‘PERCHE’ HO LASCIATO IL SINN FEIN PER ADERIRE AL SOCIALIST PARTY’

Domhnall Ó Cobhthaigh ci spiega le ragioni che lo hanno portato a lasciare il Sinn Fein e ad aderire, nel settembre del 2009, al Socialist Party

The Five Demands ha ricevuto nei giorni scorsi da Domhnall Ó Cobhthaigh, un documento con cui ci spiega le ragioni che sono state alla base della sua decisione di abbandonare le file del Sinn Fein per aderire poi al Socialist Party.

Domhnall Ó Cobhthaigh è stato consigliere del Sinn Fein per due anni nel Fermanagh, prima di rassegnare le sue dimissioni dal partito  per aderire al  Socialist Party.
In precedenza aveva ricoperto cariche in diverse posizioni centrali all’interno del partito – in particolare fu centrale al All-Ireland Department del partito, un membro del suo Unionist Outreach Department e uno dei rappresentanti del partito al forum del Bill Of Rights (tutti di centrale importanza per la strategia del partito per l’unificazione). E’ stato uno dei più espliciti sostenitori nella lotta istituzionale, compresi i meccanismi del Policing Oversight.
Il suo è un background di economista. Nel 2005, fu co-autore di un disegno di politica economica per il partito, che venne rigettato a seguito di discussioni interne perché troppo di sinistra. Precedentemente  era stato consulente economico per il partito nella prima Assembly. Egli ammette di aver giocato un ruolo analitico e strategico in una serie di aree nelle negoziazioni dell’accordo di S. Andrews e nel periodo precedente alla sua conclusione.

