ALEX KANE: “I DISSIDENTI NON SE NE ANDRANNO”

Dal blog di Eamonn Mallie, un’analisi dell’attuale campagna dei dissidenti Repubblicani, dalla voce del giornalista indipendente Alex Kane, editorialista politico per News Letter e Irish News

Immaginate di provenire da un background Repubblicano: un background in cui membri della vostra famiglia abbiano fatto parte dell’IRA, siano stati internati, feriti, uccisi, abbiano passato anni in latitanza o a guardarsi costantemente le spalle. Immaginate di aver supportato la campagna dell’IRA – come ‘volontari’ in servizio attivo, oppure procurando case sicure, alibi, nascondigli per le armi. Immaginate di aver messo voi stessi, la vostra famiglia e le vostre vite e carriere a rischio per dedicarvi a ridare all’Irlanda la libertà.

Poi immaginate – venti o trent’anni più tardi – di sentire la notizia che l’IRA sarà sciolta, che ci sarà un disarmo completo, e che lo Sinn Féin governerà l’Irlanda del Nord insieme all’Ulster Unionist Party o al DUP. In altre parole, immaginatevi che tutto ciò in cui avete creduto e per cui avete lottato vi sia strappato via. Come vi sentireste? Come rispondereste?

Be’, la leadership dell’IRA e dello Sinn Féin hanno insistito che la politica fosse la via più sicura per ottenere l’obiettivo ultimo, la riunificazione. Dicevano che la ‘lotta armata’ era andata avanti quanto possibile, e che la fase successiva (e non c’è sempre una fase successiva?) sarebbe consistita in ottenere una maggioranza elettorale che sostenesse la riunificazione, sfinire l’Unionismo su temi come bandiere, parate, simboli, indentità ecc., e costruire una presenza significativa nel Dáil. In un certo momento, in un futuro prossimo – così la loro argomentazione si concludeva – lo Sinn Féin avrebbe governato su entrambi i lati del confine e di conseguenza la maggioranza dei voti sarebbe stata a favore dell’unità.

Già nel 1997 (a dire il vero già durante il cessate il fuoco del 1994) c’erano Repubblicani che non concordavano con quella strategia. Ritenevano che sedersi a Stormont con gli Unionisti non rappresentasse nulla di vagamente vicino alla vittoria, figuriamoci ad un “astuto piano”. Lo videro come un tradimento. Videro Adams e McGuinness fare a metà degli anni ’90 quello che avevano rifiutato nel 1969. Ma restarono una minoranza nel Repubblicanesimo, tanto forte era l’ascendente che Adams/McGuinness aveva su entrambe le fazioni, politica e armata. Adams fu addirittura in grado di sostenere che il crollo dell’UUP e le seguenti divisioni nell’Unionismo avrebbero permesso allo Sinn Féin di balzare in testa alla scala elettorale/politica. Chi dissentiva da quella visione – i dissidenti Repubblicani – sembrò dalla parte sbagliata non solo del dibattito, ma della storia.

Ma non è andata così. L’Unionismo si è riunito intorno al DUP, riuscendo così a mantenere un confortevole primato sullo Sin Féin. Martin McGuinness ha dovuto ricoprire il ruolo di vice Primo Ministro (e non sottovalutate il significato psicologico di quella parola, ‘vice’) prima sotto Paisley, e ora sotto Robinson. Sondaggi su sondaggi hanno indicato che il supporto per un’Irlanda unita sta precipitando anziché aumentando nella base Nazionalista. A sud del confine non c’è alcun desiderio per una riunificazione in tempi brevi. Sì, lo Sinn Féin può anche riuscire a mordicchiare i talloni all’Unionismo/Lealismo su alcuni temi, ma l’Unione in sé sembra più forte che mai. Detta francamente, un’Irlanda unita non sembra più probabile ora di quanto lo sembrasse ad agosto 1994, luglio 1997, aprile 1998 o marzo 2007.

Tutto questo spiega perché coloro che dissentono dall’analisi di Adams stanno crescendo di numero e sembrano ora determinati a tornare alle tattiche della ‘lotta armata’. E sta diventando un vero problema per lo Sinn Féin, che non è in grado di puntare a molto sulla strada del progresso, e deve così ricorrere ad una strategia che si può facilmente sintetizzare in “tour dei maggiori successi”, in  cui martiri, evasioni, eventi chiave e ‘vittorie’ devono essere celebrate quasi settimanalmente. E se dà agli Unionisti un fastidio del diavolo, ancora meglio.

Ma, di nuovo, questo per i dissidenti non sarà mai abbastanza. Si arrabbiano quando sentono Adams dire di non essere mai stato nell’IRA. Si arrabbiano quando sentono McGuinness dire di averla lasciata a metà degli anni ’70. Si arrabbiano quando li sentono ‘scusarsi’ per azioni che non andarono come previsto. Si arrabbiano quando si sentono dire di essere “traditori”. Si arrabbiano quando vengono descritti come “un ostacolo alla riunificazione”. Si arrabbiano quando vedono McGuinness & Co darsi pacche sulle spalle con i Reali britannici e l’establishment politico. Sono convinti che i Provisionals siano stati investiti e castrati dallo Stato britannico: e, ancora peggio, che Adams e McGuinness siano stati risucchiati in un accordo che non porterà mai nulla al Repubblicanesimo. 

