MINACCE DI MORTE ‘CONCRETE’ A GERRY ADAMS, ACCOLTO COME UN EROE A WEST BELFAST

Lo Sinn Fein ha accusato coloro che sono contrari al processo di pace, di essere i responsabili della minaccia di morte rivolta a Gerry Adams. Il leader repubblicano acclamato come un eroe a West Belfast 

Raymond McCartney, MLA dello Sinn Fein, ha dichiarato: “Un funzionario della PSNI ha avvertito Colette, moglie di Gerry Adams, di essere in possesso informazioni circa una minaccia credibile per la vita di Gerry, che in quel momento non era in casa”.

“Chiaramente ci sono elementi che si oppongono al processo di pace e sono anti – Sinn Fein. Noi non permetteremo loro di avere successo e non saremo deviato dalla nostra determinazione a costruire il processo di pace”.

Anche Bobby Storey, è stato anche avvertito di minacce di morte a suo carico.

Intanto, nella serata di lunedì, Gerry Adams ha ricevuto un’accoglienza da eroe a West Belfast, dove ha partecipato il suo primo meetingo dello Sinn Fein dal suo arresto .

Circa 700 persone – tra cui un contingente sudafricano – hanno applaudito e gridato di Adams al suo arrivo, affiancato dal Vice Primo Ministro Martin McGuinness e dall’euro candidata Martina Anderson .

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Un pensiero su “MINACCE DI MORTE ‘CONCRETE’ A GERRY ADAMS, ACCOLTO COME UN EROE A WEST BELFAST

  1. Per una serie di circostanze (grazie all’invito dell’amica Orsola Casagrande e del compianto Stefano Chiarini) ho potuto documentare fotograficamente una visita di Gerry Adams a Venezia nel maggio 1994. Quella che doveva essere una semplice presentazione del suo libro preceduta da un paio di interviste era poi diventata un momento quasi storico. Ricordo bene la concentrazione di Gerry Adams mentre, da una cabina telefonica pubblica, si informava presso il Sinn Fein sulla risposta di Londra (fino a quel momento inaspettata) in merito a una ventina di domande poste dal movimento repubblicano (in pratica una proposta di colloqui e trattative). “Fortuna che avevano detto di non aver niente da rispondere” aveva commentato (cito a memoria, ma il senso era quello) mentre nella redazione di un giornale locale (mi pare La Nuova Venezia) il fax sfornava metri e metri di risposta ufficiale (21 pagine!) da parte del governo inglese. In seguito, anche se il cammino è stato talvolta tortuoso, le cose come è noto le cose andarono avanti. Un ricordo particolare per il compagno Terence “Tarloc” Clarke, storico militante repubblicano presente a Venezia e di cui qualche tempo dopo mi era giunta la notizia della morte. Per la cronaca, le foto di quella giornata vennero inviate a Gerry Adams e alla moglie di Tarloc.
    GS
    STRADE DI BELFAST
    (Gianni Sartori, Venezia 20 maggio 1994)
    Abbiamo intercettato Gerry Adams (recentemente definito come “le due parole più odiate dai loyalisti filoinglesi”) dalle parti di Rialto mentre si aggirava per calli e canali, pervaso da sincero entusiasmo, in occasione della sua prima passeggiata veneziana. Era arrivato la sera prima e ripartiva quella sera stessa: una visita brevissima scandita da qualche intervista rigorosamente selezionata e dalla presentazione del suo libro “Strade di Belfast”(Pubblicato in Italia da Gamberetti editrice, tradotto da Orsola Casagrande, prefazione di Ronan Bennet) presso la “Scuola dei Calegheri”. Come è noto il leader del Sinn Féin a Belfast deve dormire ogni notte in un luogo diverso e la sua casa è stata ripetutamente oggetto di attentati. Nell’insolita veste di turista a Venezia ha trovato il tempo per ammirare San Marco e dintorni, per qualche foto ricordo e anche per un paio di doverose soste nelle rinomate osterie locali. Per la cronaca riferisco che, come ex detenuto, si è particolarmente interessato al Ponte dei Sospiri (quello che conduceva alle prigioni) e che a pranzo, dopo laboriose ricerche sui termini inglesi equivalenti, ha scelto “bigoi” di primo e “poenta e bacalà” di secondo.
    IL CONFLITTO NORDIRLANDESE NELLA LETTERATURA
    Il conflitto che lacera l’Irlanda del Nord nella sua fase attuale si protrae ormai da 25 anni e ha generato una quantità enorme di narrativa in proposito ma molto poca di questa letteratura sembra avere un autentico valore.
    Finora hanno prevalso gli autori di thriller, la pubblicazione di storie con trame irreali. I personaggi sono improbabili, più che altro caricature. Anche gran parte della letteratura seria ha contribuito a banalizzare la natura del conflitto, semplificandolo e rifiutandosi di analizzarlo. Secondo Gerry Adams è possibile individuare alcune delle principali convenzioni, veri e propri stereotipi, adottate dagli scrittori e ricorrenti nelle descrizioni del conflitto nordirlandese:
    “Prima convenzione: il conflitto nordirlandese è un conflitto irrisolvibile.
    Seconda convenzione: in ogni caso la gente “normale” ne resta fuori, non viene coinvolta.
    Terza convenzione: i militanti di entrambe le opposte fazioni sono in qualche modo degli psicopatici.
    Quarta convenzione: la presenza inglese è necessaria”.
    Queste convenzioni ricorrono, come una vera e propria congiura, una sistematica manipolazione propagandistica, in gran parte della produzione narrativa. Per varie ragioni, non propriamente nobili. Soprattutto perché la maggior parte degli scrittori non ha interesse a impegnarsi politicamente, a schierarsi. Molti di loro arrivano a sostenere che quello che sta accadendo in Irlanda non è riconducibile alla politica.
