Irlanda, Mons. Martin: “Ci preoccupa il ritorno delle frontiere e del conflitto”

eamon_martinTratto da Zenit di Federico Cenci

L’Arcivescovo di Armagh e Primate d’Irlanda è stato ricevuto in visita ad limina da Papa Francesco, con cui si è parlato delle tante sfide che affronta oggi l’isola

“Siamo sinceramente preoccupati”. A quasi vent’anni dagli Accordi del Venerdì Santo che sancirono la fine della lotta armata, le nubi scure del conflitto e della divisione tornano a incombere sull’isola d’Irlanda. Mons. Eamon Martin, Arcivescovo di Armagh e Primate d’Irlanda dal 2014, nato e cresciuto nella difficile città di Derry, dove nel 1972 si consumò il famoso Bloody Sunday, non nasconde che il clima sociale nell’isola è ad oggi tutt’altro che sereno.

Mentre rilascia quest’intervista a ZENIT, le urne in Irlanda del Nord sono aperte per eleggere i nuovi membri del Parlamento di Belfast. Dopo le elezioni, fra i primi temi sul tavolo ci sarà la Brexit. Ad oggi tra le due Irlande non c’è traccia di posti di blocco, il passaggio da Dublino a Belfast avviene senza interruzioni. Ma quando Londra lascerà l’Unione Europea, quello del confine sarà un nodo che il Governo britannico avrà il compito di dover sciogliere.

Confini nell’isola che non esistono per la Chiesa cattolica. La Conferenza episcopale è una sola e i suoi membri sono stati ricevuti il 20 gennaio scorso da Papa Francesco in visita ad limina in Vaticano. Con il Pontefice – come riferisce a ZENIT mons. Martin – si è parlato della delicata situazione degli abusi sessuali e delle sfide pastorali in una società sempre più secolarizzata e agitata dalla crisi politica.

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Eccellenza, come è andato l’incontro con il Papa?

È stato un momento straordinario. Per molti vescovi, me incluso, è stata la prima visita ad limina. Il Santo Padre è stato molto accogliente e desideroso di conoscere le nostre esperienze pastorali come vescovi in Irlanda.

Quali sono i maggiori impegni pastorali in Irlanda? Ci sono temi che avete approfondito in particolare?

Molto è cambiato per noi nei dieci anni dall’ultima visita ad limina con Benedetto XVI, quindi c’era tanto da discutere. Anzitutto si è parlato con Papa Francesco degli sforzi in atto per tutelare i bambini e le persone vulnerabili dagli abusi. Durante la nostra visita è stato pubblicato un rapporto sugli abusi nell’Irlanda del Nord redatto da Sir Anthony Hart che è servito a ricordarci che c’è ancora tanto lavoro da svolgere in questo senso. Abbiamo poi affrontato il tema delle vocazioni in Irlanda e del ministero dei nostri sacerdoti e religiosi. Siamo consapevoli della diminuzione del numero di sacerdoti e del maggior carico di lavoro che ne consegue. Siamo grati per la loro dedizione ai preti irlandesi, per la gentilezza e per il supporto continuo ai fedeli. La Chiesa d’Irlanda è in un periodo di transizione che è anche un’occasione per noi di uscire in “chiave missionaria”. Ciò significa abbandonare il clericalismo per abbracciare i carismi dei fedeli laici, in particolare delle donne. È una cosa che sta avvenendo e ne rendiamo grazie a Dio.

Avete invitato Papa Francesco in Irlanda in occasione dell’Incontro Mondiale delle Famiglie che si terrà a Dublino nel 2018?

Naturalmente abbiamo discusso di questo evento, ribadendo il nostro invito a Papa Francesco ad unirsi a noi in quell’occasione. La pastorale familiare resta una priorità per noi. Per l’Irlanda l’Incontro Mondiale delle Famiglie rappresenta più di un evento “una tantum”. Guardiamo ad esso come ad un’opportunità di grazia, per celebrare e approfondire le ricchezze del “Vangelo della Famiglia”.

Prima delle elezioni in Nord Irlanda, voi vescovi avete preparato un documento per gli elettori. Perché?

Come vescovi, abbiamo il dovere di servire i fedeli e predicare il Vangelo. È un momento critico per la nostra società. Gli ultimi mesi hanno svelato la realtà che i principi dell’Accordo del Venerdì Santo, che è stato concordato nel 1998, non sono forse così radicati come si potrebbe sperare. C’è stato un ritorno al linguaggio della divisione ed è importante che tutti nella comunità si mettano dietro ai nostri rappresentanti eletti ieri per esortarli a non vanificare gli enormi progressi compiuti. Tutti noi abbiamo delle responsabilità in questo senso, anche le Chiese, la comunità imprenditoriale, così come i governi britannico e irlandese come co-garanti dell’Accordo del Venerdì Santo e del processo di pace. Dobbiamo tutti evitare l’uso di un linguaggio aspro o arrabbiato o la tentazione di giocare a “scaricabarile”, piuttosto che accettare la nostra responsabilità collettiva per il passato, presente e futuro. I nostri politici hanno la preziosa vocazione a lavorare per il bene comune e ad esercitare la loro leadership attraverso l’attenta pratica del compromesso.