Perché ho lasciato il Sin Fein per aderire al Socialist Party
Per dodici anni io sono stato un membro impegnato del Sinn Fein. Come altri membri del partito ho condiviso un totale impegno, sempre fedele al concetto di una ‘repubblica democratica e socialista di 32 contee’. Era qualcosa per cui avrei sacrificato ogni cosa, ma le realtà della lotta quotidiana erano spesso molto differenti da questa visione di socialismo in una piccola isola. Come molti altri repubblicani mi sono opposto al settarismo, al razzismo, ma ho lavorato giorno dopo giorno all’interno di un partito fortemente limitato dalla politica comunitaria.
Nel corso del tempo, le contraddizioni si fecero sempre più forti. Quando i nostri impegni socialisti hanno incontrato le dure realtà del poter politico, sembrava sempre che fosse lo status quo a vincere. La priorità del partito sembrava fosse quella di “non spaventare i cavalli”,  così come direbbero molte figure di spicco quando persone come me mettono in discussione decisioni politiche. Tutto sembrava essere sacrificabile se avesse significato un stabile relazione lavorativa con il DUP nelle nuove istituzioni. Cosa che loro avevano reputato indispensabile, attraverso elevate analisi, al raggiungimento di un’Irlanda unita. Alla fine, si riduceva al fatto che la parte socialista della visione avrebbe potuto essere sacrificata se necessario a realizzare il programma nazionalista; il ritorno alla strategia di De Valera “il lavoro deve aspettare”.
Un anno fa decisi, alla fine, di lasciare il partito e di abbandonare la mia poltrona di consigliere dopo  che l’Ard Comhairle approvò il piano di salvataggio della banca governativa di Dublino, ma non ero sicuro su dove andare  con la mia politica e incontrai enormi pressioni interne per restare coinvolto. Una delle cose che si sentono maggiormente è che le persone che lasciano “non vanno da nessuna parte’, perché ‘non c’ è un posto dove andare’. Il messaggio di fondo è che non c’è alternativa (There Is No Alternative), nessun partito indipendente che sia il parallelo politico del TINA della Thatcher.
Così rimasi ma decisi di sperimentare l’impegno politico al di fuori del partito. Andai avanti con il meeting del People Before Profit Alliance (Alleanza per la Gente Prima che il Profitto)  prima delle ultime elezioni, dando vita ad alcuni blog, riallacciando contatti con l’Irish Socialist Network e mi diressi a Corrib per qualche azione di prima mano a fianco della comunità locale.
Mentre a volte era entusiasmante, avvertivo un senso di non avere una direzione. Quello di cui c’era bisogno era quanto Lenin aveva scritto cento anni fa in ‘cosa c’è da fare’: un’organizzazione disciplinata democratica e centralizzata che fosse assolutamente impegnata nelle politiche rivoluzionarie.
Guardando indietro a quel periodo, sembrava naturale che io mi dirigessi verso il Socialist Party.  Infatti, ciò che mi aveva tenuto lontano per molto tempo, era la preoccupazione per le loro prese di posizione sulla questione nazionale e di Cuba. Rimasi sorpreso nel sentire che loro vedevano come causa del problema fondamentale, l’imperialismo britannico, ma fui d’accordo per metà quando sentii le loro critiche per la campagna militare dell’IRA. Avevo sempre pensato che non avrebbe mai potuto avere successo e capii implicitamente come aveva minato la possibilità di un movimento socialista della comunità transfrontaliera. Fu la realizzazione dell’ impossibilità di questo movimento, che costituiva l’unica forza che avrebbe potuto risolvere i nostri problemi, a farmi decidere. Il documentario su Che Guevara di Joe Higgin, mi convinse che la posizione del partito su Cuba non era settaria ma compatibilmente rivoluzionaria e non era fondata  nell’abissale teoria dello stato capitalista.
Il nazionalismo non era mai stato la mia motivazione.  Ero stato socialista prima di iscrivermi al Sinn Fein e  lo ero quando lo lasciai.  Credevo  si potesse portare la gente verso il socialismo attraverso il loro impegno per il repubblicanesimo irlandese; che il socialismo rappresentasse il fine della democrazia repubblicana. La mia disillusione con il Sinn Fein fu causata principalmente dalla consapevolezza che il nazionalismo del partito stava diventando un intralcio al suo socialismo; in pratica, la verifica in termini politici concreti della teoria di Trotsky di una rivoluzione permanente. Non è stato un passo enorme per me aderire al Socialist Party.
Mi rendo conto che la costruzione di un partito socialista non sarà facile. Le persone hanno i loro ingenui pregiudizi a proposito del socialismo e dei socialisti. Ma la corrente è cambiata definitivamente.  Il collasso delle economie neo-liberali è oggi evidente, credo che presto i neo-Keynesiani saranno esposti e quelli che non si accontentano di rinunciare del tutto ad una macro economia dovranno ancora una volta lottare con l’economia marxista che meglio esplica le dinamiche correnti.
L’epoca dell’austerità annunciata da decisioni  di salvataggio dei capitalisti finanziari e le loro istituzioni, radicalizzeranno la gente. Interi strati sociali  hanno appena iniziato a sperimentare una traumatica inversione nelle loro condizioni di vita. Una generazione di giovani è a rischio di esclusione permanente dal mercato del lavoro. In tali circostanze possiamo fare grandi passi in avanti.
Sono profondamente grato al Socialist Party per avermi accettato come membro. Io sono totalmente impegnato nel socialismo e non vedo l’ora di lavorare fianco a fianco con gli altri per costruire un movimento rivoluzionario capace di produrre vantaggi.  Il mio unico rammarico è di non aver deciso molto prima di aderire al Socialist Party.

Versione originale del documento

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Domhnall Ó Cobhthaigh was a Sinn Féin councillor in Fermanagh for two years before resigning his membership of the party to join the Socialist Party.
Before this he had held posts in various central positions within the party – in particular, he was central to the party’s All-Ireland Department, a member of its Unionist Outreach Department and one of the party’s representatives at the Bill of Rights Forum (all of which were of central importance to the party’s strategy for unification). He was one of the most forthright supporters of engagement in institutional struggle including the Policing Oversight mechanisms.
His background is as an economist. In 2005, he co-authored a draft economics policy for the party which was rejected following internal discussions as being too left-wing. Previous to that he had been an economics adviser to the party in the first Assembly. He admits to having played a analytical and strategic role in a range of areas in the St Andrew’s negotiations and the period prior to its conclusion.

