E’ TEMPO DI ‘VENDERE’ L’IRLANDA DEL NORD ALLA REPUBBLICA?

Editoriale spinoso firmato il 31 agosto da Mary Dejevsky, editore capo e opinionista di The Independent a Londra

Per quanto tempo ancora il Governo Inglese cercherà di espiare i peccati dei nostri antenati in Nord Irlanda?
Mentre questa settimana venivano svelati i dettagli sul coinvolgimento di un prete cattolico nell’attentato di Claudy del 1972, messo a tacere dai ministri britannici, in accordo con i leader della chiesa e la RUC, si poteva percepire la stanchezza in tutta la Gran Bretagnia e un’opinione pubblica pressoché non toccata.
La mancanza di reazione era in netto contrasto con le passioni infiammate sull’altra riva. Il prete coinvolto, Padre James Chesney, è morto nel 1980 e non c’era molto che si potesse fare oltre alla rabbia da una parte e al battersi il petto dall’altra, ma il Segretario di Stato dell’Irlanda del Nord, Owen Paterson — da soli tre mesi in carica — ha doverosamente espresso il “profondo dispiacere” del Governo per non avere investigato sul prete all’epoca, anche se, sia allora che oggi, è difficile biasimare la decisione.
Le scuse per Claudy sono state solo una delle intrusioni del Nord Irlanda nella coscienza dell’Inghilterra questa estate. La stagione è iniziata con il rapporto sugli uccisioni durante la Bloody Sunday (12 anni per la sua compilazione) e il “così elegante” discorso di contrizione di David Cameron in Parlamento. Potreste addirittura tracciare una connessione: il dispiacere del ministro per Claudy è un ramoscello d’ulivo teso verso i Protestanti dell’Ulster, in seguito alle proteste che sulle morti cattoliche si è investigato più assiduamente che sulle loro. O potreste vederla come un contentino verso i lealisti un mese prima della visita di Papa Benedetto in Inghilterra.
Non è necessario interpretare le scuse per Claudy in questa luce, comunque, per apprezzare la distanza evidente tra il sentimento pubblico qui e là. Il picco della stagione delle marce in Ulster è arrivato ed è passato, caricato con la politica del rischio calcolato là, e quasi ignorato quì. Le bombe a Sundry e i tentati attacchi sono stati, attribuiti direttamente a “gruppi dissidenti repubblicani” – il che significa nulla di cui preoccuparsi. E la BBC è entrata in un vortice splendido sul tema se sarà Derry o Londonderry la prima Capitale della Cultura del Regno Unito nel 2013. In onda, hanno usato entrambi i nomi.
Sempre più, il Nord Irlanda è un altro Paese. Forse è tempo che Westminster lo accetti e tragga anche qualche vantaggio da ciò. Garantire piena indipendenza potrebbe essere un’opzione. Ci sono Paesi di successo con meno abitanti dei 1.7 milioni dell’Irlanda del Nord – ad esempio l’Estonia. Ma – con una popolazione che si definisce quasi interamente per la sua lealtà o mancanza di essa al Regno Unito – la probabilità che questo avvenga volontariamente è pari a zero. Ma se fosse una vendita — o una cessione — alla Repubblica d’Irlanda?
Vendite di territori da parte di Paesi bisognosi di soldi o che hanno avuto cambiamenti nelle priorità ci sono già stati, il più noto è l’acquisto della Louisiana dalla Francia da parte di Thomas Jefferson nel 1803 per 60 milioni di franchi, o l’acquisizione americana dell’Alaska dalla Russia nel 1867. Se la Repubblica irlandese possa pagare tanto, oppure possa non pagare del tutto, per le Sei Contee del Nord, può essere messo in dubbio. L’economia di Dublino non è nella sua forma migliore e le recenti misure di austerity sembrano non aver portato ad un rapido successo come si era sperato.
