EDITORIALE

“Analisi, riflessioni, esperienze vissute”

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IL MEETING DI KILWILKIE, LURGAN
di Flavio Bacci


Fotografia di Salvatore di Noia

Il meeting a Lurgan è stata un’esperienza illuminante per il sottoscritto. Ipoteticamente lo sarebbe stata anche per lo SF, se solo fosse stato presente. Centinaia di persone (duecento, forse trecento), accalcate in una stanza, ottimisticamente di 40mq. I posti a sedere erano sufficienti, com’è ovvio pensare, neanche per un terzo. Nessuno, tuttavia, se n’è andato prima della conclusione.
Nessuno si sarebbe aspettato un’affluenza simile, seppure la stanza si trovi immersa nella zona di Kilwilkie, famoso feudo repubblicano, ancora oggi radicato nelle sue convinzioni repubblicane e domicilio di Colin Duffy. Questi saranno gli argomenti dei detrattori. Di fronte a quanto si è concretizzato la notte scorsa, il dato pratico va a farsi benedire. La prova audio del microfono interrompe la mia curiosa ricerca di visi conosciuti, che pure aveva trovato riscontri apprezzabili: Marian Price, Willie Gallagher, Brendan McKenna e Ivor Bell: il fior fiore della società repubblicana delle sei contee, che non si è arresa al processo di pace portato avanti da Adams & Co.
Dopo le recenti prese di posizione di McGuinness, la rabbia e la delusione (forse non troppa), è percettibile. Il moderatore è costretto ad invitare numerose volte gli intervenuti a mantenere il profilo dell’incontro, incentrato sulle condizioni di Colin Duffy, piuttosto che sulla dimensione politica.
Pochi minuti di descrizione sommaria delle stanze in cui sono detenuti i prigionieri (in attesa, ricordiamo, di accuse formali) e una simpatica nonnina irlandese si mette a piangere visibilmente. E non è la sola. La commozione per l’amico, per il congiunto, per il compagno Duffy, è molta ed è evidente. Anche io fatico a non sentirmi parte di questa comunità. Non si fa retorica, non è tempo di retorica. E neppure di demagogia.
Lo stesso stile del meeting è sorprendente per i canoni “europei – italiani”, fatti di sfrenati individualismi. La parvenza è piuttosto di chiacchiere in un pub, davanti ad una pinta. Ognuno ha la propria dignità e opinione da raccontare, ma alla fine, tutte si ricollegano ad un semplice desiderio: la voglia di farsi sentire. Testimoniare la propria ferrea solidarietà verso l’ingiusta prigionia, prima ancora di volere un’Irlanda a 32 contee.
Le parti politiche dovrebbero tenere conto di questa comunità e delle sue prerogative, invece di ostentare quello che dovrebbe essere l’appoggio unanime della popolazione irlandese al governo congiunto e alle pratiche della PSNI. Non ci sono solo graffiti ( importante la presenza di scritte di solidarietà per Duffy a Lurgan), ma piuttosto ci sono ancora persone nelle sei contee che non si vogliono vendere.

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5 MAGGIO 2009. BOBBY SANDS
di Flavio Bacci

