CASTLEREAGH. COSI’ SI TORTURAVANO I SOSPETTATI

Dentro Castlereagh: ‘Ottenevamo le confessioni con la tortura’
di Ian Cobain (The Guardian 11 ottobre 2010)

Ex ufficiali della RUC che lavorarono nel centro interrogatori di Belfast descrivono cosa ci si aspettava da loro durante i Troubles
Il centro interrogatori di Castlereagh a Belfast est, teatro di molti dei casi di denunce di brutalità al centro degli appelli in corso, era un luogo proibitivo con una reputazione terrificante.
È stato il soggetto di molti rimproveri da parte di Amnesty International, di una commissione di indagine governativa e di almeno un’investigazione interna e segreta di polizia.
Per più di venti anni, la Royal Ulster Constabulary (RUC) e i suoi successori, i ministri del governo britannico, hanno sostenuto che la propaganda dell’IRA era la causa di quella pessima fama e che qualsiasi abuso fosse stato fatto era di responsabilità di poche “mele marce”.
Ad ogni modo, alcuni ex membri della RUC, che lavorarono a Castlereagh negli anni ’70, ’80 e ’90, hanno recentemente confessato al Guardian che le percosse, la privazione del sonno e altre torture erano sistematiche ed erano, a quel tempo, sanzionate molto pesantemente dai piani alti interni alle forze (di polizia).
È stato raccontato come il Sovraintendente Capo Detective Bill Mooney, l’ufficiale più anziano della RUC, incitasse chi interrogava prima che essi entrassero nelle stanze degli interrogatori, chiedendo “Cosa sei, un uomo o un topo? Va là dentro!” Se non riuscivano a spezzare un sospettato in fretta, Mooney gli chiedeva : “Devo entrare io e fare da me?”
Nei meeting mattutini, i detective divennero riluttanti a suggerire che un particolare sospettato poteva “non essere coinvolto” per paura che altri sarebbero stati assegnati agli interrogatori e avrebbero ottenuto una confessione.
Anche se le fonti dicono che non tutti i sospetti hanno subito maltrattamenti, sia i sospettati di essere membri dell’IRA sia i lealisti venivano picchiati, bruciati con sigarette o accendini, obbligati a mantenere posizioni scomode per lunghi periodi, spogliati ed umiliati e a volte minacciati di morte. Alcuni subirono ferite così gravi da essere portati in ospedale.
Due forti team per gli interrogatori divennero noti per una particolare tecnica di abuso e venivano chiamati per infliggere tale pena sui sospetti più riluttanti. Una élite, ad esempio, si specializzò nella tecnica conosciuta come “piegamento del dorso” – piegare polsi e gomiti del sospetto in posizioni dolorose, anche per ore. Alla fine, ricorda uno di coloro che interrogavano, i medici che esaminavano i sospettati dopo un interrogatorio, riscontravano solo un leggero gonfiore. “A questi uomini veniva detto “Fermi – se andate oltre, poi si vede”. Alcuni semplicemente davano pugni ai sospetti il più vicino possibile al centro dello stomaco, sapendo che dove ci sono i tessuti molli si creano meno lividi rispetto alle aree con ossa.
In altre stazioni di polizia, come quella di Strand Road a Derry, alcuni sospettati erano interrogati in stanze che dovevano servire per gli ufficiali. “C’era un solo wc per circa 6 stanze da letto” ricorda una fonte. “Le vasche venivano riempite d’acqua in cui si immergevano i sospettati”
A Omagh, i detectives interrogavano alcuni sospettati in enormi armerie dismesse con pesanti porte d’acciaio, un luogo che rendeva nervosi anche gli stessi ufficiali.
Tutti gli ex detective che hanno parlato con il Guardian hanno ammesso che si usava molto alcol, e che alcuni pestaggi furono fatti dopo che gli ufficiali si erano presi una pausa, durante la quale si erano scolati qualche whisky o vodka.
La forza portante dietro alla brutalità era la determinazione ad ottenere più condanne nelle corti di Diplock, fondate nel 1973, dopo che era emerso che l’internamento senza processo era controproducente.