    In questo il libro di Gerry Adams è molto diverso dalle opere di altri scrittori che si sono occupati della gente di Belfast. La diversità consiste nel fatto che Adams proviene da qui, vive da quarantacinque anni in quelle stesse aree della città; vede quindi quella gente come esseri umani reali, senza sovrapporvi stereotipi; li vede e li descrive nei suoi libri in profondità, “a più dimensioni”. Altri scrittori, magari ritenuti esperti nell’introspezione psicologica, falliscono completamente quando si tratta di fare una analisi psicologica realistica della gente di Belfast. Dichiara Ronan Bennet, autore dell’introduzione, che “spesso mi è capitato di leggere dei libri ben recensiti dalla stampa, libri definiti molto attenti alla realtà del conflitto ma quando li ho letti non vi ho riconosciuto la gente di West Belfast”. Invece, per una reale descrizione di questa gente, “Strade di Belfast” non ha uguali.
    Va anche ricordato come prima degli anni Ottanta fosse molto diffusa e data per scontata, l’idea che i Repubblicani tenessero in pugno la gente dei quartieri cattolici; che l’appoggio della popolazione alle lotte fosse in qualche modo estorto. Ma poi questa stessa gente ha liberamente eletto Gerry Adams al Parlamento. Questo fatto incontestabile ha costretto la propaganda britannica a fare marcia indietro e mobilitarsi per demonizzare l’intera comunità cattolica, “complice” dei Repubblicani. Tra gli altri meriti, il libro di Gerry Adams ha anche quello di restituire alla gente di West Belfast la sua identità.
    L’UNICO IRLANDESE BUONO È QUELLO MORTO?
    Cosa puoi dirci della produzione letteraria in Irlanda? Cosa è cambiato negli ultimi anni?
    Fino a non molto tempo fa in Irlanda lo scrivere sembrava essere interdetto ad alcuni soggetti sociali: la letteratura escludeva le donne, la classe operaia e i Repubblicani. Attualmente la situazione è migliorata, grazie soprattutto al fatto che molti scrittori si sono riappropriati della letteratura.
    E per quanto riguarda la produzione letteraria riguardante il conflitto?
    Ovviamente scrivere sul conflitto è una questione difficile. Ci sono centinaia di libri su questa lotta, in particolare romanzi gialli, thriller. Per un certo genere di scrittori il conflitto nordirlandese è una grossa fonte di ispirazione. Possono ambientarvi le loro trame, proiettarvi i loro eroici protagonisti. Per lo più si tratta di agenti segreti mandati clandestinamente a Belfast dagli Inglesi contro l’IRA che, di solito, ha rapito improbabili vittime (come principesse, cavalli da corsa…) o comunque per portare a termine rischiose operazioni.
    In genere l’eroe sconfigge i cattivi Irlandesi e ritorna vincitore, dopo avere anche avuto qualche storia d’amore. Una trama per lo più scontata (da parte mia vorrei citare “La preda di Harry” che, pur ricalcando alcuni dei soliti stereotipi, presenta un finale diverso. Infatti, muore anche il protagonista inglese, ucciso per errore dalle truppe britanniche, non solo il volontario repubblicano braccato, ndr).
    C’è un mio amico che insegna all’università e che ha impostato un suo corso proprio su questi stereotipi letterari, peraltro ricorrenti quando si parla dell’Irlanda.
    CIVILIZZAZIONE O COLONIZZAZIONE?
    Questo crea dei problemi per quanto riguarda una corretta informazione sulle ragioni del conflitto?
    In effetti è una cosa molto seria. A livello di massa la gente può veramente convincersi che buona parte dei Repubblicani è costituita da mezzi esaltati o addirittura psicopatici (come appaiono spesso in questi romanzi) che passa il tempo a complottare su come rapire giovani principesse o veloci cavalli da corsa. Il messaggio è chiaro ed è quello che ritroviamo sempre nel modo in cui i colonialisti pretendono di interpretare la storia irlandese. Secondo queste teorie gli Inglesi non sarebbero venuti in Irlanda per occupare il nostro paese ma per civilizzarci e salvarci dalla barbarie.
    Dimenticando naturalmente che questa opera di “civilizzazione” implicava il fatto di farci cambiare i nostri usi e costumi, la nostra cultura, la nostra stessa identità.
    A proposito di identità. Per un popolo oppresso è fondamentale conservare la propria lingua tradizionale. Questo immagino valga anche per la lingua irlandese?
    Naturalmente. La lingua irlandese è una delle più antiche, una delle prime ad essere state trascritte. Esiste una vastissima produzione letteraria che si perde nei secoli. La tradizione orale in parte è stata soppiantata dalla lingua scritta ma comunque resiste ancora, vive anche nell’era televisiva. E con essa resta viva anche la nostra identità.
    Quale scopo ti proponevi scrivendo questo libro? Contrastare la letteratura basata su stereotipi in merito al conflitto?
    Questo libro non è stato scritto per combattere stereotipi e convenzioni letterarie. Quello che ho cercato e cerco di fare è raccontare delle storie. Nonostante ciò quando è stato pubblicato in Irlanda la televisione ne ha rifiutato la pubblicità (naturalmente gli editori hanno portato il caso in tribunale). Una delle motivazioni era che non si poteva permettere a Gerry Adams di presentarsi come uomo di cultura (in quanto “barbaro e rappresentante di barbari” ); evidentemente permane ancora il tentativo da parte dei media di interpretare e descrivere il conflitto come “guerra tra barbari”.
    COSÌ HO COMINCIATO A SCRIVERE…
    Come è nata la tua vocazione di scrittore?
