‘SCOTTISH REFERENDUM’. TERREMOTO IN SCOZIA, TSUNAMI NEL NORD IRLANDA

imagesIn che modo il referendum di domani cambierà il futuro irlandese

di Flavio Bacci

In queste ore si stanno consumando commenti, opinioni e sondaggi sull’avvenimento politico del secolo. Come biasimare d’altronde cronisti e politici d’oltremanica che danno libero sfogo alla loro radicata paura (o alla loro smisurata eccitazione) di stracciare l’Unione attraverso una croce su un’anonima scheda elettorale.

Nata in sordina e condannata all’oblio, la campagna per l’indipendenza scozzese è riuscita a ribaltare una situazione che pareva disperata. Con oltre venti punti di distacco nei sondaggi, Salmond e i suoi non avevano grandi aspettative. Oggi, alla vigilia del voto più importante per la Scozia, non solo i nazionalisti stanno mettendo paura alla loro controparte unionista, ma rischiano perfino di vincere e traghettare i loro paese fuori dal Regno Unito. Detto in altre parole, domani il Sì potrebbe decretare il requiem per un’unione nata secoli fa e che ha suscitato nel popolo scozzese tanto odio quanta ammirazione.

Sempre che la visione di una Scozia indipendente riesca a passare, certo. Gli equilibri tra Edimburgo e Londra non saranno mai più gli stessi comunque vada, ma, paradossalmente, le conseguenze più pesanti per l’Unione non le vedremo sopra il Vallo, bensì nelle sei turbolente province del Nord Irlanda.

Chiunque fino a vent’anni fa avrebbe ciecamente scommesso che la prima porzione a lasciare l’Unione sarebbe stata l’Irlanda del Nord. I repubblicani irlandesi hanno messo in campo bombe, lotte politiche, scioperi della fame per andare incontro alla riunificazione cominciata nei primi decenni del XX secolo e ancora mutila. Ironicamente, invece, domani sarà la sorella maggiore a giocarsi il proprio destino politico. Chi lo avrebbe mai detto? Certamente non gli scozzesi, sempre profondamente fieri del loro retaggio culturale, così diverso (a parer loro) da quello inglese; ma mai così oppressi da iniziare una rivolta armata contro il dominio di Londra.

Gli irlandesi erano diversi. Generazioni di orgogliosi repubblicani mettevano a repentaglio sicurezza domestica e libertà personale ingrossando le fila dell’IRA, l’esercito repubblicano che avrebbe dovuto liberarli. In Scozia ci si limitava a guardare verso Belfast con un sentimento misto di paura e ammirazione. Niente di più.

Nell’anno in cui Bobby Sands moriva di inedia in carcere e i repubblicani irlandesi reclamavano a gran voce la riunificazione con lo Stato Libero di Irlanda, il Partito Nazionale Scozzese aveva raccolto solo il 15% dei voti. Nessuno, neppure il più convinto degli indipendentisti scozzesi, osava pensare che il tragitto verso la libertà sarebbe stato più breve da Edimburgo che non da Belfast.

Oggi, 2014, la situazione è radicalmente cambiata. La Scozia che discute animatamente di indipendenza e l’Irlanda del Nord che, invece, deve ancora decidere ‘cosa fare da grande’. La crisi economica e soprattutto politica britannica non ha serrato le fila degli indipendentisti irlandesi che appaiono oggi più divisi che mai.

Se, davanti ad una pinta di birra, oserete chiedere ad un repubblicano di Falls Road che cosa è capitato all’indipendentismo irlandese, vi risponderà che ci sono ‘troppi generali e troppo pochi soldati’ centrando appieno la delicata situazione in cui versa la galassia politica irlandese.

Da una parte, infatti, ci sono i cosiddetti ‘dissidenti’ (definizione che loro stessi rigettano) ovvero i sostenitori della lotta con ogni mezzo e ad ogni costo (compresa l’esumazione dell’IRA) contro Londra e l’Unione e dall’altra i partigiani dello Sinn Fèin, il vecchio braccio armato dell’IRA. Tutte e due le fazioni dicono di volere lo stesso obbiettivo, ovvero la formazione di uno stato irlandese indipendente a 32 contee, eppure appaiono oggi così diversi da non sembrare neppure lontani parenti.