Bobby Sands

“Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata”. Non sono parole di un dissidente, bensì di Bobby Sands.
5 maggio 1981. L’autore di quelle parole moriva di inedia, nell’ala infermieristica del Maze.
5 maggio 2009. Ventotto anni dopo, le Sei Contee, volenti o nolenti, sono ancora sotto il dominio politico inglese. Non molto, purtroppo, è cambiato. Il “sectarianism” è ancora fortemente radicato e spinge moltissime “famiglie Sands” ad abbandonare le case per essere sempre più ghettizzati. La storia di quello che diventerà il più famoso hungerstriker irlandese è la storia di molti giovani irlandesi: MickyBo, ragazzo quindicenne, ucciso a Ballymena solo per colpa di un maledetto cognome cattolico soltanto pochi anni fa.
Non vogliamo qui certamente citare frasi di sterile vacuità politica e neppure elaborare un complesso memoriale mirato a far commuovere il lettore. Desideriamo, piuttosto, ricordare. Solo ricordare.
Un famoso giornalista italiano scriveva che i ricordi erano come i sogni e pertanto interpretabili. Mai fu più vero per Bobby.
Per molti, Newtownabbey, oggi, è solo il nome di una zona residenziale di North Belfast: verdi prati, altalene cigolanti e un lento traffico. Per molti altri, il luogo di nascita di un martire. Così come Rathcoole e Twinbrook, semplici nomi di quartieri di Belfast dove il giovane Bobby è cresciuto. Un’infanzia difficile la definiremmo oggi. Due traslochi, diverse case, nuove e vecchie amicizie sullo sfondo dell’Irlanda dei Troubles. Il suo destino, probabilmente, era già segnato. Ma non lo sapremo mai.
Chi può vantarsi di avere letto le sofferte pagine di Bobby Sands, fatte uscire di nascosto dal carcere sottoforma di carta igienica, sa bene che non è il racconto di un eroe. Trapela solo normalità e desiderio di far conoscere le infamie di Long Kesh.
La storia, però, aveva in serbo qualcosa di diverso dalla normalità per lui. Una lunga battaglia per vedere riconosciuti le cinque fondamentali richieste, che sono le fondamenta sulle quali è stato costruito questo questo sito. Cinque semplici domande, per elevarsi al di sopra di comuni criminali e orrendi stupratori. Gli hungerstrikers volevano riconosciuto il loro status di prigionieri politici. Infine la sbalorditiva elezione al parlamento di Westminster. Certamente una vittoria, ma con il sapore di una sconfitta: il 5 maggio, come è noto, Bobby muore dopo 66 giorni di sciopero della fame.
Nero su bianco che mai vano fu il suo sacrificio per un’Irlanda unita. Murals che lo inneggiano e lo trasformano in quell’eroe, che forse non sarebbe mai voluto diventare. Foto ingiallite che lo ritraggono assieme a Mandela ne fanno un simbolo di svolta e di pace, alla stregua di Che Guevara. Soprattutto simbolo di un cambiamento che non è mai avvenuto.
Non credo Bobby sia morto per questa pace. Vedremo se la storia darà ragione a questa opinione o le volterà le spalle. Nel frattempo accontentiamoci di urlare il suo “Tiocfaidh àr là” più come motivo di identità che non di speranza.

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BELFAST E LE SUE GEMME DI RINASCITA
di Salvatore Di Noia

I Love Falls - Fotografia di Salvatore di Noia

E’ una sensazione struggente quella che si prova ogni qualvolta ci si lascia alle spalle la Black Mountain.. Vista dall’alto è un gigante assopito che domina West Belfast, ma la sensazione che si prova camminandovi sui pendii scoscesi che si ergono sulle verdi vallate circostanti, è magia allo stato puro. La Black Mountain è l’occhio vigile di Belfast, è colei che ascolta il vociare diurno dei suoi abitanti. E’ il gigante che dall’alto veglia sui martiri di West Belfast.
Pochi giorni a Belfast per incontrare vecchi e nuovi amici, per respirare il profumo di torba che si leva denso dagli innumerevoli comignoli di Falls, per esplorare ancora una volta i luoghi della memoria.
Oggi Belfast non è più quella di un tempo, anche se percorrendone i labirinti scoscesi si può ancora cogliere l’essenza della storia di un popolo e della sua perenne lotta contro un tiranno invasore venuto d’oltremare.
New Lodge, Lenadoon, Lower Falls, Beechmount, Ballymurphy, Clonard, Short Strand, Turf Lodge, Andytown, Twinbrook, Ardoyne, Oldpark, St.James, New Barnsley, sono le gemme di una città che cerca di voltare pagina. Le nuove generazioni sperano in un futuro migliore e i campi da gioco pullulano di adolescenti la cui unica arma è un vecchio hurl carico di speranza.
Questa è Belfast, un dedalo di viuzze i cui abitanti sanno donarti l’anima…e quando stai per dirle addio, non puoi trattenere la grande emozione che ti lacera il cuore…
E non sarà mai un addio, ma una semplice stretta di mano con chi è entrato a far parte per sempre della tua vita…

