SUZANNE BREEN: “IL REAL IRA POTREBBE UCCIDERMI SE FORNISSI AL PSNI QUELLO CHE VUOLE”

Il The Independent pubblica oggi un articolo scritto di pugno da Suzanne Breen, giornalista del Sunday Tribune, in cui elenca quali siano stati i suoi contatti con il Real IRA e la sua ferma intenzione di non rivelare le sue fonti e di non voler consegnare alcun materiale al PSNI, rischiando così fino a 5 anni di carcere.

<<Mi stavo dirigendo verso un supermercato a Belfast, quando è arrivata la chiamata. Una voce maschile ha detto, “Questo è il Real IRA’s South Antrim Brigade. Stiamo rivendicando la responsabilità dell’attacco alla base britannica di  Massereene”.
Egli ha utilizzato la parola in codice per autenticare la rivendicazione che il gruppo dissidente aveva ucciso due soldati durante la notte precedente. Ho abbandonato il viaggio per lo shopping e sono corsa a casa a contattare le altre fonti di informazione.
Il mese scorso, ho intervistato un rappresentante del Real IRA Army Council. Egli ha fornito ulteriori dettagli sull’attentato di  Massereene e  ha avvertito che   soldati, polizia, e tutti coloro che “hanno collaborato con le forze di sicurezza” saranno oggetto di nuovi atti di violenza.
La mia relazione per l’edizione della Domenica di Pasqua del Sunday Tribune ha resto tutte queste informazioni di dominio pubblico. Raccogliere le rivendicazioni di gruppi paramilitari e intervistare i loro portavoce, anche se sgradevole, sono stati eventi comuni durante il conflitto  in tutta l’Irlanda del Nord. Come la maggior parte dei giornalisti irlandesi, ho avuto rapporti con tutte le organizzazioni repubblicane e lealiste – e spesso, quando il numero di morti era notevolmente superiore. Non ho mai ricevuto una telefonata dalla polizia dopo tali eventi. Questa volta è stato molto diverso.
Martedì scorso,  sono apparsa in tribunale a cui si è rivolto il PSNI  alla ricerca di un ordine, ai sensi del Terrorism Act, che mi costringa a consegnare il mio computer, i cellulari, gli appunti: tutto il materiale relativo ai miei due articoli sul Real IRA. Non mi è stato consentito di ascoltare i dettagli della richiesta della polizia sul  perché ritenga questo materiale determinante per la sua  indagine, il che rende difficile la costruzione di una difesa.
Nelle parole del  segretario del  National Union of Journalists’ Irish, Seamus Dooley, è “kafkiano” e non è ciò che è previsto in una democrazia occidentale nel 2009.
Rischio un massimo di cinque anni di reclusione se non mi conformo alle esigenze di polizia. Ma il dovere di proteggere le fonti è una parte fondamentale del codice di condotta del NUJ. Non importa se si tratti di fonti di polizia, di politici, di paramilitari, o di funzionari pubblici. Non posso scegliere chi proteggere.
Il giornalista non è un detective. I giornalisti e la polizia fanno lavori diversi. Il nostro è quello di rendere le informazioni di dominio pubblico. Se diventiamo detentori di  prove o testimoni per lo Stato, cessiamo di essere giornalisti. Rivelare qualsiasi fonte – anche se impopolare come un rappresentante della Real IRA – scoraggia tutte le fonti e, in particolare, gli informatori, di farsi avanti. C’è anche un’altra considerazione. Se mi conformassi  alle richieste del PSNI, la mia vita sarebbe in grave pericolo. Coloro che sparano a degli uomini che consegnano la pizza alle forze di sicurezza, non esiterebbero a colpire un giornalista “che lavora per la Corona”.
Da una prospettiva di sicurezza, le azioni della PSNI sono sconcertanti. In realtà i nostri articoli hanno fornito delle  informazioni che avrebbero potuto contribuire a muoversi contro il Real IRA. Avevamo detto che il giorno seguente sarebbe stata letta una dichiarazione durante una commemorazione repubblicana presso il cimitero della città di Derry. Un uomo mascherato del Real IRA, in tenuta militare, è apparso e ha letto una dichiarazione minacciando di morte e distruzione. Nonostante il preavviso, non si è visto alcun poliziotto. Come si può giustificare questa inazione del PSNI, mentre invece persegue un giornalista per aver fatto semplicemente il suo lavoro?
Credo che l’azione della PSNI sia politicamente motivata. La forza di polizia è sotto un’enorme pressione per dover  fare qualcosa nel post-Massereene. E’ molto più facile star dietro al messaggero piuttosto che a quelli che si trovano dietro il messaggio. Un altro obiettivo potrebbe essere quello di scoraggiare altri giornalisti dal coprire storie controverse  e intervistare dissidenti repubblicani. Il monito è:  “Se parlerai con queste persone, ti renderemo la vita un inferno. Ti porteremo davanti ad un tribunale, ci rimetterai una cifra enorme in spese legali, e  potresti anche essere spedito in carcere”.
Anche i sostenitori della legge in Irlanda del Nord si oppongono al PSNI. Willie Frazer del FAIR (Families Acting for Innocent Relatives),  odia il Real IRA ma afferma: “Voglio sentire cosa hanno da dir dalla loro bocca, non voglio sentire quello che le autorità vogliono che io senta”. Egli crede anche che il PSNI  debba “muovere il culo e dare la caccia ai terroristi, non ai giornalisti”.
Non intervistando il Real IRA significa sottoporre l’organizzazione a qualcosa di più del divieto di trasmissione che ha colpito il Provisional. Le azioni della PSNI sfidano sicuramente l’immagine del polizziotto liberale e illuminato quale il Chief Constable Hugh Orde. Dieci anni fa, era un membro della squadra Stevens che investigò sulla collusione tra paramilitari e forze di sicurezza e che cerò di far incarcerare il giornalista Ed Moloney per il rifiuto di consegnare le note su un paramilitare che è stato accusato di omicidio. Sei anni fa Orde, pesantemente armato, condusse un raid di cinque ore nella casa di due giornalisti del Sunday Times, Liam Clarke e Kathryn Johnston, per una presunta violazione dell’Official Secrets Act. La polizia fece inspiegabilmente sparire  giochi per bambini, i conti bancari, le fotografie e i le buste paga.
Una piena udienza del mio caso è prevista per il 29 maggio. Non ho alcun desiderio di andare in prigione. Ma se la scelta è tra il carcere o l’etica, non c’è scelta.’>>