    È cominciata in prigione. Questo libro non è nato come tale. Quando ero in prigione scrivevo per “Republican News”. All’inizio dovevano essere articoli politici. Scrivevo in una situazione abbastanza particolare: una cella con il soffitto in filo di ferro, poco più grande di questa stanza, dove stavano concentrate trenta persone e i relativi letti a castello. Quando, per es., cominciavo a scrivere che il tal primo ministro aveva fatto un annuncio e cercavo di spiegare, di trovare un significato, gli altri 29 prigionieri esprimevano la loro opinione. Non solo sul primo ministro ma anche sulla mia opinione sul primo ministro; a questo poi naturalmente si aggiungeva la loro opinione sulla mia opinione sulla loro opinione sul primo ministro. E così via. Quando i miei articoli cominciarono a diventare storie sui prigionieri, sulla nostra situazione. Eravamo in trenta dentro una cella; in un braccio con quattro celle; in ventidue blocchi… C’era una varietà umana incredibile, persone di età ed estrazione diversa; da quelli giovanissimi a quelli già in età pensionabile, provenienti sia dalle città che dalle aree rurali… Così ogni settimana scrivevo cosa succedeva, come si comportavano. Mettevo insieme la mia storia (personalmente ho molto apprezzato quella sul processo al topo caduto nel porridge di un detenuto e infine assolto e rimesso in libertà, ndr), la mettevo in una scatola di tabacco appesantita con delle pietre (la chiamavamo “il piccione”) e la lanciavamo in un altro blocco. Da qui lo scritto veniva portato fuori con qualche espediente. Naturalmente uno dei compiti dei secondini era impedirci di portare all’esterno quello che, secondo gli stereotipi, noi non avremmo saputo fare. Dato che i barbari non sanno scrivere. Alcune storie contenute in questo libro erano state scritte in prigione e poi dimenticate. Naturalmente nella mia attività politica ho dovuto scrivere soprattutto cose politiche ma come hobby ho continuato a prendere appunti, a fissare idee (nei treni, durante gli spostamenti…) da cui poi ricavare storie.
    DA GIBILTERRA A MILLTOWN
    Avevi accennato ad alcuni episodi che vi hanno spinto ad incrementare, ad incoraggiare una produzione letteraria che contribuisse a ristabilire la vera immagine della gente dei quartieri repubblicani…
    Nel 1988 i Servizi (le S.A.S., teste di cuoio britanniche, ndr) avevano assassinato tre militanti dell’IRA a Gibilterra. Quando le bare erano tornate a Belfast, nel cimitero cattolico di Milltown, i funerali sono stati attaccati. Tre persone sono state uccise e 64 ferite. L’episodio venne ripreso dalle televisioni di tutto il mondo. Forse ricordi le immagini di un un uomo (il loyalista autore dell’attentato) che fuggiva tra le tombe. Anche se non è questo l’argomento di cui voglio parlare ricordo che le armi erano state fornite dagli Inglesi e che l’attentatore, un ex detenuto loyalista, aveva avuto precise informazioni su quali esponenti repubblicani sarebbero stati presenti al funerale. In quella occasione i giornali avevano avuto parole di apprezzamento per i giovani che lo avevano inseguito e catturato vivo, in quanto avevano agito disarmati. Ma due giorni dopo, al funerale di una delle tre vittime dell’attentato loyalista, una macchina si introdusse nel corteo. A bordo c’erano due uomini armati, due soldati inglesi in borghese. Vennero circondati dalla folla che temeva un altro attacco settario e questi spararono alcuni colpi di pistola. Come sai vennero catturati dalla folla e linciati. E la gente di West Belfast, la stessa che due giorni prima era stata apprezzata, venne descritta come barbara, assassina, selvaggia… Da quel momento West Belfast e tutti i suoi abitanti furono oggetto di pesanti campagne denigratorie. L’intera comunità venne considerata responsabile dell’uccisione. Non si faceva nessun tentativo per capire la situazione psicologica di questa gente che due giorni prima era stata attaccata durante un funerale; tutti venivano considerati responsabili.
    Una delle risposte a questa campagna denigratoria è stata quella di organizzare manifestazioni di segno opposto, che mostrassero la realtà del nostro popolo. Organizzammo pubbliche letture di poesie, incontri sportivi, proiezioni cinematografiche, dibattiti…
    Dopo un anno questo “festival” cominciò ad avere grandi adesioni. Quello che all’inizio era stato organizzato come una “forma di sopravvivenza”, per non perdere la propria identità deturpata dai media, (far vedere che questa gente sapeva anche cantare, scrivere poesie, libri…) è divenuto qualcosa di molto più grande. Questo libro è appunto il mio contributo a questa opera, un riconoscimento, una celebrazione della mia gente. Ho voluto far vedere anche l’altra faccia della medaglia, quella dimenticata dai media. In questo senso ho anche detto che è stato scritto soprattutto per quella stessa gente di cui si parla nel libro. Naturalmente mi fa piacere che venga letto anche altrove. Anche noi abitanti dei quartieri repubblicani dobbiamo ricordarci che c’è un mondo oltre West Belfast.
    Ma la gente di West Belfast è gente particolare, “speciale”? Predisposta a combattere?
    Non direi. La gente di Belfast non è particolarmente combattiva. Quello che succede a Belfast è quello che succederebbe ovunque in quella situazione. Per esempio se voi foste sotto l’occupazione militare, la repressione di uno stato straniero, probabilmente alcuni combatterebbero, altri no, altri ancora troverebbero una via di mezzo. La maggior parte sicuramente andrebbe avanti con la propria vita di ogni giorno. Lo stesso accade a West Belfast. Potenzialmente è una situazione universale.
    DA BALLYMURPHY A SOWETO
    Tento di spiegarmi brevemente con due storie simili, storie analoghe a quelle raccontate nel mio libro. Dopo le recenti elezioni in Sudafrica, alla televisione abbiamo cominciato a vedere film e documentari che non si erano mai visti finché Mandela e i Neri erano considerati dei “barbari”. In uno che ho visto recentemente davano la parola alla gente di Soweto e mi sono riconosciuto in una precisa situazione. Quando ero bambino eravamo una famiglia molto numerosa e mia madre si dava da fare per trovare una casa adeguata. Dopo anni e anni gliene venne assegnata una, un alloggio popolare in costruzione, a Ballymurphy, un quartiere cattolico. Alla domenica andò a vedere le fondamenta e poi in seguito andava ogni domenica a vederla, man mano che veniva costruita.