Tiocfaidh àr là


12 MAGGIO 1981. VENTOTTO ANNI FA, MORIVA FRANCIS HUGHES
di Flavio Bacci



Se non fosse stato per gli Hungerstrikers, ben pochi conoscerebbero Bellaghy. Le guide turistiche la descrivono come una tipica cittadina irlandese, appena fuori Derry. L’occhio esperto vede oltre. Questa cittadina, di appena mille anime, porta profonde ferite con se.
Francis Hughes nasce proprio a Bellaghy, e cresce in una bucolica fattoria di provincia. Una famiglia numerosissima, dieci ragazzi tra fratelli e sorelle. Un’adolescenza che sicuramente non avrebbe presentato difficoltà se solo Francis fosse nato in un altro paese.
Spesso si sente dire che gli irlandesi nascono repubblicani, che già nella culla imparano a ribellarsi alle prepotenze e al dominio. Dalla mia poca esperienza, credo che questa ipotesi sia sbagliata. Nessuno, irlandese o meno, nasce con propositi di rivalsa o rancore. Lo stesso potremmo dire per il ragazzo che la storia avrebbe, di lì a poco, consacrato come il secondo Hungerstriker del 1981. Si racconta che Francis decise di compiere una profonda virata nella sua vita per alcune intimidazioni che subì da parte dell’esercito inglese. Qualcuno parla di minacce, altri di vere e proprie violenze ai posti di blocco che gli inglesi erigevano ovunque per arginare la vivacità dei frequenti attacchi dell’IRA. Fatto sta che decise di servire il movimento repubblicano attraverso la lotta armata e il destino di Francis e della sua amata Bellaghy venne così segnato.
La sua storia si confuse con leggende popolari sulle sue imprese.
Su Hughes vennero costruiti aneddoti di fantastiche e rocambolesche fughe dopo coraggiosi attacchi alle forze di occupazione britanniche. Sue foto e del fraterno amico Dominic McGlinchey campeggiavano in tutte le città del nord. Non sapremmo mai quanto il suo eroismo fosse reale, ma la condanna all’ergastolo che subì nel 73′ ci fa sorgere il dubbio che proprio di leggende non doveva trattarsi. Perfino il suo arresto fu farcito di fascinosi dettagli, veri o falsi che fossero: ferito gravemente, riuscì, dopo aver ucciso un soldato della SAS, a nascondersi in un cespuglio per diverso tempo. Una storia cinematografica potremmo definirla, come fu, d’altronde, la sua intera esistenza. Se fosse finita qui, probabilmente lo avremmo incontrato ancora oggi in un buon pub di Falls road; magari davanti ad una pinta e non troppo desideroso di raccontare ciò che aveva vissuto negli anni dei Troubles. E non ne parlerei.
La sua impresa più riuscita fu proprio la sua morte: in gloria, coraggiosa come tutta la sua vita. Com’è noto, si accostò a Sands nello sciopero 15 giorni dopo il suo inizio.
12 maggio, ore 17.43, dopo 59 giorni Francis Hughes perisce in una fredda cella di Long Kesh, quasi come per rispettare il primato di Bobby nel digiuno.
Bellaghy è tornata ad essere una ridente cittadina nell’hinterland di Derry, ma è ancora percebile la brace che ancora brucia sotto una fredda coltre di pietre.


