FUNERALI DI PEGGY O’HARA, LA PSNI APRE UN’INDAGINE

Il Police Service of Nothern Ireland ha aperto un’indagine sulla partecipazione ai funerali di decine di membri dell’INLA che ha così voluto tributare gli onori paramilitari alla madre di Patsy O’Hara, hunger striker morto martire a Long Kesh nel 1981

La PSNI avrebbe raccolto prove e aperto un’indagine sulla massiccia presenza dell’INLA in occasione dei funerali di Peggy O’Hara, celebrati sabato 18 luglio a Derry.

A sollevare il vespaio è stato il DUP. In vista dei funerali, il partito unionista aveva chiesto rassicurazioni alla polizia sui provvedimenti che avrebbero dovuto essere adottati contro il ripetersi della ‘dimostrazione’ paramilitare avvenuta solo pochi giorni prima, quando la salma di Peggy O’Hara aveva fatto ritorno a casa.
“Nonostante i nostri sforzi con la polizia, sembra non ci fossero segni visibili di polizia in prossimità del corteo funebre di sabato”,ha dichiarato Gregory Campbell.
“Gli uomini e le donne vestite in abiti paramilitari con volto coperto, sono stati liberi di marciare, per quasi due miglia, per le strade di Derry.”
“La polizia deve agire con fermezza contro tutti quelli che infrangono la legge. Sembra però che la polizia stia trattando i gruppi di alcune zone con i guanti di velluto, lasciando intendere che ci sia un sistema giudiziario a due livelli”, ha aggiunto.
“Questo è pericoloso. La polizia e il Director of Public Prosecutions devono rilasciare dichiarazioni urgenti e spiegare quale operazione di polizia ha avuto luogo a Derry e quale azione verrà intrapresa – e quando – contro questa parata illegale in città.”

Discutibili le dichiarazioni di Martin McGuinness, leader della Provisional IRA ed ora vice Primo Ministro

mcguinness

Galleria fotografica del funerale di Peggy O’Hara

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2 pensieri su “FUNERALI DI PEGGY O’HARA, LA PSNI APRE UN’INDAGINE

  1. IN MEMORIA DI PEGGY O’HARA
    (Gianni Sartori)

    Avevo conosciuto Peggy e Jim O’Hara, la madre e il padre di Patsy O’Hara (il quarto tra i dieci prigionieri politici repubblicani che nel 1981 si erano lasciati morire di fame a Long Kesh), nella sua casa di Hardfoyle a Derry nel 1985. L’avevo poi rivista in occasione di altri viaggi in Irlanda e nel 1986 l’avevo intervistata sulla tragica vicenda del figlio, morto il 21 maggio 1981 dopo 60 giorni di sciopero della fame. Patsy, militante dell’INLA (Esercito Irlandese di Liberazione Nazionale, considerato il braccio armato dell’IRSP), ebbe un ruolo fondamentale nell’organizzare e gestire la protesta del 1981, in perfetta coerenza con l’impegno fino ad allora dimostrato all’interno delle lotte del quartiere dove viveva. Il padre, Jim, ricordava come Patsy avesse “combattuto con la parola prima ancora che con le armi contro l’occupazione inglese, nella strada, nel quartiere, ovunque…” sottolineando anche la portata della sua volontà di lottare, la sua preparazione politica, ideologica e culturale. Una conferma mi venne data nel 1994 dallo scrittore Ronan Bennet che per circa un anno condivise con Patsy la cella N.14 a Long Kesh nel 1975. “Quando uno arrivava in carcere -mi raccontò- per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non aveva dato altro che il suo nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy. Era un leader nato, anche se non in modo ostentato, era sempre molto calmo, non alzava mai la voce. Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. In cella abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, l’internamento, l’incendio di Long Kesh…Uscì di prigione e in seguito venne nuovamente arrestato.Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo”.
    Nel cimitero di Derry, sulla lapide dedicata a Patsy O’Hara e a Micky Devine (altro militante dell’INLA morto in sciopero della fame) si legge “MORTI PERCHE’ ALTRI FOSSERO LIBERI”.

    Il padre di Patsy, Jim, se n’era andato qualche anno fa. Peggy ci ha lasciati nel luglio di quest’anno. Al suo funerale la bara era scortata da un centinaio di militanti dell’IRSP e dell’INLA (volto coperto, basco con la stella rossa: se lo ricordino i neofascisti che hanno avuto l’impudenza di ricordarla sui loro giornali). Prima della sepoltura le sono stati resi gli onori militari con tre colpi di fucile sparati in aria. La cosa è stata stigmatizzata da Mc Guinnes (esponente del Sinn Fein, viceministro nel governo nordirlandese “benedetto” da Londra e Washington) che ha partecipato al funerale nonostante l’IRSP (nelle cui liste Peggy era stata candidata) e i familiari avessero definito “non gradita” la sua presenza.