‘The Real IRA could try to kill me if I give police what they want’ (The Independent)
Journalist Suzanne Breen faces jail for refusing to hand over details of her terrorist sources
I was heading into a supermarket in Belfast when the call came. A male voice said, “This is the Real IRA’s South Antrim brigade. We’re claiming responsibility for the gun attack on Massereene British Army base.”
He gave the recognised codewords to authenticate the claim that the dissident group had murdered two soldiers the night before. I abandoned the shopping trip and ran home to ring other media with the news.
Last month, I interviewed a Real IRA Army Council representative. He gave more details on Massereene and warned of further violence against soldiers, police, and anyone who “collaborated” with the security forces.
My report for the Easter Sunday edition of The Sunday Tribune put all this information into the public domain. Taking claims of responsibility from paramilitary groups and interviewing their spokespersons, however unpalatable, has been a common occurrence throughout the Northern Ireland conflict. Like most Irish journalists, I’ve had such dealings with every republican and loyalist organisation – and often when the death toll has been substantially higher. I’ve never even received a phone call from police after such events. This time was very different.
Last Tuesday, I appeared in court where the Police Service of Northern Ireland (PSNI) is seeking an order under the Terrorism Act forcing me to hand over my computer, phones, notes: all material relating to my two stories on the Real IRA. I wasn’t allowed to hear the police application detailing why they believed this material was instrumental to their investigation, which makes mounting a legal defence difficult.
In the words of the National Union of Journalists’ Irish secretary, Seamus Dooley, it is “Kafkaesque” and not what’s expected in a Western democracy in 2009.
I face up to five years imprisonment for not complying with police demands. But the duty to protect sources is a fundamental part of the NUJ’s code of conduct. It doesn’t matter whether those sources are police, politicians, paramilitaries, or civil servants. You can’t pick and chose whom to protect.
The reporter isn’t a detective. Journalists and police do different jobs. Ours is to put information into the public domain. If we become gatherers of evidence or witnesses for the state, we cease being journalists. Revealing any source – even one as unpopular as a Real IRA representative – deters all sources, and particularly whistleblowers, from coming forward. There is also another consideration. Were I to comply with the PSNI’s demands, my life would be in grave danger. Those who shoot men for delivering pizza to the security forces wouldn’t hesitate to target a journalist “working for the Crown”.
From a security perspective, the PSNI’s actions are baffling. Our story actually gave the force information which could have helped them move against the Real IRA. We said that a statement from the organisation would be read out at a republican commemoration in Londonderry city cemetery the following afternoon. A masked Real IRA man in full combat gear appeared and read out a statement threatening death and destruction. Despite the advance warning, there wasn’t a copper in sight. How can the PSNI justify this inaction, while pursuing a journalist for simply doing her job?
I believe the PSNI’s action is politically motivated. The force is under huge pressure to be seen to be doing something post-Massereene. It’s much easier to go after the messenger than those behind the message. Another objective could be to discourage other journalists from covering controversial stories and interviewing republican dissidents. The warning is, “If you talk to these people, we’ll make your life hell. We’ll take you to court, we’ll leave you with a huge legal bill, and we could even have you sent to jail.”
Even staunch law-and-order supporters in Northern Ireland oppose the PSNI’s action. Willie Frazer of the IRA victims’ group FAIR loathes the Real IRA but says: “I want to hear what they have to say for themselves, not what the authorities want me to hear.” He also believes the PSNI should “get off their backsides and chase terrorists, not journalists”.
Not interviewing the Real IRA won’t make that organisation go away any more than the broadcasting ban affected the Provisionals. The PSNI’s actions surely challenge the image of Chief Constable Hugh Orde as a liberal, enlightened cop. Ten years ago, he was a member of the Stevens’ team investigating collusion between paramilitaries and the security forces that tried to get journalist Ed Moloney jailed for refusing to hand over notes on a paramilitary who was charged with murder. Six years ago, Orde’s heavily armed PSNI conducted a five-hour raid on the home of Sunday Times journalists Liam Clarke and Kathryn Johnston over an alleged breach of the Official Secrets Act. Police inexplicably took away children’s games, bank statements, photographs and pay slips.
A full hearing of my case is scheduled for 29 May. I have no desire to go to prison. But if the choice is jail or ethics, there is no choice to be made.
The writer is northern editor of The Sunday Tribune

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