IL FUTURO OLTRE IL CHECK POINT
di Salvatore Di Noia

Ulster Feile (Fotografia di Salvatore di Noia)

Girovagando lungo i campi verdi di East Tyrone ho pensato molte volte a Aidan McAnespie in quella domenica mattina di febbraio, recarsi felice oltre il check point per tifare Aghaloo. Mi sono immedesimato nei pensieri di un giovane ragazzo la cui unica via d’uscita dal conflitto era il suo amore per lo sport.
Poche settimane fa, partecipando all’edizione annuale dell’Ulster Feile di Dungannon, tra le 96 squadre under 14 presenti nei pitches della contea di Tyrone, per un attimo ho immaginato Aidan McAnespie indossare la divisa dell’Aghaloo GFC e scendere in campo. In un mescolarsi di colori ho intravisto Aidan sorridere e scherzare insieme agli oltre duemila giovani atleti presenti nelle vie cittadine di Dungannon.
E nel verde smeraldo dei campi d’Irlanda ho osservato il tricolore sventolare tra le colline di Dungannon, nei prati di Killeen, nella baia di Aughamullan, sul lungolago di Ardboe, fino al confine di Aughnacloy. Tyrone e i suoi minuscoli villaggi, Tyrone e i verdissimi gaelic ground, Tyrone e la scheggia di smeraldo insanguinata. Non ho potuto non alzare lo sguardo al cielo ripercorrendo le strade di Aughnacloy e immaginare i 40.000 del Celtic Park, intonare l’inno alla memoria:

Twas on a Sunday evening the sun was in the sky
As he walked his way to the Gaelic pitch never thinking he was going to die
But as he crossed the checkpoint the sound of gunfire came
The news spread through the border town Aiden McAnespie was slain
For years he was harassed by the forces of the crown
As he went to his work every day he left his native town
The soldiers swore they´d get him the reason no one can say
And sure enough they murdered him in cold blood that sunny day
Oh why did you do it?
Have you not the guts to say
You say it was an accident or even a ricochet
But like Loughgall and Gibraltar you´re lies are well renowned
You murdered Aiden McAnespie on his way to the Gaelic ground
The people heard the gunfire they came from miles around
They saw that you man lying there dying on the ground
His flow of life was ebbing fast and people they tried their best
That bullet wound it was far to deep it went right through his chest
Oh why did you do it?
Have you not the guts to say
You say it was an accident or even a ricochet
But like Loughgall and Gibraltar you´re lies are well renowned
You murdered Aiden McAnespie on his way to the Gaelic ground
Aidens life had ended it was time for judgement day
The soldier he jumped down from the tower and the coward he slipped away
God´s curse on you Britannia for this cruel deed you´ve done
But god will have his final say when your judgement day it comes
Oh why did you do it?
Have you not the guts to say
You say it was an accident or even a ricochet
But like Loughgall and Gibraltar you´re lies are well renowned
You murdered Aiden McAnespie on his way to the Gaelic ground
To say it was an accident is the greatest crime of all
To his heart-broken family the worst had `er befalled
A cross it marks the lonely spot where Aiden was gunned down
As he strolled on that sunny evening on his way to the Gaelic ground
Oh why did you do it?
Have you not the guts to say
You say it was an accident or even a ricochet
But like Loughgall and Gibraltar you´re lies are well renowned
You murdered Aiden McAnespie on his way to the Gaelic ground

Aidan McAnespie fu assassinato ad un check point nella cittadina di Aughnacloy il 21 febbraio 1988 da un soldato dell’esercito britannico, mentre si stava recando ad una partita di gaelic football della propria squadra, l’Aghaloo GFC. Aidan fu ucciso dopo sette anni di minacce e offese ripetutesi ogni giorno al medesimo check point di Aughnacloy. La versione ufficiale dei fatti parlò di un incidente causato dalle mani bagnate del soldato che accidentalmente fecero partire un colpo dal proprio mitragliatore, che di rimbalzo colpì il giovane Aidan… Jonathan Golden, il soldato che assassinò Aidan McAnespie non fu mai incriminato per l’omicidio del ventitreenne irlandese.
Come a Loughall e a Gibilterra, ancora bugie… Aidan McAnespie fu assassinato sulla via per il suo gaelic ground…