    INTERVISTA A PEGGY O’HARA (1986)

    D. Quali erano le speranze di suo figlio quando prese la fatale decisione di smettere di alimentarsi?
    R. Patsy e gli altri cominciarono lo sciopero della fame ben sapendo che ne sarebbero stai segnati irreparabilmente nella salute, nel fisico già provato da anni di lotte e proteste, spesso pacifiche ma non certo indolori.Tuttavia pensavano che il rispetto per la vita umana avrebbe convinto Mrs. Thatcher a soddisfare le loro cinque richieste. Quando poi capirono che ciò non sarebbe successo, che li avrebbero lasciati morire, compresero anche che ormai non avevano più scelta: dovevano andare fino in fondo, per non concedere al nemico una vittoria politica che il movimento di liberazione, gli oppressi, la gente avrebbero scontato per molti anni…Fu così che la vita di alcuni divenne il prezzo di un po’ più di giustizia per altri.
    D. Che cosa pensò lei della scelta di suo figlio?
    R. Gli dissi che ritenevo più utile che restasse vivo per continuare a lottare. Che altro poteva dire una madre? Ma sia io che mio marito rispettammo la consapevole determinazione di Patsy e assecondammo la sua volontà di non essere alimentato artificialmente durante il come finale. E’ stato atroce: perdere un figlio è già contro ogni corso naturale delle cose, ma una morte così è inaccettabile. Soprattutto se si pensa alle sevizie che rendevano ancora più terribile il suo spegnersi giorno dopo giorno.
    D. Che genere di sevizie?
    R. I secondini, spesso ubriachi, lo picchiavano in continuazione, anche durante lo sciopero della fame. A causa dei maltrattamenti subì due arresti cardiaci. Una volta venne scoperta addosso ad un detenuto una macchina fotografica e Patsy, accusato di esserne il responsabile, fu picchiato con particolare durezza, tanto da procurargli la rottura del setto nasale. Le percosse continuarono anche quando era già costretto in una carrozzella, incapace di camminare. Durante il periodo in cui rimase in coma, il medico del carcere -lo stesso che poi si rifiutò di riportare sulla cartella clinica i segni evidenti delle percosse- lo prendeva a schiaffi durante le mie visite per costringerlo a “riprendersi”, a riconoscermi, sperando in un cedimento dell’uno o dell’altra*. Io sono convinta che Patsy sia morto per un collasso cardiaco in conseguenza delle sevizie subite: sarebbe morto ugualmente, ma lo odiavano tanto da volerlo uccidere con le loro mani. Quando morì i dissero che se non mi sbrigavo a portarlo via l’avrebbero buttato in un sacco di plastica e scaricato davanti a casa. Il suo corpo era pieno di ecchimosi, i suoi occhi erano stati bruciacchiati con le sigarette e portava sul volto i segni delle ultime percosse.
    D. Che cosa lascia, nell’animo di una madre, il gesto di un figlio che sacrifica la propria vita in nome dei propri ideali?
    R. Non c’è retorica letteraria né politica che possa consolare da una simile brutalità. Rimane solo la convinzione profonda e sofferta che altro non si poteva fare per rivendicare la dignità umana, propria e altrui. E rimane la rabbia, la lotta contro gli oppressori. E rimane la solidarietà, la speranza, nonostante tutto…Bisogna continuare ad andare avanti, perché se non lo facciamo i martiri che sono morti per me, per noi, per questa Nazione ci perseguiteranno per l’eternità.

    Gianni Sartori

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  2. Tratto in inganno dal nome della testata “Istinti libertari” che si occupava di Bobby Sands e degli altri compagni morti nel 1981, avevo inviato come commento l’articolo “Fascisti tenete giù le zampe dall’Irlanda”. Con il loro commento (maleducazione a parte) mostravano chiaramente di non capire una beata mazza della questione irlandese. Allego la mia di risposta (finora NON pubblicata), definitiva , segnalando questi abusivi. Ciao
    GS

    ” Ripassati l’ortografia: tra fascismo e neoliberismo c’è una virgola (la tua maestra non te l’aveva spiegato?). In ogni caso hanno sempre convissuto amabilmente (v. in Cile con Pinochet).
    Quanto alla botta in testa deve trattarsi di un tuo lapsus. Evidentemente pensavi a te stesso. Sarà per quella volta che sei caduto dalle scale?
    In ogni caso direi che di repubblicani irlandesi ne capisci molto poco. Ho conosciuto i loro familiari (ancora nel 1981) e i tre dell’INLA morti in sciopero della fame erano comunisti, gli altri, quelli dell’IRA, sicuramente di sinistra e soprattutto anticapitalisti e antimperialisti.
    Voi “libertari”? Senza uno stato a difenderlo manu militari sapete che fine farebbe il vostro amato liberismo?
    adieu
    Gianni Sartori”

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