    In quel documentario che ti dicevo sulla gente di Soweto c’era una donna nera che raccontava di quando da giovane aveva molti figli piccoli; le avevano promesso una casa, un alloggio popolare e ogni domenica andava a vedere questa casa in costruzione. Proprio come mia madre. E questo accadeva mentre, sia in Irlanda che in Sudafrica, le lotte, gli scontri, le violenze imperversavano. Tra l’altro alla fine la casa di questa donna venne costruita attorno ad un masso. Lei raccontava questo fatto in modo molto umoristico; raccontava di quanto erano stati stupidi a costruire la casa attorno ad un masso. In questo ho riconosciuto lo stile, l’atmosfera delle storie di West Belfast.Quindi, concludo, West Belfast è in Sudafrica, in Messico, dovunque la gente mostra il suo coraggio, la sua dignità, la sua pazienza incredibile e anche la sua ironia di fronte a quello che è costretta a sopportare.
    QUANDO LA STORIA VIENE RIMOSSA
    A tuo avviso il conflitto ha determinato una diversa mentalità tra Irlanda del Nord e Repubblica? Lo chiedo perché spesso ho avuto l’impressione che al sud non fossero molto interessati alle lotte della comunità cattolica del Nord…
    Non credo ci sia una sostanziale differenza di mentalità. Ci sono invece due realtà politiche molto diverse. Bisogna riconoscere che questi settanta anni di divisione dell’Isola sono stati un vero fallimento non solo dal punto di vista sociale (anche al sud larghi strati della popolazione vivono in povertà) ma soprattutto dal punto di vista culturale. Quando la questione della riunificazione non era rivendicata dalla gente del nord questo forniva un buon argomento, un alibi alla classe politica del sud. Ma quando la gente del nord ha cercato delle soluzioni, i politicanti di Dublino hanno dovuto preoccuparsi dei loro interessi politici che la ripresa delle lotte contro l’oppressione coloniale metteva in discussione. Questo ha portato ad un notevole revisionismo della storia irlandese, con una vera e propria rimozione delle lunghe battaglie per l’indipendenza. Perfino la Rivolta di Pasqua del 1916 non viene celebrata dal Governo di Dublino! Infatti diventa difficile spiegare perchè era giusto lottare contro gli inglesi nel ’16 e ora no.
    Questo naturalmente crea anche problemi di identità perchè un popolo deve sapere da dove viene per sapere dove andare.
    Tra l’altro, come sai, fino al gennaio di quest’anno (1994) gli esponenti e i candidati del Sinn Fein non potevano parlare in televisione. Il bando risaliva addirittura a vent’anni prima. Puoi immaginare cosa significhi per un trentenne che non ha mai sentito alla televisione una dichiarazione dei Repubblicani: non puoi certo pretendere che abbia le idee chiare in proposito. Contemporaneamente bisogni riconoscere che anche il Sinn Fein ha precise responsabilità in questo scarso interesse dimostrato dai cittadini della Repubblica. Una delle principali sfide a cui dobbiamo far fronte nell’immediato futuro è quella di saper rappresentare una valida alternativa politica anche per le 26 contee (la Repubblica, ndr).
    Naturalmente in questo atteggiamento è presente anche la paura. Il conflitto del nord fa paura. È comprensibile che le violenze, gli omicidi, la repressione vengano temuti e respinti, rifiutati.
    Ma nonostante questo bisogna ricordare che, quando ne ha avuto la possibilità, la maggior parte della gente si è espressa a favore del ritiro delle truppe. Non è molto che è stato chiesto al Primo Ministro irlandese perché non vogliono indire un Referendum sugli articoli 1 e 2 (quelli che riguardano i confini tra Repubblica e Irlanda del Nord, ndr). Ha risposto, testualmente: “Perché lo perderemmo”.
    Nonostante tutte queste evidenti contraddizioni penso si possa affermare che la stragrande maggioranza degli irlandesi ha un profondo desiderio di vedere l’Isola completamente libera. La nostra proposta congiunta di pace (fatta da Gerry Adams per il Sinn Fein e da John Hume, leader del partito cattolico socialdemocratico, ndr) è stata ben accetta anche nella Repubblica.
    NOI VOGLIAMO CHE QUESTA GUERRA ESCA DALLE NOSTRE VITE
    A proposito della proposta di pace. Da qualche parte si sussurra che rischi di cadere nel nulla, che la parola potrebbe tornare alla repressione da un lato e agli attentati dall’altro. Come stanno effettivamente le cose?
    Le ultime dichiarazioni del Governo inglese sono di fatto una risposta alle proposte irlandesi. Gli Inglesi rispetto al processo di pace si sono mossi in modo riluttante ma i chiarimenti arrivati in questi giorni (proprio la mattina dell’intervista, 20 maggio, grazie al fax di un quotidiano veneziano, Adams si era visto recapitare ventun pagine di chiarimenti, ndr) sono un fatto importante. Prima di Natale il Sinn Féin aveva chiesto precisazioni (tramite il premier irlandese Albert Reynolds) in merito alla cosiddetta Dichiarazione di Downing Street ma ci era stato mandato a dire da fonti ufficiali che “non c’era bisogno di alcuna precisazione”. Il nostro è un documento di venti domande in merito a questioni molto importanti riguardanti il testo della Dichiarazione, le differenti interpretazioni che danno della Dichiarazione i due Governi, quali siano i processi e le strutture che si svilupperanno dalla Dichiarazione.
    Adesso hanno accettato di rispondere e per cominciare sono arrivate ben ventun pagine di chiarimenti. Niente male se pensiamo che “non c’era bisogno di alcuna precisazione”.