Un paio di dozzine di giovani detective erano stati addestrati per gli interrogatori speciali nel 1975. L’anno seguente – che vide la morte di 307 persone, il secondo anno peggiore durante i Troubles – questi team vennero ampliati. Nel 1977 avevano iniziato ad ottenere risultati.
“Avevamo titoli dei giornali ogni giorno su quante persone erano state accusate, su tizio e caio condannati a 30 anni..” ricorda un ex ufficiale degli interrogatori di Castlereagh. “Il procuratore capo era contento, Mooney era contento, la stampa era contenta. Andava tutto alla grande”. Dicendo che era “ora di mettere a posto le cronache della storia”, ha aggiunto “C’erano molti schiaffi e botte. Non ci sono dubbi, le persone venivano aggredite.”
Un altro più vagamente ha detto di aver ottenuto confessioni usando quelle che ha chiamato “torture, e trattamenti crudeli, inumani e degradanti” – esattamente quanto era proibito dalla legge. Ma nel 1977, ex investigatori hanno detto , si credeva genuinamente che la marea stesse cambiando, che le tattiche del braccio forte stavano portando alla vittoria contro l’IRA, e dei lealisti.
Guardando indietro, gli ex ufficiali della RUC insistono nel dire di aver provato a far sì che i sospettati confessassero solo i crimini che l’intelligence suggeriva che avessero commesso. Un ritornello classico era “Non volevamo che uomini finissero in prigione per crimini che non avevano commesso”. Inoltre, dicono che probabilmente non ci sono stati più casi di giustizia male amministrata in Nord Irlanda rispetto al resto del Regno Unito durante quel periodo. “Era piuttosto duro in qualsiasi luogo in quel periodo” ha detto qualcuno.
Non tutti erano contenti a Castlereagh verso la fine degli anni ’70, comunque. I medici della polizia, che stavano in standby per fare ai sospetti una visita prima degli interrogatori, e di controllarli di nuovo prima che fossero incriminati, cominciarono a vedere i segni evidenti dei maltrattamenti. Alcuni prigionieri necessitarono immediati ricoveri ospedalieri. Alcuni medici iniziarono a lamentarsi, sia privatamente sia pubblicamente..
Molte delle vittime erano molto riluttanti a parlare, dicendo che erano stati minacciati di azioni peggiori se avessero fatto delle lamentele.
Nel giugno 1978, Amnesty pubblicò un rapporto chiedendo una “inchiesta pubblica ed imparziale” negli eventi di Castlereagh. Il governo diede incarico a Harry Bennett, un giudice inglese, di esaminare “la pratiche e le procedure della polizia” in Nord Irlanda. Anche se consegnò poco materiale, Bennett arrivò all’inevitabile conclusione che alcune delle ferite “erano state inflitte non dallo stesso prigiorniero” e raccomandò l’uso delle telecamere a circuito chiuso nelle stanze degli interrogatori così che ufficiali in borghese della RUC potessero vedere le loro controparti in divisa.
Dieci mesi dopo, quando un nuovo capo procuratore, Jack Hermon, venne assegnato a condurre la RUC, le telecamere non erano ancora state installate. Ad ogni modo, gli ex ufficiali addetti agli interrogatori hanno detto che la frequenza delle percosse diminuì rapidamente, quasi dalla sera alla mattina.”Il nuovo procuratore capo era completamente contrario ai maltrattamenti di qualsiasi prigioniero” ha dichiarato uno di loro. “Cominciammo a vedere un cambiamento da Bill Mooney subito. Bill mancò alla conferenza mattutina del lunedì un paio di volte – era con Hermon. Un giorno, Mooney arrivò e disse che non dovevamo posare un solo dito su nessun prigioniero di Castlereagh.”
Hermon, un ex capo del settore “relazioni con la comunità” della RUC, che aveva anche amici all’interno del clero cattolico, era giunto alla conslusione che l’abuso dei prigionieri stava danneggiando la reputazione della sua forza talmente tanto da diventare controproducente.
Denunce di pestaggi selvaggi a Castlereagh non cessarono del tutto, e un decennio dopo le stesse denunce divennero nuovamente comuni.

