MARCH FOR JUSTICE: “ECCO PERCHÉ MARCIARE IN MEMORIA”

Lettera al Derry Journal di Jim Keys, ex membro del Bloody Sunday Committee, in difesa della March for Justice che si terrà a Derry il 29 gennaio, a quarant’anni dalla strage della Bloody Sunday. Resi noti i nomi dei relatori della manifestazione che non vedrà alcuna partecipazione politica

Traduzione a cura di Elena Chiorino

Signore,

Cosa c’è di tanto sbagliato in una marcia in memoria del Bloody Sunday? Soprattutto quando il tema di quest’anno è ‘Marcia per la Giustizia’ (March for Justice)? Non è essenziale che marciamo, dato il fatto che ad oggi non c’è ancora l’ombra di procedimenti legali, nemmeno per spergiuro per non parlare di omicidio, contro nessuno di quei dieci soldati che il Saville Report ci chiede di considerare gli unici responsabili di tutto? O dato il fatto che non è in atto alcuna protesta legale o politica alla sconcertante conclusione che le bombe a chiodi non furono collocate in seguito sul corpo di Gerard Donaghy, e che non ci fu alcun complotto o alcuna copertura di alto livello? Conclusioni del genere sono in palese contraddizione con le evidenti prove.
Prendiamo il problema delle coperture, ad esempio. L’inchiesta si è occupata nel dettaglio della ‘lista dei colpi’ sparati dall’Esercito Britannico quel giorno. Le prove dimostrarono che quella lista era falsa. Quando gli eventi che dipingeva furono esaminati, ci si rese conto che alcuni soldati avrebbero dovuto sparare al di là di edifici e muri per raggiungere gli obiettivi a cui dissero di star mirando. Una lettura oggettiva suggerisce che quella deposizione fu architettata da Mike Jackson, Aiutante del 1Para. Sarebbe diventato Generale Sir Mike Jackson, al comando dell’Esercito Britannico. E nonostante l’inchiesta sapesse che questa farsa forma la base della versione ufficiale diffusa da tutte le ambasciate britanniche nel mondo, ha concluso che non ci sono prove di una copertura di livello grave? Questa è la copertura più grave!
Poi, ovviamente, ci sono le paure che la marcia sia ‘chiusa’. Questo giornale la scorsa settimana ha pubblicato un articolo che sottolineava che alcuni potrebbero venire a marciare per avere giustizia per le vittime del massacro di Kingsmill o altri attentati dell’IRA Official, Provisional o qualunque altra? Be’, e cosa c’è di sbagliato in questo? Non sarebbe una cosa positiva? Non è finita la guerra? Non c’è un processo di pace in corso? E questo non necessita di passi coraggiosi? Nel 2006, ad esempio, fu Alan McBride, che nel 1993 ha perso moglie e suocero nell’attentato dell’IRA contro la pescheria Frizzell’s, a tenere la Bloody Sunday Lecture. E durante la marcia quell’anno accendemmo 3700 candele, una per ogni vittima del conflitto, fosse civile o militare, Protestante, Cattolica o dissidente. Per quale giustizia marceremmo se non per la giustizia di tutti? Non è tempo di creare spazi e marce dove possiamo avere un dialogo e iniziare a districare la giustizia da questo complesso strascico di legami col passato, a trovare il coraggio per impararne le strade, piuttosto che rimanere abbarbicati alle nostre versioni incomplete e settarie?
Se devo essere sincero, però, anch’io ho avuto un timore riguardo alla marcia. Era relativo alla vana speranza che, una volta che il Sinn Féin avesse perso interesse in essa, potessi essere io con altri a portarla avanti come annuale marcia per la giustizia, ma con una significativa differenza. Avrei potuto almeno sorpassare la necessità del raduno finale con relatori che avrebbero legittimato la lotta armata come mezzo per raggiungere la giustizia per il popolo irlandese al nord.
Se succedesse, leveremmo la bandiera intrisa di sangue che lasciammo cadere durante il Bloody Sunday, rinvigorendo gli ideali di non-violenza e di giustizia collettiva che molti hanno perso di vista.
Una tale prospettiva non condanna ipocritamente la lotta armata, nonostante i suoi orrori. Comprende che sotto la patina della democrazia viviamo in un modo strutturato dalla violenza. Ma allo stesso modo non la legittimizza. Cerca, piuttosto, di capire il contesto socio-politico di fondo e i responsi ideologici che la fortificano, e di dimostrare con coraggio, azioni creative, discussioni l’esistenza di un metodo più aperto, democratico, coerente e affidabile per renderci liberi insieme agli altri.
Mi stavo tormentando la mente con tutto questo quando mi recai, recentemente, a tre incontri pubblici organizzati da Kate e Linda Nash, le responsabili della marcia. È stato all’ultimo, mentre le ascoltavo, che ho deciso che sarei andato alla marcia. Non ho dubbi che organizzazioni che sostengono la lotta armata marceranno, ma avrebbero comunque organizzato una loro marcia. Quindi, ciò che è importante è sapere che questa marcia non è politicamente schierata. Il suo obiettivo è la giustizia per un fratello ucciso e per le altre vittime del Bloody Sunday, ma è aperta a chiunque marci in solidarietà con la causa anche avendo altre questioni da portare alla luce. Ad uno degli incontri Liam Wray ha dichiarato che anche lui avrebbe marciato. Vedremo chi altri deciderà. Ho sentito che Paddy Nash canterà ‘We Shall Overcome’ sul palco alla fine, e Liam e Kate guideranno la manifestazione.
Io marcerò perché credo, e ho sempre creduto, che questa sia una fondamentale questione di diritti umani per tutti i cittadini di queste due isole, e un’importante manifestazione di riferimento per altre lotte per la giustizia nazionali e internazionali. Non dovrebbe essere dimenticata adesso, o lasciata ai pochi membri delle famiglie che ancora vedono la sua importanza, o alle organizzazioni che la sfrutterebbero per sostenere la lotta armata perché non hanno ancora imparato che è controproducente, volta le spalle alla speranza e lascia uno strascico complesso da districare.
C’è molto lavoro da fare per unirci come popolo, sia che ci identifichiamo come irlandesi o britannici, fino a quando non lo vedremo e raccoglieremo quella bandiera che lasciammo cadere nel 1972. Questo lavoro è ininterrotto, ma ricomincia il 29 gennaio.
Come dice la citazione sul monumento: “Il loro epitaffio è la continua lotta per la democrazia”.

Vostro,
Jim Keys
ex membro del Bloody Sunday Weekend Committee

Sono stati resi noti i nomi dei relatori, con lo scopo principale di sottolineare la natura NON politica della manifestazione:

  • Kate Nash a presiedere l’evento
  • Linda Nash, lettura dei nomi delle vittime della Bloody Sunday
  • Liam Wray, speaker
  • Paddy Nash, musica

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