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DUE GIOVANI REPUBBLICANI IRLANDESI, NON UNA STORIA COMUNE
di Flavio Bacci

21 maggio 1981. Un giorno maledetto per la gente d’Irlanda, per altri, troppi forse, un normale giorno alle porte dell’estate.
Due ragazzi: Patsy O’Hara di Derry e Ray McCreesh di Armagh. Entrambi ventiquattrenni quando si lasciarono morire di fame, entrambi dopo un digiuno di 61 giorni, quasi come se avessero deciso loro quando morire. Un gesto di elisabettiana memoria. Un destino comune intrecciatosi tra le fredde pareti del Maze, e terminato, in gloria, il 21 maggio.
Entrambi ferventi repubblicani.
Entrambi giovani irlandesi.
Non sono storie comuni queste.
Patsy O’Hara ha sempre suscitato in me una simpatia tutta particolare, di quelle simpatie sconosciute e mistiche. Un viso fresco, solare, interrotto solo da una giovane barba, probabilmente portata con il tipico orgoglio di un ventiquattrenne. Ho sempre avuto un rapporto particolare con Patsy, non per il personaggio, ma per un’empatia nei suoi confronti. Questa sensazione si è radicata in uno dei tanti giorni piovigginosi nella vecchia Dublino. Una delle tante, solite, monotone passeggiate in O’Connell street. Eppure, improvvisamente, il ricordo innaturale dell’arresto di Patsy. Proprio lì dove stavamo camminando freneticamente. Joyce l’avrebbe chiamata epifania. E in mente solo le sue ultime parole che oggi campeggiano in un famoso mural di North Belfast: “Let the fight go on”.
Probabilmente Ray non lo avrebbe mai incontrato, se ‘Storia’ non si fosse accanita. Un background differente e l’appartenenza a gruppi diversi (Patsy dall’INLA, Ray dalla PIRA).
Mentre gli altri ragazzini si davano all’hurling, McCreesh, a soli 17 anni entrava nell’IRA. Scelta dettata, si dice, da violenze settarie subite al lavoro. Fu condannato a 17 anni di carcere, prospettiva non brillante per un volunteer dinamico come lui. Un ragazzo fervidamente coinvolto nelle lotte repubblicane e nelle proteste che si moltiplicavano nell’ormai celeberrima Long Kesh. Partecipò alla “blanket protest”, con quella coperta che portò fino alla fine dei suoi giorni, come fosse uno status da difendere. Poi l’epilogo, lo sciopero della fame. La sua fine si intrecciò così con quella di Patsy, la stessa di Hughes e Sands prima di loro. Avevano saputo radicare e fortificare quel filo che li collegava in vita anche dopo la morte. Oltre l’amicizia, oltre l’amore. Un sentimento difficilmente limitabile con le parole.

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I FANTASMI DI LONG KESH…
di Salvatore Di Noia


