MASSEREENE TRIAL. UTILIZZATE MUNIZIONI SIMILI A QUELLE DELLA PROVISIONAL IRA

Terzo giorno nel processo per la strage alla base militare di Massereene del 7 marzo 2009. Il racconto di un altro superstite, la chiamata al 999. Emergono nuovi dettagli dei frenetici momenti in cui hanno perso la vita i soldati del Royal Engineers, Mark Quinsey e Patrick Azimkar

“Lo è stato” è la risposta di David Sloan alla domanda se la scena dell’agguato sia stata un pandemonio. Il soldato è stato per sua fortuna solo testimone di quanto accaduto quella sera del 7 marzo 2009. Lui si trovava in guardiola quando dichiara di aver sentito gli spari scambiati in un primo momento per fuochi di artificio. Estratta la pistola uscì all’esterno ma quello che vide erano i suoi compagni a terra e la macchina degli attentatori in fuga.
Durante l’udienza odierna si sono susseguite altre testimonianze. La madre di una delle vittime ha rivissuto la corsa dell’ambulanza con a bordo il figli Mark Quinsey di cui si è tentato fino all’ultimo di salvare la vita. Mentre i paramedici tentavano l’impossibile, era un altro soldato rimasto ferito a cercare di arrestare il flusso di sangue dal collo. Patrick Azimkar invece era già morto.
E’ stato poi letto il comunicato dell’operatrice del 999 che ha ricevuto la chiamata di intervento. Dall’altra parte della cornetta un soldato che gridava e cercava di spiegare che c’era una sparatoria in corso e lui era ferito un braccio. Poi ha interrotto la chiamata senza fornire ulteriori dettagli.
E’ stato rivelato che i 63 proiettili sparati nell’agguato erano della stessa matrice di quelle utilizzate dalla Provisional IRA prima che siglasse il cessate il fuoco. Munizioni proveniente dalla ex Jugoslavia marchiati 1982.
Una delle armi utilizzate nel massacro era già stata impiegata in un paio di occasioni nel 2004, negli attachi contro stazioni di polizia di Randalstown e Derry.
Il processo che vede al banco degli imputati i repubblicani Colin Duffy e Brian Shivers, è stato aggiornato a lunedì. Entrambi continuano a professare la propria estraneità ai fatti.

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