    Ora bisogna vedere che ruolo svolge tutto questo nel processo di pace. L’ho ricevuto solo oggi; la mia prima risposta è che ci rapporteremo in modo positivo per far progredire la situazione. Comunque il processo di pace va avanti anche indipendentemente dall’importanza di questo nuovo documento. Noi vogliamo che questa guerra esca dalle nostre vite (purtroppo non sembra che per ora questa sia anche l’aspirazione delle bande loyaliste: nei giorni immediatamente successivi, proprio in risposta alla ripresa del negoziato, ci sono stati vari attentati contro sedi e locali del Sinn Féin, non solo a Belfast ma anche a Dublino, ndr).
    LA CAUSA DETERMINANTE DEL CONFLITTO È LA PRESENZA INGLESE
    Un motivo ricorrente quando si parla dell’Irlanda è che il conflitto è sostanzialmente una lotta settaria legata a discriminanti religiose. Questo in genere chiude il discorso, isola la questione da tutte le implicazioni politiche, sociali… Cosa puoi dirci in proposito?
    Indubbiamente c’è anche una componente settaria, ma comunque è secondaria. La causa determinante del conflitto è la presenza inglese. Insistere solo sul fattore religioso è appunto uno degli stereotipi generalmente adottati dalla narrativa, quella che ci mostra da un lato i fanatici settari loyalisti e dall’altro i bigotti cattolici anche loro con la loro buona dose di settarismo. Entrambi sostanzialmente malvagi.
    Ormai è chiaro a chiunque abbia un minimo di esperienza dell’Irlanda del Nord che questa è un’analisi falsa e superficiale, una posizione di comodo per non affrontare il vero problema.
    STRADE DI BELFAST
    Abbiamo intercettato Gerry Adams (recentemente definito come “le due parole più odiate dai loyalisti filoinglesi”) dalle parti di Rialto mentre si aggirava per calli e canali, pervaso da sincero entusiasmo, in occasione della sua prima passeggiata veneziana. Era arrivato la sera prima e ripartiva quella sera stessa: una visita brevissima scandita da qualche intervista rigorosamente selezionata e dalla presentazione del suo libro “Strade di Belfast”(Pubblicato in Italia da Gamberetti editrice, tradotto da Orsola Casagrande, prefazione di Ronan Bennet) presso la “Scuola dei Calegheri”. Come è noto il leader del Sinn Féin a Belfast deve dormire ogni notte in un luogo diverso e la sua casa è stata ripetutamente oggetto di attentati. Nell’insolita veste di turista a Venezia ha trovato il tempo per ammirare San Marco e dintorni, per qualche foto ricordo e anche per un paio di doverose soste nelle rinomate osterie locali. Per la cronaca riferisco che, come ex detenuto, si è particolarmente interessato al Ponte dei Sospiri (quello che conduceva alle prigioni) e che a pranzo, dopo laboriose ricerche sui termini inglesi equivalenti, ha scelto “bigoi” di primo e “poenta e bacalà” di secondo.
    IL CONFLITTO NORDIRLANDESE NELLA LETTERATURA
    Il conflitto che lacera l’Irlanda del Nord nella sua fase attuale si protrae ormai da 25 anni e ha generato una quantità enorme di narrativa in proposito ma molto poca di questa letteratura sembra avere un autentico valore.
    Finora hanno prevalso gli autori di thriller, la pubblicazione di storie con trame irreali. I personaggi sono improbabili, più che altro caricature. Anche gran parte della letteratura seria ha contribuito a banalizzare la natura del conflitto, semplificandolo e rifiutandosi di analizzarlo. Sarebbe in proposito possibile individuare alcune delle principali convenzioni, veri e propri stereotipi, adottate dagli scrittori e ricorrenti nelle descrizioni del conflitto nordirlandese.
    Prima convenzione: il conflitto nordirlandese è un conflitto irrisolvibile.
    Seconda convenzione: in ogni caso la gente “normale” ne resta fuori, non viene coinvolta.
    Terza convenzione: i militanti di entrambe le opposte fazioni sono in qualche modo degli psicopatici.
    Quarta convenzione: la presenza inglese è necessaria.
    Queste convenzioni ricorrono, come una vera e propria congiura, una sistematica manipolazione propagandistica, in gran parte della produzione narrativa. Per varie ragioni, non propriamente nobili. Soprattutto perché la maggior parte degli scrittori non ha interesse a impegnarsi politicamente, a schierarsi. Molti di loro arrivano a sostenere che quello che sta accadendo in Irlanda non è riconducibile alla politica.
    In questo il libro di Gerry Adams è molto diverso dalle opere di altri scrittori che si sono occupati della gente di Belfast. La diversità consiste nel fatto che Adams proviene da qui, vive da quarantacinque anni in quelle stesse aree della città; vede quindi quella gente come esseri umani reali, senza sovrapporvi stereotipi; li vede e li descrive nei suoi libri in profondità, “a più dimensioni”. Altri scrittori, magari ritenuti esperti nell’introspezione psicologica, falliscono completamente quando si tratta di fare una analisi psicologica realistica della gente di Belfast. Dichiara Ronan Bennet, autore dell’introduzione, che “spesso mi è capitato di leggere dei libri ben recensiti dalla stampa, libri definiti molto attenti alla realtà del conflitto ma quando li ho letti non vi ho riconosciuto la gente di West Belfast”. Invece, per una reale descrizione di questa gente, “Strade di Belfast” non ha uguali.
    Va anche ricordato come prima degli anni Ottanta fosse molto diffusa e data per scontata, l’idea che i Repubblicani tenessero in pugno la gente dei quartieri cattolici; che l’appoggio della popolazione alle lotte fosse in qualche modo estorto. Ma poi questa stessa gente ha liberamente eletto Gerry Adams al Parlamento. Questo fatto incontestabile ha costretto la propaganda britannica a fare marcia indietro e mobilitarsi per demonizzare l’intera comunità cattolica, “complice” dei Repubblicani. Tra gli altri meriti, il libro di Gerry Adams ha anche quello di restituire alla gente di West Belfast la sua identità.
    L’UNICO IRLANDESE BUONO È QUELLO MORTO?