I resti di Long Kesh apparivano come scheletri quel giorno di gennaio. Un freddo gelido mi diede il benvenuto, mentre la follia umana iniziava a materializzarsi davanti ai miei occhi. Rimasi circa un’ora in attesa della guida che mi avrebbe condotto all’inferno. In quegli infiniti attimi, il grigiore del cemento lasciava intravedere le torrette di sorveglianza ancora in piedi che sovrastavano i bulldozer intenti alla demolizione dell’orrore. Tra i cumuli di macerie ricercavo i luoghi della memoria.
Quando arrivò il pulmino il cielo si fece di un grigio assoluto e i primi fiocchi di neve iniziarono a cadere sul Maze. A passo d’uomo il bus iniziò a percorrere il perimetro del carcere, e intorno nient’altro che muri di cemento e rugginoso filo spinato. Sette degli otto blocchi H erano stati rasi al suolo. In piedi rimanevano solo un H-Block e l’ospedale della prigione. I muri di un grigio ormai sbiadito alimentavano il ricordo della lotta carceraria di un’intera generazione di giovani repubblicani.
Mai avrei mai pensato che l’essere umano potesse arrivare ad un tale livello di orrore nel momento in cui le porte dell’H4 mi si spalancarono di fronte. Ero nel cuore di Long Kesh….
L’H4, come tutti gli altri sette blocchi del carcere era composto da 4 ali (A, B, C, D wing). Ogni ala ospitava celle di quattro metri quadrati il cui unico spiraglio di libertà era una grata in cemento composta da quattro sbarre. Ogni cella negli anni di lotta “accoglieva” due pows. La zona centrale ospitava invece gli screws (i secondini) e la direzione del singolo Blocco H.
Una delle cose che a prima vista colpisce il visitatore di Long Kesh è il suo grigiore assoluto che, sotto un cielo di piombo, assume le vestigia del nulla. Il silenzio tombale evoca gli spettri di un campo di concentramento in cui non esiste via d’uscita.
L’esterno di ogni Blocco H è presidiato da numerose torrette di guardia i cui unici custodi sono i corvi solitari che dall’alto assumono la veste di vedette del ricordo. Ed il loro gracchiare è l’unica voce che riecheggia nei reconditi torpori del passato. La ruggine ha ormai divorato il metallo che accerchia ogni angolo del campo; resistono alle intemperie del tempo due canestri appesi in alto, mentre gli spettri di due porte di calcio si intravedono dipinte sulle lamiere di recinzione. Rappresentano gli unici segni di vita in mezzo all’infame progetto di criminalizzazione della lotta per la libertà condotta da giovani repubblicani irlandesi.
Ma è all’interno delle celle del Blocco H che il passato emerge con tutta la sua tragedia. Sentire l’eco dei propri passi sprigiona sensazioni indicibili. Il gelo ti attanaglia, il silenzio ti immobilizza, il vuoto ti assale. Non riesci a sentirti una persona qualsiasi lì dentro perché ogni istante ti riporta indietro nel tempo. La neve cade debolmente dentro ogni cella e il pensiero corre al ricordo di quei ragazzi che con assoluta dignità, indossando una coperta sulle spalle, hanno affrontato barbarie ed atrocità di ogni tipo, “vivendo” per anni spalmando la propria merda sui muri, e raggiungendo il culmine della propria protesta con il digiuno fino alla morte.
Sedendomi su uno di quei putridi materassi intrisi di neve, socchiusi l’enorme porta della cella con tutte le mie forze e per pochi minuti rimasi solo all’interno. Neanche l’immaginazione riuscì a farmi capire come potè l’essere umano costringere con tale violenza e odio, un suo simile a tanta sofferenza.
Fu poi la volta dell’ospedale del carcere che mi accolse sotto una fitta nevicata. Lì osservai la ferocia assumere tutte le sue sembianze quando da ogni cella iniziò ad intravedersi il telaio di quel letto arrugginito, che accompagnò dieci ragazzi sino alla morte. Di quei letti oggi rimane solo un flebile scheletro che più di ogni altra cosa testimonia l’orrore dell’essere umano….
I fantasmi del passato a Long Kesh ti prendono per mano e ti guidano con sè, mentre sbiaditi murales riaffiorano sulle pareti come spettri custodi della storia. Sempre lì, a testimoniare che ogni tentativo di demolizione non potrà cancellare la memoria di un popolo e la sua secolare lotta di liberazione.

Fotografie di Salvatore Di Noia

(cliccare sull’immagine per ingrandire)

“Gli unici segni di vita…”

Corridoio dell’H4

“L’unico spiraglio di libertà era una grata
in cemento composta da quattro sbarre…”

“Un flebile scheletro che più di ogni altra cosa
testimonia l’orrore dell’essere umano….”