Contro questo calcolo a breve termine, comunque, c’è il sogno di un’Irlanda unita. E quale Primo Ministro o governo della Repubblica Irlandese non ha desiderato di fare la storia come colui che ha riunito l’Isola dello Smeraldo? Realizzare quel sogno non merita un’ipoteca relativamente piccola sul futuro del Paese unito?
Una vendita sarebbe l’opzione mercantile. In effetti però, Westminster si potrebbe permettere di dar via il Nord Irlanda e ancora uscirne in positivo. Il suo costo sull’Esecutivo è di £9.3 miliardi di sterline per l’anno fiscale 2008-9 — un costo pro capite più alto rispetto a Scozia e Galles.
Anche se quella spesa rimanesse statica invece di aumentare, solo quanto risparmiato sarebbe una cifra considerevole nel debito nazionale inglese di 900 miliardi di dollari in 30 anni.
Inoltre, la Repubblica guadagnerebbe alcune delle infrastrutture più generosamente finanziate che esistano nel Regno Unito. In nessun altro luogo c’è stata nemmeno una frazione dell’attenzione e degli investimenti pubblici che sono confluiti per case, strade, scuole ed ospedali in Irlanda del Nord. Il governo di Dublino non si troverebbe certo nella posizione della Germania dell’Ovest nel 1990, che ha dovuto assorbire uno Stato dilapidato e in bancarotta grande un terzo della sua grandezza.
Solo per una cosa, la sicurezza, potrebbe portare un inconveniente. Di certo, se tutta la popolazione del Nord fosse persuasa che trasferirsi alla Repubblica sia nei loro interessi, allora anche il problema della sicurezza sarebbe prossimo alla risoluzione. Sarebbe più realistico ipotizzare che sarebbe facilmente gestibile, con i Protestanti – ora la minoranza ribelle – e infuriati doppiamente perché il loro volere sarebbe stato respinto.
Ma essere una minoranza religiosa o etnica in Europa di questi tempi non è come lo era un secolo fa; né i Protestanti del Nord, come sanno bene, hanno più i privilegi che avevano un tempo. Nell’Unione Europea, lo status di minoranza comporta il riconoscimento stabilito per legge per l’educazione e la cultura, una rappresentanza garantita e fondi. Con la maggioranza protestante nel Nord minore di quanto non sia mai stata, e velocemente in via di sparizione, l’assenso all’unificazione potrebbe anche essere solo una questione di tempo. Non sarebbe nell’interesse di tutti di accelerarla e di permettere alla Gran Bretagna di concedersi un raro momento di magnanimità?
Si potrebbe obiettare che se il Regno Unito è aperto all’idea di vendere o cedere il territorio, perché dovrebbe iniziare con l’Irlanda del Nord? Di sicuro avrebbe senso occuparsi prima di dispute acerrime, come quella per le Falklands o Gibilterra. Ma la cultura e il linguaggio sono ostacoli maggiori rispetto al caso dell’Irlanda e, per Londra, rinunciare ad entrambe apparirebbe come una sconfitta diplomatica. Con il Nord Irlanda non ci sono difficoltà del genere. Il trasferimento alla Repubblica avrebbe senso culturalmente, demograficamente e geograficamente. Per una volta, la sicurezza di Gran Bretagna e Irlanda verrebbero migliorate. Il bonus migliore sarebbe, ad ogni modo, che le relazioni tra Gran Bretagna e Irlanda, come Stati sovrani, diventerebbero normali come non sono mai stati in tempi recenti.