In meno di vent’anni, lo Sinn Fèin è stato indiscusso protagonista di una parabola che lo ha portato dallo slogan ‘Smash Stormont’ (ovvero distruggi Stormont, il parlamento devoluto concesso da Londra) a sedere tra i banchi di quello stesso parlamento. Non solo. Oggi, ex capi dell’IRA, siedono a tavola con la Regina, invocano brindisi e formano governi di coalizione con i membri della vecchie formazioni paramilitari unioniste cui sparavano contro negli anni della guerra civile.

Un po’ come se avessimo assistito ad un governo Berlinguer-Almirante.

Com’era facile da immaginare, le frange tradizionaliste (poi definiti dissidenti appunto) si sono lentamente discostate dalla visione dolcificata del repubblicanesimo irlandese. Attraverso nuove organizzazioni politiche e soprattutto nuove formazioni paramilitari che si rifanno al passato glorioso dell’IRA cercano di ricomporre l’unità così da abbattere lo status quo che si è venuto a creare in Irlanda del Nord.

Il Nord Irlanda 'tifa' Scozia. Black Mountain 08 settembre 2014

Il Nord Irlanda ‘tifa’ Scozia. Black Mountain (Belfast), 8 settembre 2014

Cosa succederebbe a Belfast nel caso di un’ipotetica vittoria del Si all’indipendenza scozzese?

Il referendum scozzese rischia di destabilizzare davvero una situazione politica, già di per se abbastanza complicata. Lo Sinn Fèin, spinto dal successo in Scozia, arriverebbe perfino a chiedere a Londra un referendum facsimile di quello scozzese. Le speranze di una vittoria dei nazionalisti al voto sarebbero limitate, ma si tratterebbe comunque di una partita aperta (e il caso scozzese non mette limiti alla provvidenza).

Se non altro, l’indipendenza scozzese rafforzerebbe l’idea promossa dallo Sinn Fèin che la politica e la diplomazia, più che la violenza, possa far un giorno arrivare la tanto sospirata riunificazione con Dublino. La teoria dell’indipendenza a costo zero (costo ovviamente in termini di vite umane) affascina molti irlandesi che si stanno già chiedendo il motivo delle migliaia di morti in nome della libertà.

D’altra parte il No potrebbe deprimere l’umore degli storici elettori più radicali dello Sinn Fèin, orientandoli verso forme più decise di ribellione, oggi promosse dai dissidenti repubblicani. D’altronde, il partito ha fatto digerire il compromesso storico con la speranza di una pacifica riunificazione; ma 16 anni sono passati dallo storico accordo del Venerdì santo e ancora il confine tra l’Irlanda e l’Unione continua ad esistere. Il naufragio della speranza scozzese potrebbe aggravare la disillusione irlandese.

Non dimentichiamoci poi del potenziale distruttivo che la vittoria del Si avrebbe nei confronti della galassia unionista. I sostenitori nordirlandesi della Regina sono letteralmente terrorizzati dalla prospettiva di svegliarsi il 19 in un’Unione senza la Scozia. Qualche unionista vorrebbe l’invasione militare, qualcun altro ha chiesto il diritto di voto al referendum in virtù di fantomatici antenati scozzesi, qualcuno ha addirittura  immaginato un’irrealistica annessione alla nuova Scozia indipendente.

Peter Robinson, primo ministro dell’Irlanda del Nord e irriducibile unionista, spaventato dalla possibilità che gli odiati/amati partners dello Sinn Fèin possano chiedere un referendum, ha invocato una revisione degli equilibri politici in Irlanda. Come a dire che gli unionisti senza Unione non avrebbero identità e vogliono assicurarsi fin da oggi un futuro politico.

Come uno tsunami ancora più distruttivo del terremoto che l’ha generato, il referendum di domani potrebbe non solo sancire il distacco della Scozia ma anche e soprattutto risvegliare le antiche passioni repubblicane degli irlandesi. Potrebbe annullare le resistenze unioniste. Oppure potrebbe decretare il fallimento della via diplomatica.

In ogni caso tutto quello che possiamo fare è attendere le conseguenze che non tarderanno, ma soprattutto augurare buona fortuna agli amici scozzesi!

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