I dissidenti non se ne andranno. Cresceranno di numero. Diventeranno più forti. Sono convinti che qualunque tentativo della PSNI o dei “Brits” di schiacciarli farà aumentare il supporto – esattamente come successe quando i Provisionals si separarono nel 1969. Sono convinti che qualunque cosa si avvicini al disconoscerli o rifiutarli da parte dello Sinn Féin non farà che danneggiare lo Sinn Féin. E probabilmente sanno che ci sono ex membri dell’IRA che non sono per nulla contenti di come le cose sono andate dal 1998. Potrebbero non avere grandi numeri, o un arsenale di cui valga la pena parlare, ma sanno anche che adesso non ne hanno bisogno.

Dalla loro parte hanno la paura. Hanno la capacità di prendere di sorpresa. Hanno le opportunità di causare enorme caos. Hanno il fatto che le risorse della PSNI siano sovrasfruttate e sottofinanziate. Hanno un pubblico scontendo nei confronti dell’Assembly. Hanno un generale senso di scoraggiamento. Hanno il fatto che lo Sinn Féin trovi così difficile trovare una data precisa per la riunificazione.

Quindi, sarebbe veramente stupido considerarli spacciati o fingere che siano incapaci di azioni gravi. Sono rimasti a frugare tra gli sterpi per quasi vent’anni; e in tutto questo tempo si sono preparati, hanno reclutato, sono rimasti ad ascoltare e pianificare. A questo punto, sembra effettivamente poco probabile che possano lanciare – per non parlare di sostenere – una campagna terroristica su vasta scala; ma a quest’ora dieci – o anche cinque – anni fa qualcuno avrebbe mai pensato che ci saremmo trovati ad avere di nuovo a che fare con autobombe a Belfast, o a incontrare pattuglie di stazionamento, o pequisizioni di portabagagli a Castle Court?

Il Repubblicanesimo dissidente deve essere affrontato. (E prima che qualcuno inizi, sì, lo so che ci sono problemi anche con i paramilitari lealisti – l’argomento di un altro articolo). E deve essere affrontato da tutti. Ma, come ha detto Michael Copeland  in Parlamento qualche giorno fa, la nostra risposta deve essere qualcosa di più delle solite banalità. Intendo, siamo sinceri, che senso ha che i politici continuino a dirci che ‘non permetteranno che si torni al passato’ quando il loro stesso linguaggio del corpo e la loro retorica suggerisce che loro quel passato non l’hanno mai davvero lasciato?

Oltretutto, le solite tattiche – intelligence, infiltrati, piani sventati, arresti e incarcerazioni – non funzioneranno necessariamente. Serve molto tempo perché quel tipo di strategia entri in azione: e ancora di più quando si è consapevoli che i servizi segreti (dei quali molti agenti sono nuovi a questo gioco) non hanno ancora ancora sott’occhio molti dei Repubblicani armati di quest’ultima generazione. E bisognerebbe anche tenere a mente che queste tattiche possono altrettanto facilmente aumentare le loro fila.

A questo punto, sono due gli elementi chiave richiesti. Il primo è che lo Sinn Féin – e in particolare l’elemento IRA al suo interno – metta davvero in chiaro che disconosce questa nuova generazione. Devono dichiarare, forte e chiaro e senza ambiguità, che la violenza Repubblicana non portò all’unità dell’Irlanda e mai lo farà. Devono ammettere di aver loro stessi seguito la strategia sbagliata in passato. Devono dire che la violenza è una barriera insormontabile per l’unità dell’Irlanda. Devono dire che l’unità, se arriverà, richiederà pazienza, riconciliazione e il genuino desidero di più di una mera maggioranza in numeri. Non la canna di una pistola o un’autobomba fuori dal Victoria Shopping Centre.

L’altro elemento è la prova inconfutabile che il governo dell’Irlanda del Nord stia lavorando per il bene di tutti. Questo vuol dire, cioè, che il DUP e lo Sinn Féinmettano da parte i veti reciproci, le petizioni, il linguaggio ostile, le dita puntate, i pareggiamenti di conti, l’approccio ‘guardati-i-tuoi’ e sostituire tutto questo con sincero accordo e collaborazione. 

Vuol dire anche che tutti i partiti dell’Esecutivo si mettano d’accordo su un vero, ben calcolato e unificato Programma di Governo, che deve avere un’agenda chiara e una chiara visione del futuro. Devono essere in grado di provare al mondo di poter lavorare insieme, per scelta e per il bene di tutti. Il modo migliore di far sparire gli elementi di dissenso da entrambe le fazioni è provare che un governo stabile e buono esiste: un governo che sia efficiente, che faccia davvero la differenza per le vite di tutti, indipendentemente dalla loro provenienza. Un governo che, in altre parole, che abbia compiuto la transizione da stallo del conflitto a soluzione per il conflitto.

Suona tutto troppo semplice, vero? Fin troppo idealistico. Fin troppo improbabile. Ma forse, solo forse, se ci concentrassimo sul semplice, sull’idealistico e sull’improbabile, potremmo finire per sorprenderci!

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