(Traduzione a cura di Valentina Prencipe)

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Inside Castlereagh: ‘We got confessions by torture’

Former RUC officers who worked at Belfast interrogation centre describe what was expected of them during the Troubles
Castlereagh interrogation centre in east Belfast, the scene of many of the complaints of police brutality at the heart of current appeals, was a forbidding place with a terrifying reputation.
It was the subject of several Amnesty International complaints, one government commission of inquiry and at least one secret internal police investigation.
For more than 20 years the Royal Ulster Constabulary (RUC) and successive British government ministers maintained that IRA propaganda was largely to blame for its notoriety, and that whatever abuses did occur were the responsibility of a few “rotten apples”.
However, a number of former RUC interrogators, men who worked at Castlereagh during the 70s, 80s and 90s, have recently told the Guardian that the beatings, the sleep deprivation and the other tortures were systematic, and were, at times, sanctioned at a very high level within the force.
One told how Detective Chief Superintendent Bill Mooney, the RUC’s most senior detective, would fire up his interrogators before they entered the interview rooms, demanding: “What are you, men or mice – get in there!” If they failed to quickly break a suspect, Mooney would ask them: “Have I got to get in there and do it myself?”
At their morning conferences, detectives became reluctant to suggest that a particular suspect “might not be involved” for fear that other interrogators would be assigned to the case and obtain a confession.
While the sources insist that not all suspects were mistreated, both IRA suspects and loyalists were beaten, burned with cigarettes or lighters, forced to assume stressful positions for long periods, stripped and humiliated, and sometimes threatened with murder. Some suffered such severe injuries that they were taken to hospital.
Some two-strong interrogation teams became known for a particular form of abuse, and would be called upon to inflict it on the more recalcitrant suspects.
A handful, for example, specialised in a technique known as “dorsi-flexing” – stretching a suspects’ wrists or elbows into painful positions, sometimes for hours at a time. Eventually, one former interrogator recalls, doctors examining suspects after interrogation found that this caused slight swelling. “These men were quietly told: ‘Stop it – your system is showing through here’.”
Some interrogators simply punched suspects as close to the centre of their stomachs as possible, knowing that soft tissue bruised less when not located near bone.
At other police stations, such as Strand Road in Derry, some suspects were interrogated in bedrooms intended for the accommodation of single officers. “There would be one bathroom for every six or so bedrooms,” one source recalls. “The baths would be filled with water and suspects would be forced under.”
At Omagh, detectives questioned some suspects inside an enormous disused armoury with heavy steel doors, a place that could unsettle even the interrogators at times.
All the former detectives who spoke to the Guardian said alcohol played a part, with some of the most severe beatings being meted out after interrogators had taken a break, during which they would down a few whiskies or vodkas.
The driving force behind the brutality was a determination to secure more convictions in the judge-only Diplock courts that had been established in 1973 once it became clear that internment without trial was counterproductive.
A couple of dozen young detectives had been formed into specialised interrogation teams in 1975. The following year – which saw the loss of 307 lives, the second-worst annual toll of the Troubles – these teams were expanded. By 1977 they were beginning to see results.
“We were getting headlines every day about the number of people charged, about so-and-so getting 30 years,” one former Castlereagh interrogator recalls. “The chief constable was happy, Mooney was happy, the press were happy. Everything was wonderful.” Explaining that he thought it “time to set the historical record straight”, he added: “There was plenty of slap and tickle. No doubt about it, people were being assaulted.”
Another, more bluntly, said he had obtained confessions by employing what he described as “torture, and cruel, inhuman and degrading treatment” – exactly what was prohibited by law.
But in 1977, the former detectives said, they believed genuinely that they were turning the tide, that their strong-arm tactics were starting to win the war against the IRA, and defeat the loyalist gunmen.
Looking back, several former RUC interrogators insist they tried to ensure that suspects confessed only to crimes that their intelligence suggested those individuals had committed. A common refrain was: “We wouldn’t have wanted to see men jailed for things they didn’t do.” Moreover, they maintain that there were probably no more miscarriages of justice in Northern Ireland than in the rest of the UK during that period. “It was a bit rough and ready elsewhere at that time,” said one.
Not everybody at Castlereagh was happy during the late 70s, however. Police doctors, on standby to offer suspects an examination before interrogation, and to check them again before they were charged, began to see increasing evidence of mistreatment. Some prisoners required immediate hospital treatment. Some doctors began to complain, both privately and publicly.
Many of the victims would be deeply reluctant to speak out, however, saying they had been warned that worse would follow if they lodged a complaint.
In June 1978, Amnesty published a report calling for a “public and impartial inquiry” into events at Castlereagh. The government appointed Harry Bennett, an English circuit judge, to examine “police procedures and practice” in Northern Ireland. Despite his narrow remit, Bennett came to the unavoidable conclusion that some injuries “were inflicted by someone other than the prisoner himself”, and recommended that CCTV be installed in interview rooms so that uniformed RUC officers could watch their plain-clothed counterparts.
Ten months later, when a new chief constable, Jack Hermon, was appointed to lead the RUC, the CCTV cameras had still not been installed. Nevertheless, former interrogators say the frequency of the beatings fell rapidly, almost overnight.
“The new chief constable was completely against any mistreatment of prisoners whatsoever,” said one. “We started to detect a change from Bill Mooney straight away. Bill missed the Monday morning conference a couple of times – he was in with Hermon. One day Mooney came out and told us we were not to lay a finger on anybody at Castlereagh.”
Hermon, a former head of community relations at the RUC who had a number of close friends among the Catholic clergy, had come to the conclusion that the abuse of prisoners was damaging the reputation of his force to such an extent that it had become counterproductive.
Complaints of severe beatings at Castlereagh did not end completely, however, and a decade later such allegations became common once more.

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