    Cosa puoi dirci della produzione letteraria in Irlanda? Cosa è cambiato negli ultimi anni?
    Fino a non molto tempo fa in Irlanda lo scrivere sembrava essere interdetto ad alcuni soggetti sociali: la letteratura escludeva le donne, la classe operaia e i Repubblicani. Attualmente la situazione è migliorata, grazie soprattutto al fatto che molti scrittori si sono riappropriati della letteratura.
    E per quanto riguarda la produzione letteraria riguardante il conflitto?
    Ovviamente scrivere sul conflitto è una questione difficile. Ci sono centinaia di libri su questa lotta, in particolare romanzi gialli, thriller. Per un certo genere di scrittori il conflitto nordirlandese è una grossa fonte di ispirazione. Possono ambientarvi le loro trame, proiettarvi i loro eroici protagonisti. Per lo più si tratta di agenti segreti mandati clandestinamente a Belfast dagli Inglesi contro l’IRA che, di solito, ha rapito improbabili vittime (come principesse, cavalli da corsa…) o comunque per portare a termine rischiose operazioni.
    In genere l’eroe sconfigge i cattivi Irlandesi e ritorna vincitore, dopo avere anche avuto qualche storia d’amore. Una trama per lo più scontata (da parte mia vorrei citare “La preda di Harry” che, pur ricalcando alcuni dei soliti stereotipi, presenta un finale diverso. Infatti, muore anche il protagonista inglese, ucciso per errore dalle truppe britanniche, non solo il volontario repubblicano braccato, ndr).
    C’è un mio amico che insegna all’università e che ha impostato un suo corso proprio su questi stereotipi letterari, peraltro ricorrenti quando si parla dell’Irlanda.
    CIVILIZZAZIONE O COLONIZZAZIONE?
    Questo crea dei problemi per quanto riguarda una corretta informazione sulle ragioni del conflitto?
    In effetti è una cosa molto seria. A livello di massa la gente può veramente convincersi che buona parte dei Repubblicani è costituita da mezzi esaltati o addirittura psicopatici (come appaiono spesso in questi romanzi) che passa il tempo a complottare su come rapire giovani principesse o veloci cavalli da corsa. Il messaggio è chiaro ed è quello che ritroviamo sempre nel modo in cui i colonialisti pretendono di interpretare la storia irlandese. Secondo queste teorie gli Inglesi non sarebbero venuti in Irlanda per occupare il nostro paese ma per civilizzarci e salvarci dalla barbarie.
    Dimenticando naturalmente che questa opera di “civilizzazione” implicava il fatto di farci cambiare i nostri usi e costumi, la nostra cultura, la nostra stessa identità.
    A proposito di identità. Per un popolo oppresso è fondamentale conservare la propria lingua tradizionale. Questo immagino valga anche per la lingua irlandese?
    Naturalmente. La lingua irlandese è una delle più antiche, una delle prime ad essere state trascritte. Esiste una vastissima produzione letteraria che si perde nei secoli. La tradizione orale in parte è stata soppiantata dalla lingua scritta ma comunque resiste ancora, vive anche nell’era televisiva. E con essa resta viva anche la nostra identità.
    Quale scopo ti proponevi scrivendo questo libro? Contrastare la letteratura basata su stereotipi in merito al conflitto?
    Questo libro non è stato scritto per combattere stereotipi e convenzioni letterarie. Quello che ho cercato e cerco di fare è raccontare delle storie. Nonostante ciò quando è stato pubblicato in Irlanda la televisione ne ha rifiutato la pubblicità (naturalmente gli editori hanno portato il caso in tribunale). Una delle motivazioni era che non si poteva permettere a Gerry Adams di presentarsi come uomo di cultura (in quanto “barbaro e rappresentante di barbari” ); evidentemente permane ancora il tentativo da parte dei media di interpretare e descrivere il conflitto come “guerra tra barbari”.
    COSÌ HO COMINCIATO A SCRIVERE…
    Come è nata la tua vocazione di scrittore?
    È cominciata in prigione. Questo libro non è nato come tale. Quando ero in prigione scrivevo per “Republican News”. All’inizio dovevano essere articoli politici. Scrivevo in una situazione abbastanza particolare: una cella con il soffitto in filo di ferro, poco più grande di questa stanza, dove stavano concentrate trenta persone e i relativi letti a castello. Quando, per es., cominciavo a scrivere che il tal primo ministro aveva fatto un annuncio e cercavo di spiegare, di trovare un significato, gli altri 29 prigionieri esprimevano la loro opinione. Non solo sul primo ministro ma anche sulla mia opinione sul primo ministro; a questo poi naturalmente si aggiungeva la loro opinione sulla mia opinione sulla loro opinione sul primo ministro. E così via. Quando i miei articoli cominciarono a diventare storie sui prigionieri, sulla nostra situazione. Eravamo in trenta dentro una cella; in un braccio con quattro celle; in ventidue blocchi… C’era una varietà umana incredibile, persone di età ed estrazione diversa; da quelli giovanissimi a quelli già in età pensionabile, provenienti sia dalle città che dalle aree rurali… Così ogni settimana scrivevo cosa succedeva, come si comportavano. Mettevo insieme la mia storia (personalmente ho molto apprezzato quella sul processo al topo caduto nel porridge di un detenuto e infine assolto e rimesso in libertà, ndr), la mettevo in una scatola di tabacco appesantita con delle pietre (la chiamavamo “il piccione”) e la lanciavamo in un altro blocco. Da qui lo scritto veniva portato fuori con qualche espediente. Naturalmente uno dei compiti dei secondini era impedirci di portare all’esterno quello che, secondo gli stereotipi, noi non avremmo saputo fare. Dato che i barbari non sanno scrivere. Alcune storie contenute in questo libro erano state scritte in prigione e poi dimenticate. Naturalmente nella mia attività politica ho dovuto scrivere soprattutto cose politiche ma come hobby ho continuato a prendere appunti, a fissare idee (nei treni, durante gli spostamenti…) da cui poi ricavare storie.