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8 LUGLIO, JOE McDONNELL
di Flavio Bacci

“Oh my name is Joe McDonnell
From Belfast town I came
That city I will never see again
For in the town of Belfast
I spent many happy days
And I loved that town in oh so many ways
For it’s there I spent my childhood”

Joe McDonnell è forse l’esempio più fulgido di volunteer venuto dalla città. Una città, come si è scritto un po’ ovunque, martoriata e devastata da bombe e rivolte, ma che mai, in fondo, ha dimenticato la sua storia. Joe proveniva propio da una di quelle strade simbolo che tutto il mondo ha imparato a conoscere negli anni turbolenti dei Troubles: Falls Road. Una strada in cui, ancora oggi, molti bambini vengono adagiati in culle con la coccarda, ma che ultimamente sembra aver perso la sua originaria tempra. Ad un occhio quantomeno allenato si palesano i cambiamenti che gli ultimi anni hanno apportato. Parrucchieri, caffè, parchi giochi senza filo spinato occupano ora il posto di vecchi magazzini dismessi utilizzati da giovani cecchini dell’IRA come Joe.
“And you dare to call me a terrorist
While you look down your gun
When I think of all the deeds that you have done “

Non si può certo dire che Joe fosse un ragazzo riflessivo o indolente. A soli diciannove anni aveva già bruciato tutte le tappe: sposato con Goretti, messo su casa e accompagnava la sua vita civile ad un’intensa attività paramilitare nell’IRA. Entrato a far parte nel battaglione Belfast, mette a segno attacchi importanti contro le forze di occupazione. E’ uno dei repubblicani più conosciuti nell’area. E forse proprio per questo uno dei più ricercati. Viene arrestato più di una volta, la prima, con Gerry Adams, lo porterà sulla famosa Maidstone, nave prigione di Sua Maestà britannica infine la più celebre Long Kesh.
Arresti e rilasci divennero costume comune per Joe che, durante i periodi in cui era con la famiglia, era oggetto di percosse e visite inattese delle forze britanniche.
L’ultimo arresto nel 1976 gli sarà, in un certo senso, fatale. Venne condannato a 14 anni di reclusione con la stesso capo di imputazione del compagno Bobby: la presenza di un’arma nella loro vettura.
“And though sad and bitter was the year of 1981
All was not lost, but it’s still there to be won”

In carcere Joe si distinse per caparbietà e decisione. Non volle scendere a patti con le autorità riguardo il vestire abiti carcerari. Si sentiva un prigioniero politico e pertanto voleva essere trattato. Preferì, con un indole d’altri tempi, rifiutare le visite mensili per non accondiscendere alle imposizioni britanniche che lo avrebbero equiparato ad un criminale comune.
Mi piace pensare che, in quell’anno maledetto, Joe fu quello più recalcitrante ad iniziare lo sciopero per l’amore e l’affetto che mostrava verso la famiglia. Rinomata era la sua capacità di tenersi in contatto con i familiari grazie a dei bigliettini fatti uscire di nascosto dal carcere.
Il corso degli eventi andò com’è noto.
Dopo 61 giorni di digiuno, alle 5 del mattino del’8 luglio si lasciò morire.
La pace non arrivò neppure dopo la morte. Il suo funerale, tenuto con onori militari, venne attaccato allo scopo di arrestare i volunteers presenti.
Ancora oggi, Joe è fedele alla causa repubblicana e riposa accanto al suo amico Bobby Sands nel cimitero di Milltown.

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IL RICORDO IN MUSICA DI MARTIN HURSON
di Flavio Bacci

Spesso la normale scrittura discorsiva non rende giustizia ai martiri dell’81.
Spesso le parole intrappolate in una poesia od in una canzone riescono a far scaturire sensazioni mai provate.
Spesso versi cantati da compagni di lotte dell’amico perduto sono molto più incisivi di migliaia di discorsi.
Per Martin Hurson, morto il 13 luglio dopo 46 giorni di digiuno, questa canzone che parla di lui,scritta dalla “The Irish Brigade”.

