DIECI ANNI FA MORIVA MARTIN O’HAGAN, OGGI DELITTO RIMASTO ANCORA SENZA COLPEVOLE

Ricorre in questi giorni il decennale dell’omicidio di Martin O’Hagan, giornalista investigativo freddato nel 2001 all’uscita di un pub nella sua nativa Lurgan, in co. Armagh, da un gruppo di fuoco lealista

Nonostante le indagini che hanno impegnato la polizia per un decennio, ancora nessun colpevole è stato identificato. L’omicidio venne rivendicato da un gruppo di nome Red Hand Defenders – facente capo ad una delle più letali milizie paramilitari lealiste nate negli anni ’90, la Loyalist Volunteer Force (LVF).
O’Hagan lavorava come cronista investigativo presso il tabloid irlandese Sunday World, negli uffici di Belfast. Nella tragica storia dei Troubles, egli è stato l’unico giornalista ad essere assassinato come conseguenza del suo lavoro.
Negli anni ’90, infatti, O’Hagan aveva denunciato in diverse occasioni, attraverso le sue inchieste, le attività criminali dei gruppi paramilitari lealisti. Concentrandosi in particolar modo sulle bande riconducibili all’Ulster Volunteer Force, portò all’attenzione del grande pubblico i crimini della cosiddetta para-mafia: gruppi di ex milizie che, finiti gli anni del terrorismo politico, si sono dati al crimine ordinario. Dalla fine dei Troubles, queste cellule sono tra le principali responsabili di furti, rapine e traffico di stupefacenti tra l’Ulster e la Repubblica.
Il lavoro investigativo del cronista del Sunday World costituiva una delle pochissime voci che raccontavano per filo e per segno gli sporchi affari delle ex frange terroristiche, e degli agganci che il mondo della malavita lealista aveva mantenuto con esponenti delle forze di sicurezza.
O’Hagan non era nuovo a trattare questo tipo di argomenti. A seguito di alcuni suoi pezzi relativi ad un omicidio commesso dai Provos nell’89, l’IRA lo rapì e lo tenne segregato per diversi giorni, interrogandolo per sapere chi fossero state le fonti, molto vicine al gruppo armato, che O’Hagan aveva utilizzato per gli articoli.
Negli anni seguenti, il giornale allontanò O’Hagan per interi periodi dall’Ulster, dove era considerato a rischio. Si rifugiò a Dublino e, per diversi mesi, a Cork.
Nel corso delle inchieste sulla para-mafia di estrazione lealista, veniva fatto spesso il nome di Billy Wright, lealista di esperienza e uno dei fondatori della LVF – avvenuta in seguito ad uno scisma nel 1996.
Wright fu il mandante di un attacco-bomba alla sede del Sunday World, nel 1992, e di intimidazioni nei confronti di O’Hagan e di altri dipendenti. Secondo le parole del newseditor del giornale, Richard Sullivan, “almeno 50 minacce di morte sono state recapitate al giornale”. Lo stesso O’Hagan – che, nei suoi articoli, aveva coniato il soprannome “King Rat” per indicare Wright – era stato esplicitamente avvertito di essere tenuto sotto controllo e pedinato.
Nel 1997, Wright fu condannato a otto anni nel famigerato carcere Maze. Non scontò molto della sua pena, ma dalla prigione non uscì più: venne assassinato nel dicembre dello stesso anno da tre killer dell’Irish National Liberation Army (INLA).
L’uscita di scena del leader della LVF non fermò però la violenza del gruppo. Le inchieste del Sunday World continuavano, e O’Hagan divenne il nemico da abbattere.
Una sera di fine settembre del 2001, Martin era con sua moglie Marie in un pub di Lurgan. I due vennero visti da un simpatizzante LVF, che avvisò i sicari della presenza del giornalista nel locale. Mentre la coppia stava camminando verso casa, un gruppo di killer li raggiunse in auto, freddando O’Hagan sotto gli occhi della moglie.
Dai primi momenti, i sospetti sono caduti su cinque membri LVF, tra cui due fratelli che sarebbero stati alla guida dell’auto e che avrebbero materialmente sparato i colpi. Nel corso delle indagini, il Sunday World ha fatto più volte i nomi dei cinque, attirando ulteriori minacce. In un’occasione, all’uscita da un’aula di tribunale, il direttore del giornale Jim Dowell venne attaccato da supporter del gruppo criminale.
In 10 anni, però, nessuno è stato portato a processo per l’omicidio. Dal tabloid non hanno dubbi al riguardo, e puntano il dito contro i rapporti, ancora per buona parte occulti, tra le fazioni lealiste e i servizi di sicurezza.
Per questo, il direttore Dowell è scettico sulla reale volontà di trovare i colpevoli e restituire giustizia alla memoria di Martin O’Hagan. “Gli informatori sono in realtà piazzisti,” ha dichiarato Dowell al quotidiano inglese The Guardian, facendo riferimento ai depistaggi che hanno caratterizzato il proseguire delle indagini in questo decennio.
Scavare troppo a fondo in questo omicidio, individuare non solo i colpevoli materiali ma far luce sui rapporti tra sicari, mandanti, informatori e collusi potrebbe aprire un vero e proprio vaso di Pandora degli ultimi anni in Irlanda del Nord.

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