    DA GIBILTERRA A MILLTOWN
    Avevi accennato ad alcuni episodi che vi hanno spinto ad incrementare, ad incoraggiare una produzione letteraria che contribuisse a ristabilire la vera immagine della gente dei quartieri repubblicani…
    Nel 1988 i Servizi (le S.A.S., teste di cuoio britanniche, ndr) avevano assassinato tre militanti dell’IRA a Gibilterra. Quando le bare erano tornate a Belfast, nel cimitero cattolico di Milltown, i funerali sono stati attaccati. Tre persone sono state uccise e 64 ferite. L’episodio venne ripreso dalle televisioni di tutto il mondo. Forse ricordi le immagini di un un uomo (il loyalista autore dell’attentato) che fuggiva tra le tombe. Anche se non è questo l’argomento di cui voglio parlare ricordo che le armi erano state fornite dagli Inglesi e che l’attentatore, un ex detenuto loyalista, aveva avuto precise informazioni su quali esponenti repubblicani sarebbero stati presenti al funerale. In quella occasione i giornali avevano avuto parole di apprezzamento per i giovani che lo avevano inseguito e catturato vivo, in quanto avevano agito disarmati. Ma due giorni dopo, al funerale di una delle tre vittime dell’attentato loyalista, una macchina si introdusse nel corteo. A bordo c’erano due uomini armati, due soldati inglesi in borghese. Vennero circondati dalla folla che temeva un altro attacco settario e questi spararono alcuni colpi di pistola. Come sai vennero catturati dalla folla e linciati. E la gente di West Belfast, la stessa che due giorni prima era stata apprezzata, venne descritta come barbara, assassina, selvaggia… Da quel momento West Belfast e tutti i suoi abitanti furono oggetto di pesanti campagne denigratorie. L’intera comunità venne considerata responsabile dell’uccisione. Non si faceva nessun tentativo per capire la situazione psicologica di questa gente che due giorni prima era stata attaccata durante un funerale; tutti venivano considerati responsabili.
    Una delle risposte a questa campagna denigratoria è stata quella di organizzare manifestazioni di segno opposto, che mostrassero la realtà del nostro popolo. Organizzammo pubbliche letture di poesie, incontri sportivi, proiezioni cinematografiche, dibattiti…
    Dopo un anno questo “festival” cominciò ad avere grandi adesioni. Quello che all’inizio era stato organizzato come una “forma di sopravvivenza”, per non perdere la propria identità deturpata dai media, (far vedere che questa gente sapeva anche cantare, scrivere poesie, libri…) è divenuto qualcosa di molto più grande. Questo libro è appunto il mio contributo a questa opera, un riconoscimento, una celebrazione della mia gente. Ho voluto far vedere anche l’altra faccia della medaglia, quella dimenticata dai media. In questo senso ho anche detto che è stato scritto soprattutto per quella stessa gente di cui si parla nel libro. Naturalmente mi fa piacere che venga letto anche altrove. Anche noi abitanti dei quartieri repubblicani dobbiamo ricordarci che c’è un mondo oltre West Belfast.
    Ma la gente di West Belfast è gente particolare, “speciale”? Predisposta a combattere?
    Non direi. La gente di Belfast non è particolarmente combattiva. Quello che succede a Belfast è quello che succederebbe ovunque in quella situazione. Per esempio se voi foste sotto l’occupazione militare, la repressione di uno stato straniero, probabilmente alcuni combatterebbero, altri no, altri ancora troverebbero una via di mezzo. La maggior parte sicuramente andrebbe avanti con la propria vita di ogni giorno. Lo stesso accade a West Belfast. Potenzialmente è una situazione universale.
    DA BALLYMURPHY A SOWETO
    Tento di spiegarmi brevemente con due storie simili, storie analoghe a quelle raccontate nel mio libro. Dopo le recenti elezioni in Sudafrica, alla televisione abbiamo cominciato a vedere film e documentari che non si erano mai visti finché Mandela e i Neri erano considerati dei “barbari”. In uno che ho visto recentemente davano la parola alla gente di Soweto e mi sono riconosciuto in una precisa situazione. Quando ero bambino eravamo una famiglia molto numerosa e mia madre si dava da fare per trovare una casa adeguata. Dopo anni e anni gliene venne assegnata una, un alloggio popolare in costruzione, a Ballymurphy, un quartiere cattolico. Alla domenica andò a vedere le fondamenta e poi in seguito andava ogni domenica a vederla, man mano che veniva costruita.
    In quel documentario che ti dicevo sulla gente di Soweto c’era una donna nera che raccontava di quando da giovane aveva molti figli piccoli; le avevano promesso una casa, un alloggio popolare e ogni domenica andava a vedere questa casa in costruzione. Proprio come mia madre. E questo accadeva mentre, sia in Irlanda che in Sudafrica, le lotte, gli scontri, le violenze imperversavano. Tra l’altro alla fine la casa di questa donna venne costruita attorno ad un masso. Lei raccontava questo fatto in modo molto umoristico; raccontava di quanto erano stati stupidi a costruire la casa attorno ad un masso. In questo ho riconosciuto lo stile, l’atmosfera delle storie di West Belfast.Quindi, concludo, West Belfast è in Sudafrica, in Messico, dovunque la gente mostra il suo coraggio, la sua dignità, la sua pazienza incredibile e anche la sua ironia di fronte a quello che è costretta a sopportare.
    QUANDO LA STORIA VIENE RIMOSSA
    A tuo avviso il conflitto ha determinato una diversa mentalità tra Irlanda del Nord e Repubblica? Lo chiedo perché spesso ho avuto l’impressione che al sud non fossero molto interessati alle lotte della comunità cattolica del Nord.
