PERCHE’ I GIORNI DELL’IMMUNITA’ DIPLOMATICA DEL VATICANO SONO FINITI

Dal Belfast Telegraph l’editoriale di Eamonn McCann

La Santa Sede ora c’è, ora non c’è. Un minuto prima, Benedetto XVI è un capo di Stato, come Elisabetta II, Omar al-Bashir o l’Imperatore Akihito. Poi in un istante, tadam! E’ il leader di un’organizzazione religiosa assieme al Dalai Lama, l’arcivescovo di Canterbury, il Rev Ron Johnstone.
Forse non può essere in due posti contemporaneamente, ma può essere due personaggi in un solo luogo.
Il suo soggiorno in Gran Bretagna, che comincia giovedì, avrà lo status sia di visita di Stato, sia di viaggio pastorale.
In alcune tappe, sarà il rappresentante di uno Stato riconosciuto dalle Nazioni Unite e avrà relazioni diplomatiche con almeno 156 Paesi. In altre occasioni, il suo ruolo sarà quello di capo di una religione con più di 1.2 miliardi di seguaci sparsi per tutto il pianeta. I potenziali vantaggi politici di questo doppio status sono piuttosto ovvi. Ma solleva la questione: com’è possibile?
Com’è possibile che, in modo unico tra i leader religiosi, Sua Santità possa anche cavalcare il mondo della diplomazia e della politica?
La spiegazione comune è che il Papa ha lo status di capo di Stato perché è il rappresentante a capo della Città del Vaticano, la giurisdizione indipendente di 108.7 acri inclusa all’interno di Roma. Ma non è così. Se Città del Vaticano fosse uno Stato come qualsiasi altro, il suo regime interno sarebbe uno scandalo per i diritti umani. Arabia Saudita, Cina e, ovviamente Iran, sarebbero baluardi di libertà ed uguaglianza se messi a confronto.
Ma il Vaticano non è mai citato per queste violazioni dei diritti umani all’ONU o quando il Papa incontra i rappresentanti di altri Stati: una ragione è che non è Città del Vaticano ad essere riconosciuta come Stato, ma la Santa Sede, una questione ancora meno corporale.
La Santa Sede è esistita in una forma o nell’altra dai primi giorni della cristianità, mentre Città del Vaticano è stata creata solo nel 1929, come risultato dei Patti Lateranensi tra la Santa Sede e il regime fascista di Mussolini.
Nonostante la confusione nel mondo esterno, le due entità stesse hanno sempre dichiarato le proprie esistenze distinte e separate. La Santa Sede si riferisce al governo globale della Chiesa – il Papa, la curia, l’ordine dei cardinali e gruppi di vescovi. Non ha un’espressione territoriale.
Uno dei vantaggi per la Chiesa della sua personalità sdoppiata è che può passare da una all’altra a seconda della necessità.
In risposta ai tentativi dei legali delle vittime minorenni di abusi da parte del clero di scoprire il ruolo avuto dalla Chiesa nel coprire i crimini e facilitare la fuga dei sospettati di violenze, la Chiesa è stata in grado di trasformarsi in Stato e di rivendicare l’immunità diplomatica. Negli Stati Uniti, i legali della Chiesa si appellano al Foreign Sovereign Immunities Act (FSIA – Atto di Immunità di Stato Straniero Sovrano).
Ci sono segni, però, che questo stratagemma non funzionerà per molto altro tempo ancora.
A Washington a Giugno, la Corte Suprema ha rifiutato di accogliere un appello da parte della Chiesa richiedente l’immunità nel caso di John V Doe contro la Santa Sede.
La regola riguardava un cavillo nella procedura, non la sostanza: ma anche così, è stato un passo avanti nella rimozione della protezione garantita dalla FSIA alla Chiesa. Tra i primi ad accogliere favorevolmente la regola c’era l’avvocato Daniel Shea, rappresentante di tre ragazzi che dichiarano di essere stati molestati sessualmente dal seminarista Juan Carlos Patino-Arango. Il seminarista è scappato dal Texas dopo essere stato indagato.
Shea sostiene che Benedetto XVI, che allora era il Cardinale Ratzinger, era capo di una congregazione importante all’interno della Chiesa e fu coinvolto in una “cospirazione per nascondere i crimini di Patino-Arango e per aiutarlo a sfuggire all’incriminazione”.
Cita una lettera di Ratzinger di maggio 2001 ai vescovi, in cui si dice alla Chiesa che le investigazioni sugli abusi sessuali da parte del clero dovevano essere riportate direttamente al suo ufficio e non alle autorità.
La Chiesta ora sostiene che Ratzinger/Benedetto XVI non può essere ritenuto responsabile dalle corti americane perché rappresenta, in termini legali, non la Chiesa che ha dato lavoro a Patino-Arango e ha messo dei bambini in sua custodia per poi aiutarlo a scappare dalla scena dei suoi crimini presunti, ma piuttosto, uno Stato che ha relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti da cui arriva una richiesta di immunità.
Il doppio status della Chiesa è perfetto per le sue ambizioni più ampie. Si può usare la posizione presso le Nazioni Unite – che è semplicemente riconosciuta ma non è mai stata confermata con un voto – per far sentire il proprio peso agli incontri internazionali come un super-potere minore, che fa causa comune con gli interessi dei fondamentalisti Protestanti e gli Stati islamici, particolarmente per quanto riguarda le relazioni omosessuali e i diritti delle donne.
La sola sfida al comportamento deviato della Chiesa su questi temi sembra arrivare da un gruppo di cattolici negli Stati Uniti. Strano.