Why I left Sinn Féin to join the Socialist Party
For twelve years I was a committed member of Sinn Féin. Like other members of the party I shared a total commitment and even loyalty to the concept of a ‘thirty-two county democratic socialist republic’. It was something I would have sacrificed everything for but the realities of daily struggle were often very different from this vision of socialism in one small island. Like many other republicans I opposed sectarianism and racism but worked on a day to day basis within a party largely limited by communitarian politics.
Over time, the contradictions seemed to grow more antagonistic. When our socialist commitments met the hard realities of political power, it always seemed to be the status quo that won out. The party seemed to prioritise ‘not scaring the horses’ as many leadership figures would say when people like me questioned political decisions. Everything seemed amenable to sacrifice if they could get a stable working relationship with the DUP in the new institutions. This they held in some lofty analysis was critical in getting to a united Ireland. In the end, it boiled down to the fact that the socialist part of the vision could be sacrificed as necessary to enable the nationalist agenda to be fulfilled; a return to de Valera’s strategy that ‘labour must wait’.
One year ago I finally decided to leave the party and give up my council seat following the Ard Comhairle endorsing the Dublin government’s bank bailout but was unsure of where to go with my politics and I encountered huge internal pressure to stay involved. One of the things you hear a lot is that people who leave ‘go nowhere’ as there is ‘nowhere to go’. The underlying message is that There Is No Alternative, a not unrelated party political parallel to Thatcher’s TINA.
So I stayed on but decided to experiment with political engagement outside the party. I went along to the People Before Profit Alliance meeting ahead of the last election, started up a few blogs, remade contacts with the Irish Socialist Network and headed down to the Corrib for some first hand action alongside the local community. While it was sometimes exciting, I was left with a sense of being directionless. What was needed was what Lenin wrote of one hundred years ago in ‘what is to be done’: a disciplined democratic centralist organisation which was absolutely committed to revolutionary politics.
At that stage looking back it seems it was natural that I was heading to the Socialist Party. Indeed, what had kept me away so long was concern about their take on the national question and Cuba. I was surprised to hear that they viewed the fundamental problem as having being caused by British imperialism but half way agreed when I heard of their criticisms of the IRA’s military campaign. I had always felt that it could never have succeeded and I understood implicitly how it had undermined the possibility of a cross-community socialist movement. It was the realisation that this latter movement that constituted the only force that would resolve our problems that made my mind up. Joe Higgin’s documentary on Che Guevara convinced me that the party’s position on Cuba was not sectarian but consistently revolutionary nor was it grounded in the abysmal theory of state capitalism.
Nationalism had never been my motivation; I had been a socialist before I joined Sinn Féin and I would be one when I left. I had believed that we could bring people to socialism through their commitment to Irish Republicanism, that socialism represented the ‘ultimate’ in republican democracy. My disillusionment with Sinn Féin was primarily caused by the realisation that the party’s nationalism was getting in the way of its socialism; in effect, the verification in concrete political terms of Trotsky’s theory of permanent revolution. It was not a huge step for me to join the Socialist Party.
I realise that building a Socialist party will not be easy. People have their naive prejudices about socialism and socialists. But the tide has definitely turned. The collapse of neo-liberalist economics is manifest today, soon I believe the neo-Keynesians will be exposed and those who are not content to give up on macro-economics altogether will once again have to wrestle with the Marxist economics which best explains the current dynamics.
The era of austerity heralded by decisions to bailout the financial capitalists and their institutions will also radicalise people. Whole layers of society are just beginning to experience a traumatic reversal in their living conditions. A generation of youth is at risk of permanent exclusion from the labour force. In such circumstances we can make great strides forward.
I am deeply thankful to the Socialist Party for accepting me as a member. I am totally committed to socialism and look forward working alongside others in building up a revolutionary movement capable of delivering the goods. My one regret is that I didn’t decide to join the socialist party a lot earlier.

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