(traduzione a cura di Valentina Prencipe)

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Sell Ulster, and earn a peace bonus (The Independent UK)

How much longer must the British Government go on trying to expiate the sins of our fathers and forefathers in Northern Ireland?
As details were revealed this week of how the involvement of a Catholic priest in the 1972 Claudy bombing was hushed up by British ministers, in collusion with Church leaders and the Royal Ulster Constabulary, you could sense a weariness across mainland Britain and a public opinion steadfastly unmoved.
The non-response was in sharp contrast to the passions revived across the water. With the priest concerned, Father James Chesney, dead since 1980, there was not much anyone could do beyond rage on one side and breast-beat on the other, but the Northern Ireland Secretary, Owen Paterson — barely three months in the job — duly expressed the Government’s “profound sorrow” for not having investigated the priest at the time, even though, both then and now, it is hard to fault the decision.
The Claudy apology was but one instance of Northern Ireland intruding on the mainland’s consciousness this summer. The season began with the report on the Bloody Sunday killings (12 years in the compiling) and David Cameron’s oh-so-elegant speech of contrition in Parliament. You might even draw a connection: the minister’s regrets over Claudy as a small olive branch extended to Ulster’s Protestants, following complaints that Catholic deaths had been investigated more assiduously than theirs. Or you could see it as a sop towards loyalists a month before Pope Benedict’s visit to Britain.
It is not necessary to interpret the Claudy apology in this light, however, to appreciate the glaring gap between public sentiment there and here. The peak of the Ulster marching season came and went, fraught with brinkmanship there, almost ignored here. Sundry bombings and attempted bombings have taken place, ascribed soothingly to “dissident republican groups” — meaning nothing to worry about. And the BBC got itself into a splendid twist about whether Derry or Londonderry would be the UK’s first Capital of Culture in 2013; they used both on air.
More and more, Northern Ireland is another country. So perhaps it is time for Westminster to accept this, and even gain some benefit from it. Granting full independence might be one option; there are successful countries with smaller populations than Northern Ireland’s 1.7 million —Estonia, for instance. But with a population that defines itself almost entirely by its loyalty or not to the UK, the likelihood of this happening voluntarily is zero. But how about a sale — or even cession — to the Republic of Ireland?
Sales of territory by countries strapped for cash or shifting policy priorities have precedents, most notably Thomas Jefferson’s purchase of Louisiana from France in 1803 for 60 million francs, or the US acquisition of Alaska from Russia in 1867. Whether the Irish Republic could afford to pay as much, or indeed anything at all, for the six northern counties might be doubted. Dublin’s own economy is not in the best shape, and recent austerity measures seem not to have yielded as rapid a success as had been hoped.
Against this short-term calculation, however, stands the dream of a united Ireland. And which prime minister or government of the Irish Republic has not longed to go down in history as the one that brought the Emerald Isle back together? Is realising the dream not worth a relatively small mortgage on the united country’s future?
A sale would be the mercantile option. In fact, though, Westminster could afford to give Northern Ireland away and still come out ahead. Its net cost to the Exchequer is put at £9.3bn for the financial year 2008-9 — a greater per capita cost than for Scotland or Wales. Even if that expense were projected to remain static, rather than rise, the savings alone would make a nice dent in the UK’s £900bn national debt within 30 years.
Plus, the Republic would gain some of the most lavishly funded infrastructure that exists in the UK. Nowhere else has had a |fraction of the |attention or public investment that has gone into housing, roads, schools, and hospitals of Northern Ireland. The Dublin government would not be in the position |of West Germany’s government in 1990, having to absorb a |dilapidated and bankrupt state a third of its size.
Only in one respect, security, would it be taking on a liability. Of course, if the whole population of the North could be persuaded that transfer to the Republic of Ireland was in their interests, then the security problem would be near to a solution, too. It would be more realistic to assume, however, that it would be simply turned on its head, with the Protestants, now the rebel minority, and doubly infuriated because their will had been overruled.
But being a religious or ethnic minority in Europe in this day and age is not what it was a century ago; nor do the North’s Protestants, as they well know, enjoy the privileges they once did. In the European Union, minority status brings statutory recognition for education and culture, guaranteed representation and funding. With the Protestant majority in the North smaller than it has ever been, and fast-vanishing, assent to unification may anyway be just a matter of time. Would it not be in everyone’s interests to hasten it along, and allow Britain to bask in a rare moment of magnanimity?
It could be objected that if the UK is open to selling or ceding territory, why start with Northern Ireland? Surely it would make sense to deal first with the more acrimonious disputes, such as the Falklands or Gibraltar. But culture and language are far bigger obstacles here than they would be with Ireland and, for London, relinquishing either would be seen as a diplomatic defeat. There is no such difficulty with Northern Ireland, whose transfer to the Republic would make cultural, demographic, and geographic sense. At once, the security of Britain and Ireland would be enhanced. The biggest bonus of all, though, would be that relations between Britain and Ireland, as sovereign states, would become normal in a way they have never been in recent times.

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