(Traduzione a cura di Valentina Prencipe)

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Why the Vatican’s diplomatic immunity days are numbered (Belfast Telegraph)

Now you Holy See him, now you don’t. One minute, Benedict XVI is a head of state, like Elizabeth II, Omar al-Bashir or Emperor Akihito.
Then, in an instant, shazam!, he’s the leader of a religious organisation, on a par with the Dalai Lama, the Archbishop of Canterbury, the Rev Ron Johnstone.
Maybe he cannot be in two places at the one time, but he can be two personages in the one place.
His sojourn to Britain, beginning on Thursday week, will have the status both of a state visit and a pastoral journey.
On some stopovers he will be the representative of a state recognised at the UN and enjoying diplomatic relations with, at the last count, 156 countries.
His role at other engagements will be as leader of a religion with 1.2 billion followers scattered across the planet.
The potential political advantages of this double status are fairly obvious. But it does raise the question: how come?
Why is it that, uniquely among religious leaderships, the Holy See can also bestride the world of diplomacy and politics?
The common explanation is that the Pope has head-of-state status because he’s the top representative of Vatican City, the 108.7-acre independent jurisdiction enclosed within Rome. But not so.
If Vatican City were a state like any other, its internal regime would be a human rights scandal. Saudi Arabia, China and, certainly, Iran are beacons of freedom and equality by comparison. But the Vatican is never cited for these human rights violations at the UN or when the Pope meets with representatives of other states: one reason for this being that it’s not Vatican City which is recognised as a state, but the Holy See, an altogether less corporeal affair.
The Holy See has existed in one form or another since the early days of Christianity, whereas Vatican City came into existence only in 1929, as a result of the Lateran Treaty between the Holy See and Mussolini’s fascist regime.
Whatever the confusions in the outside world, the two entities themselves have always made their distinct and separate existences plain.
The Holy See refers to the global government of the Church – the Pope, the curia, the radiance of cardinals and bevies of bishops. It has no territorial expression.
One of the advantages for the Church of its split personality is that it can switch from one alias to the other as needs arise.
Responding to attempts by lawyers for victims of clerical child abuse to compel it to answer for its role in covering up crimes and facilitating the escape of alleged perpetrators, the Church has been able to revert to its status as a state and to claim diplomatic immunity. In the US, Church lawyers cite the Foreign Sovereign Immunities Act (FSIA).
There are signs, however, that this stratagem might not wash much longer.
In Washington in June, the Supreme Court declined to hear an appeal from the Church claiming immunity in the case of John V Doe -v- the Holy See.
The ruling was on a matter of procedure, not on substance: but even so, it was a step on the way to removing the protection of the FSIA from the Church. Among the first to welcome the ruling was attorney Daniel Shea, representing one of three boys who say they were sexually molested by seminarian Juan Carlos Patino-Arango. The seminarian fled from Texas after being indicted.
Shea argues that Benedict, as Cardinal Ratzinger, head of the relevant congregation within the Church, had been involved in “a conspiracy to hide Patino-Arango’s crimes and to help him escape prosecution”.
He quotes Ratzinger’s May 2001 letter to bishops warning that Church investigations of clerical sex abuse were to be reported direct to his office, not to the secular authorities.
The Church is now arguing that Ratzinger/Benedict cannot be called to account by US courts because he represents, in legal terms, not the Church which employed Patino-Arango and put children in his care and then helped him flee the scene of his alleged crimes, but, rather, a state which has diplomatic relations with the US from which flows an entitlement to immunity.
The Church’s dual status suits its broader ambitions, too. It has used its position at the UN – which it simply assumed and which has never been endorsed by vote – to throw its weight around at international gatherings like a minor super-power, making common cause with Protestant fundamentalist interests and Islamic states, particularly in relation to gay and women’s rights.
The only sustained challenge to the Church’s devious behaviour in these matters appears to come from lay Catholic groups in the US. Strange.

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