    Non credo ci sia una sostanziale differenza di mentalità. Ci sono invece due realtà politiche molto diverse. Bisogna riconoscere che questi settanta anni di divisione dell’Isola sono stati un vero fallimento non solo dal punto di vista sociale (anche al sud larghi strati della popolazione vivono in povertà) ma soprattutto dal punto di vista culturale. Quando la questione della riunificazione non era rivendicata dalla gente del nord questo forniva un buon argomento, un alibi alla classe politica del sud. Ma quando la gente del nord ha cercato delle soluzioni, i politicanti di Dublino hanno dovuto preoccuparsi dei loro interessi politici che la ripresa delle lotte contro l’oppressione coloniale metteva in discussione. Questo ha portato ad un notevole revisionismo della storia irlandese, con una vera e propria rimozione delle lunghe battaglie per l’indipendenza. Perfino la Rivolta di Pasqua del 1916 non viene celebrata dal Governo di Dublino! Infatti diventa difficile spiegare perchè era giusto lottare contro gli inglesi nel ’16 e ora no.
    Questo naturalmente crea anche problemi di identità perchè un popolo deve sapere da dove viene per sapere dove andare.
    Tra l’altro, come sai, fino al gennaio di quest’anno (1994) gli esponenti e i candidati del Sinn Fein non potevano parlare in televisione. Il bando risaliva addirittura a vent’anni prima. Puoi immaginare cosa significhi per un trentenne che non ha mai sentito alla televisione una dichiarazione dei Repubblicani: non puoi certo pretendere che abbia le idee chiare in proposito. Contemporaneamente bisogni riconoscere che anche il Sinn Fein ha precise responsabilità in questo scarso interesse dimostrato dai cittadini della Repubblica. Una delle principali sfide a cui dobbiamo far fronte nell’immediato futuro è quella di saper rappresentare una valida alternativa politica anche per le 26 contee (la Repubblica, ndr).
    Naturalmente in questo atteggiamento è presente anche la paura. Il conflitto del nord fa paura. È comprensibile che le violenze, gli omicidi, la repressione vengano temuti e respinti, rifiutati.
    Ma nonostante questo bisogna ricordare che, quando ne ha avuto la possibilità, la maggior parte della gente si è espressa a favore del ritiro delle truppe. Non è molto che è stato chiesto al Primo Ministro irlandese perché non vogliono indire un Referendum sugli articoli 1 e 2 (quelli che riguardano i confini tra Repubblica e Irlanda del Nord, ndr). Ha risposto, testualmente: “Perché lo perderemmo”.
    Nonostante tutte queste evidenti contraddizioni penso si possa affermare che la stragrande maggioranza degli irlandesi ha un profondo desiderio di vedere l’Isola completamente libera. La nostra proposta congiunta di pace (fatta da Gerry Adams per il Sinn Fein e da John Hume, leader del partito cattolico socialdemocratico, ndr) è stata ben accetta anche nella Repubblica.
    NOI VOGLIAMO CHE QUESTA GUERRA ESCA DALLE NOSTRE VITE
    A proposito della proposta di pace. Da qualche parte si sussurra che rischi di cadere nel nulla, che la parola potrebbe tornare alla repressione da un lato e agli attentati dall’altro. Come stanno effettivamente le cose?
    Le ultime dichiarazioni del Governo inglese sono di fatto una risposta alle proposte irlandesi. Gli Inglesi rispetto al processo di pace si sono mossi in modo riluttante ma i chiarimenti arrivati in questi giorni (proprio la mattina dell’intervista, 20 maggio, grazie al fax di un quotidiano veneziano, Adams si era visto recapitare ventun pagine di chiarimenti, ndr) sono un fatto importante. Prima di Natale il Sinn Féin aveva chiesto precisazioni (tramite il premier irlandese Albert Reynolds) in merito alla cosiddetta Dichiarazione di Downing Street ma ci era stato mandato a dire da fonti ufficiali che “non c’era bisogno di alcuna precisazione”. Il nostro è un documento di venti domande in merito a questioni molto importanti riguardanti il testo della Dichiarazione, le differenti interpretazioni che danno della Dichiarazione i due Governi, quali siano i processi e le strutture che si svilupperanno dalla Dichiarazione.
    Adesso hanno accettato di rispondere e per cominciare sono arrivate ben ventun pagine di chiarimenti. Niente male se pensiamo che “non c’era bisogno di alcuna precisazione”.
    Ora bisogna vedere che ruolo svolge tutto questo nel processo di pace. L’ho ricevuto solo oggi; la mia prima risposta è che ci rapporteremo in modo positivo per far progredire la situazione. Comunque il processo di pace va avanti anche indipendentemente dall’importanza di questo nuovo documento. Noi vogliamo che questa guerra esca dalle nostre vite (purtroppo non sembra che per ora questa sia anche l’aspirazione delle bande loyaliste: nei giorni immediatamente successivi, proprio in risposta alla ripresa del negoziato, ci sono stati vari attentati contro sedi e locali del Sinn Féin, non solo a Belfast ma anche a Dublino, ndr).
    LA CAUSA DETERMINANTE DEL CONFLITTO È LA PRESENZA INGLESE
    Un motivo ricorrente quando si parla dell’Irlanda è che il conflitto è sostanzialmente una lotta settaria legata a discriminanti religiose. Questo in genere chiude il discorso, isola la questione da tutte le implicazioni politiche, sociali… Cosa puoi dirci in proposito?
    Indubbiamente c’è anche una componente settaria, ma comunque è secondaria. La causa determinante del conflitto è la presenza inglese. Insistere solo sul fattore religioso è appunto uno degli stereotipi generalmente adottati dalla narrativa, quella che ci mostra da un lato i fanatici settari loyalisti e dall’altro i bigotti cattolici anche loro con la loro buona dose di settarismo. Entrambi sostanzialmente malvagi.
    Ormai è chiaro a chiunque abbia un minimo di esperienza dell’Irlanda del Nord che questa è un’analisi falsa e superficiale, una posizione di comodo per non affrontare il vero problema.
    gianni sartori

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