UN OLOCAUSTO LUNGO OTTO SECOLI
Intervista a Riccardo Michelucci, autore di “Storia del Conflitto Anglo-Irlandese”
A cura di Giulia Caruso
“Quello che hanno fatto gli inglesi in Irlanda è molto peggio di ciò che Hitler ha fatto agli ebrei. Non ce ne rendiamo conto solo perché l’abbiamo fatto in oltre ottocento anni, invece che soltanto in sei”. La lapidaria dichiarazione appartiene a Ken Livingstone, sindaco di Londra dal 2000 al 2008, ed è contenuta in “Storia del Conflitto Anglo – Irlandese” ( Odoya edizioni) del giornalista e storico fiorentino Riccardo Michelucci. Il testo, basato su documenti, interviste e racconti di vita quotidiana, ripercorre con taglio divulgativo le principali fasi della travagliata storia dell’Isola di Smeraldo. Nella seguente intervista, in riferimento ai massacri perpetrati nel corso dei secoli dall’invasore britannico, Michelucci parla senza tanti mezzi termini, di “Olocausto”
Ottocento anni di persecuzione continua, la più lunga esperienza coloniale di tutti i tempi. E’ giusto usare questo termine?
Genocidio è la parola giusta, anche se sia nel linguaggio della cronaca e della stessa storiografia ufficiale è usato per indicare lo sterminio sistematico di intere popolazioni in un determinato lasso di tempo, per lo più limitato a un periodo breve, penso ai genocidio in Ruanda, consumato in tre mesi o alle stragi nei Balcani. Ma in Irlanda, gli inglesi sono stati artefici di un vero e proprio Olocausto che si è protratto nel corso dei secoli. Iniziato nell’alto Medioevo, all’epoca della conquista anglonormanna a opera di Enrico II nel XII secolo, continua nei secoli XV e XVI e poi fino ai nostri giorni. Sotto il regno Elisabetta I, furono attuate le più stragi più efferate con l’annientamento di buona parte della popolazione di stirpe celtica e con la conquista della parte nord occidentale dell‘Isola. Il seguito furono le cosiddette plantation, le massicce immigrazioni di coloni in maggioranza scozzesi, intraprese sotto il regno di Giacomo I a partire dal 1610. Il conflitto continuò per un altro secolo con le campagne di sterminio guidate da Cromwell (1649-1652). Ma solo tra il 1690 e il 1692, con le battaglie del fiume Boyne e di Aughrim, gli orangisti ebbero ragione della strenua resistenza locale, ottenendo il controllo incontrastato dell’intero territorio irlandese.
Un vero e proprio piano di sterminio e di dominio selvaggio le cui conseguenze sono visibili ancora oggi
Parallelamente all’occupazione militare dell’isola, l’invasore britannico iniziò un processo di brutale annientamento del suo apparato socioeconomico, proibì l’uso del gaelico e ogni espressione culturale tradizionale. E anche lo stesso clero cattolico irlandese subì lunghe persecuzioni. Ma si verificò un curioso fenomeno per cui, gli stessi colonizzatori, una volta insediati sulle terre strappate agli Irlandesi, cominciarono ad assumere usi e costumi del popolo che avevano sottomesso.
La conquista inglese fu supportata da una vera e propria campagna di odio razziale sostenuta da una serie di teorie che fin dal Medioevo diffondevano in ogni ceto sociale, l’immagine degli irlandesi come un esseri inferiori, selvaggi senza morale dediti all’alcool. Una genìa di schiavi del tutto priva di dignità e di autoderminazione. A sostegno di tutto ciò, anche uomini di cultura, a partire dallo storico gallese Giraldo Cambrense ( X secolo) fino agli stessi William Shakespeare e Thomas Moore. Una serie di stereotipi razzisti che nel corso degli anni trovò ampia eco , oltre che nella letteratura, nella satira e nel linguaggio popolare.
Il libro rappresenta una novità nel panorama editoriale italiano dedicato alla questione nordirlandese, visto che tutti testi in tema si basano su cronache del secolo scorso a oggi, dai Troubles, dalla Sunday Bloody Sunday in poi.
La maggior parte delle fonti giornalistiche ufficiali sono state sempre alimentate dai media britannici che hanno sempre dato una visione del conflitto nordirlandese come di un’interminabile guerra di religione. Dall’altro lato, l’establishment inglese ha sempre favorito in nome del divide et impera, tutti i possibili germi di discordia tra le due comunità, quella cattolica di lingua gaelica e i discendenti delle plantation, presbiteriani di origine scozzese, ostacolando anche i rari momenti di convivenza civile che malgrado tutto si instauravano tra loro. La fondazione dell’Orange Order ne è l’esempio più clamoroso.
Il processo di pace avviato dal Good Friday Agreement nel 1998 pone realmente le basi per una futura riunificazione?
Tutti nutrono grandi speranze a cominciare dallo stesso Gerry Adams che ha auspicato come termine ultimo per la riunificazione il 2016, centenario della Rivolta di Pasqua, ma penso che i tempi siano molto più lunghi, certo un processo di riunificazione non può prescindere da altri fattori, prima fra tutti quello economico. Negli ultimi anni anche se l’ Eire non è più la Tigre Celtica dello scorso decennio, un benessere diffuso ha fiaccato molte velleità indipendentiste. Inoltre, la Gran Bretagna è stata molto abile nel creare fratture tra Nord e Sud del paese. Sarei molto curioso infatti di sapere quanti, nella stessa Eire, hanno voglio ricongiungersi con l’irrequieto Nord
Una spina nel fianco di Dublino?
So che molti irlandesi dell’ Eire non hanno mai approvato l’ operato dell’Ira e ne hanno sempre temuto le ripercussioni sul territorio della Repubblica. Inoltre, nel corso degli anni la questione nordirlandese è sempre stata vista con fastidio da una cospicua parte della popolazione che considerava gli Irlandesi del Nord come i “terroni” della situazione.
E per quanto riguarda il processo di pace?
Penso che ormai la pace non sia più a rischio, anche se esistono e continueranno a esistere sacche di resistenza. Ci saranno episodi sporadici, altri attacchi, sull’esempio di Massarene Barracks ma penso che una ripresa dello scontro sia da escludere. E non dimentichiamo che attualmente, il Sinn Fein gode dell’appoggio della maggior parte della popolazione repubblicana.
(Un ringraziamento particolare a Riccardo Michelucci per aver concesso l’intervista a The Five Demands ed a colei che ne è l’autrice, Giulia Caruso)



