrato nelle roccaforti unioniste scozzesi, in particolare nella fascia centrale del paese.
Inoltre, essi sostengono che il risultato delle elezioni della scorsa settimana in Scozia è dovuto anche ad un voto di protesta nei confronti sia dei Laburisti che dei Liberal-democratici. Se la Scozia dovesse respingere l’ indipendenza ,  probabilmente la questione verrebbe accantonata per  generazioni.  E potrebbe anche  mobilitare la popolazione unionista del Nord, soprattutto gli unionisti che ora sono impegnatissimi nella politica istituzionale. Se  Salmond dovesse fallire il referendum, nonostante la sua enorme popolarità, potrebbe essere il momento ottimale per Peter Robinson (che probabilmente sarà ancora il leader degli unionisti) per chiedere al governo di una votazione nel Nord.
Insomma tra oggi e quel magico 2016, quello che succederà nel parlamento  di Holyrood  e nella capitale scozzese potrebbe essere decisivo per il futuro dell’ Irlanda del Nord molto più di quello che avverrà su quella collina di East Belfast.


Ulster eyes on Scotland as Union verdict looms (Belfast Telegraph)
The most shambolic election ever finally returned 108 MLAs to Stormont. But events across the Irish Sea could have a far greater impact on the life of the new Assembly, argues Henry McDonald
Twitter is filled with many empty vessels making the most noise. Its impact on journalism, public discourse – even the English language itself – can, at times, be exaggerated and/or detrimental.
But every so often, the social network that restricts writers to conveying their thoughts in just 140 characters throws up insight that is lacking in the mainstream media.
And so it was on Friday evening with the analysis of the Northern Ireland elections.
One Twitterer made an important observation about the import of the electoral outcome in the north by comparing it to what had happened just a few hours before in Scotland.
The contributor noted that the triumph of the Scottish National Party and Alex Salmond may have a greater long-term impact on the fate of Northern Ireland than the latest elections to Stormont.
The DUP are again the biggest party, which in turn means Peter Robinson is back as First Minister. Sinn Fein will, of course, seek to portray their advances as further evidence that the party’s all-Ireland strategy is working. They will point to their strong showing in the Dail election and now the Assembly as evidence of this.
The party will attempt to convince the world outside its base that unionism is caught in a pincer movement between Sinn Fein representatives on both sides of the border who will push and push in either parliamentary chamber for increasing cross-frontier institutions and all-Ireland agendas.
The party may also be tempted to draw some comfort from the fact that the turnouts were, once again, lower in unionist parts of Northern Ireland than in nationalist areas.
They may even interpret this as proof that a despondency is creeping into the unionist community; that a sense of inexorable movement towards Irish unity is growing there.
They could, for instance, point to the fact that by the middle of the afternoon on Belfast’s Shankill Road last Thursday, only 25% of the electorate in the loyalist heartland had bothered to turn up at a polling station.
This thesis ignores a number of critical points, such as the parlous state of the Republic and its inability to run basic public services, its welfare state or the banking system without foreign largesse; or that in an existential electoral contest – such as a border poll – the turnout in unionist areas would undoubtedly be higher.
The outcome of this Assembly election will not change the north’s position within the UK in the short to medium-term. Only a vote in favour of Irish unity within Northern Ireland can do that.
Within the lifetime of the next Scottish parliament, the SNP government will deliver a referendum on independence. Unshackled from the burdens of coalition, Salmond is now in a position to offer Scots the chance to cede from the Union.
The Scottish First Minister might believe that this is now the greatest opportunity for independence since the 1701 Act of Union.
Let us fast-forward into the future over the next five years. Just imagine if the SNP did – in spite of all opinion polls suggesting otherwise – manage to persuade two-thirds of Scots to break the British connection.
This would inflict mortal damage not only on the morale of Scottish unionists, but also on their brethren on this side of the Irish Sea.
A Scotland independent from the UK would surely spook more unionists in Northern Ireland into thinking that the Union is probably doomed. This would be especially pronounced among unionists who have family, ancestral, cultural, educational and sporting ties to Scotland.
By contrast, it would clearly be a major fillip to the Sinn Fein all-Ireland project if the SNP won the poll.
So the greatest threat to the solidity of the union within the next few years will come, not from Derry or Belfast, but rather Glasgow and Edinburgh.
However, for unionists, the forthcoming Scottish independence referendum poses not only dangers, but also challenges.
Many political commentators over the weekend in Scotland and Westminster argued that the SNP’s victory in the devolved elections does not guarantee a win in an independence vote.
Some have pointed out that turnout was low in normally pro-Union Labour heartlands, particularly in Scotland’s central belt.
In addition, they contend that the outcome of last week’s election in Scotland was a protest vote directed against both Labour and the Liberal Democrats – as well as a massive personal endorsement of the country’s highly-talented and canny first minister.
If Scots were to reject independence, it would probably put the question of the country’s constitutional status to bed for a generation. And, in turn, it might just galvanise the unionist population in the north – especially those who are too busy in the garden centre to vote – into action.
Where Salmond to fail in the referendum, in spite of his enormous popularity, it might be the optimum moment for Peter Robinson (who, barring early-retirement, will still be leading unionism) to ask the Government for a border poll.
Between now and that magic date of 2016, what happens in the Holyrood parliament in the Scottish capital could be as vital to the north’s future as what will go on in the one up on the hill in east Belfast.

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