È cambiata molto la situazione in Irlanda del Nord negli ultimi venti anni. Cosa hanno rappresentato per Lei – primate d’Irlanda nato a Derry – gli Accordi del Venerdì Santo?

Molto è cambiato in questa parte d’Irlanda negli ultimi venti anni, in particolare con la firma degli Accordi del Venerdì Santo, di cui non possiamo sottovalutare l’importanza. Sono cresciuto in un periodo difficile e in una città tormentata e divisa come Derry. Tuttavia abbiamo dimostrato che è possibile trovare un terreno comune per costruire un futuro di pace e condiviso. Ora altre regioni difficili del mondo guardano a noi in Irlanda del Nord come ad un faro di speranza per il raggiungimento della pace. C’è una nuova generazione che è ormai cresciuta senza esperienza culturale di violenza. Sarei terribilmente deluso se questi giovani venissero manipolati alla violenza. Come società abbiamo appena iniziato ad affrontare la terribile eredità del trauma che gli anni di conflitto ci hanno lasciato alle spalle.

La Brexit può avere un impatto in Irlanda?

L’Irlanda, Nord e Sud, si trova in uno stato di incertezza a causa della Brexit. Non sappiamo se la Brexit potrebbe avere un impatto sociale, culturale, politico ed economico. Esser parte dell’Europa ci ha aiutati a guardare ai nostri problemi in modo meno chiuso, insulare. Nonostante le rassicurazioni del premier britannico Teresa May e del Taoiseach d’Irlanda (capo del Governo, ndr) Enda Kenny, si è tornati a discutere dei confini tra il Nord e il Sud d’Irlanda e delle restrizioni alla circolazione delle merci. C’è paura anche per le restrizioni alla circolazione delle persone. Questo tipo di nervosismo, combinato con l’incertezza e la mancanza di fiducia nel Governo in Irlanda del Nord, può essere un cocktail pericoloso. Purtroppo – come in tutte le situazioni di conflitto – sarebbero i poveri, gli emarginati, i socialmente ed economicamente svantaggiati, a soffrire di più e ad essere più vulnerabili alla violenza e alla disperazione. Dobbiamo evitarlo a tutti i costi.

Quindi il ritorno delle frontiere e delle violenze in Irlanda sono fonte di preoccupazione concreta?

Sinceramente siamo preoccupati. La Chiesa cattolica, così come metodisti, presbiteriani e anglicani, ha un’organizzazione unitaria su tutta l’isola. La Conferenza Episcopale d’Irlanda è una. Armagh, che è la mia Arcidiocesi, è costituito da circa il 60% delle persone situate in Irlanda del Nord e il restante 40% nella Repubblica. Naturalmente i confini più pericolosi possono radicarsi nella nostra mente, con atteggiamenti di esclusione nei confronti di migranti, rifugiati, persone di altre convinzioni politiche. L’Irlanda del Nord è un piccolo posto. Tuttavia il passato ha dimostrato che la violenza in Irlanda del Nord può avere un impatto destabilizzante molto al di là dei suoi confini. Ritengo, pertanto, che l’Europa, la Gran Bretagna e l’Irlanda debbano avere un’importante responsabilità condivisa, per aiutare a trovare una soluzione unica per il futuro dell’Irlanda del Nord.

In Irlanda si sta discutendo la possibilità di modificare l’ottavo emendamento dell’art. 40 della Costituzione, che sancisce il diritto alla vita del bambino non ancora nato. Qual è il clima del dibattito? Riguardo a temi come aborto e matrimonio omosessuale, sembra che partiti protestanti in Nord Irlanda abbiano posizioni più vicine a quelle della Chiesa cattolica rispetto a storici partiti che rappresentano la comunità cattolica…

Il 5 marzo a Dublino la Chiesa parteciperà alla Citizens’ Assembly (gruppo di 99 cittadini irlandesi estratti a sorte con il compito di prendere in modo collegiale decisioni legate a grandi questioni, in questo caso si discuterà della possibile modifica dell’ottavo emendamento dell’art. 40 della Costituzione, ndr). Nella relazione che presenteremo – dal titolo Two Lives, One Love (Due Vite, Un Amore) – affermiamo con convinzione che la vita umana è sacra dal concepimento fino alla morte naturale. La cancellazione dell’ottavo emendamento dell’art. 40 della Costituzione irlandese non servirebbe a nulla se non a negare il diritto alla vita di alcune categorie di bambini non ancora nati. Così cambierebbe radicalmente il principio per cui il diritto alla vita è un diritto fondamentale. Papa Francesco parla di “rivoluzione della tenerezza”. Per me questo emendamento tiene teneramente insieme il diritto alla vita della madre e del suo bambino. Due vite, un amore. Sostenere e alimentare una cultura della vita è nell’interesse di ogni donna e di ogni società. Ne deriva anche l’obbligo ad essere misericordiosi nei confronti di una donna incinta e di un padre che hanno bisogno di aiuto durante una gravidanza in crisi.

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