Martin Hurson Song
Among the hills of green Tyrone
An Irish soldier lies
The youthful Martin Hurson who for Ireland gave his life
To uphold his country’s dignity he followed Bobby Sands
On hunger strike for human rights
To death he took his stand
Through dreary days in that H-Block cage
My thoughts return to you
Though beaten low by savage foe
Your memories saw me through
In tortured nights you’re praise brought light
And soothed my fears and pain
And though I’m gone you must fight on
Till Ireland is free again
Naked and pale in my H-Block cell
My heart still burns the flame
In fondest dreams I drilled it seems
Among your hills again
A guiding light to lead the fight
To free my green Tyrone
The voice of truth for Irish youth
To crush the British throne
Farewell my native green Tyrone
And you sweet Bernadette
My parents and companions brave
I’m watching over you yet
Of you who blessed my childhood days
Our memories I recall
And so a due to the land I love true
slan go foil
And so farewell to the land I love true
slan go foil

La canzone di Martin Hurson
Tra le verdi colline di Tyrone
giace un soldato irlandese
Il giovane Martin Hurson che diede la vita per l’Irlanda
e per tenere alta la dignità del suo paese seguì Bobby Sands
in sciopero della fame per diritti umani
contro la morte prese la sua posizione
attraverso tetri giorni in quella gabbia negli H-Block
Il mio pensiero torna a te
anche se picchiato da un nemico selvaggio
le tue memorie vivono attraverso me
in notti torturate la tua lode portava luce
e cullava le mie paure ed il mio dolore
anche se non ci sono più dovete continuare a lottare
finchè l’Irlanda non sarà libera ancora.
Nei sogni più profondi sembrava mi esercitassi
Nudo e pallido nella mia cella negli H-Block
nel mio cuore ancora brucia la fiamma
Tra le vostre colline ancora
una guida per condurre la lotta
per liberare la mia verde Tyrone
la voce della verità per i giovani irlandesi
per distruggere il trono inglese
Addio alla mia nativa verde Tyrone
e a te, dolce Bernadette
ai miei genitori e coraggiosi compagni
Sto già vegliando su di voi
voi che avete benedetto la mia giovinezza
rievoco i nostri ricordi
così un debito alla terra che amo veramente
slan go fòil (addio per adesso)
così  addio alla terra che  amo veramente
slan go foil (addio per adesso)

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TOUR OF THE NORTH
di Flavio Bacci

Scatto di Flavio Baccia

Per un italiano forse è più facile capire il tradimento della classe politica. Siamo, probabilmente, più avvezzi a capire come un intero popolo possa essere anestetizzato alle radici e reso incapace di discernere. Ma, perfino al sottoscritto, risulta difficile capire come possa essere stato spazzato via il corso della storia.
Più di una volta, abbiamo avuto il sentore che in Irlanda del Nord qualcosa stesse cambiando. Sarebbe impossibile non notare il nuovo corso dagli accordi del Venerdì Santo, sotto il labaro di Adams & Co. Insistentemente sono state tirate in ballo dalle forze repubblicane, la collisione di Stormont con l’arcinota PSNI. Tutte questioni già ampiamente dibattute e a cui, personalmente, non potrei aggiungere nulla.
Posso, però, raccontare di come il disicanto si sia impossessato di me, dopo una recente visita nelle sei contee, in occasione di una famosa parata che tocca tutti i punti nevralgici di North Belfast.
Non è stato sconvolgente tanto vedere i fieri orangisti marciare con le loro fasce arancioni o le schiere di poliziotti; bensì umiliante è stato notare la consapevolezza (vera o fittizia) del popolo repubblicano.
La rabbia dei manifestanti non scaturisce dalle formazioni ordinate di orangisti in festa, quanto dalla presenza degli stessi sul loro suolo. Ogni anno, il governo e le forze di polizia permettono manifestazioni come questa, infrangendo dunque un tacito patto di convivenza. Orde di lealisti invadono simbolicamente la terra delle sei contee che non si piega al dominio inglese. Una sorta di capitolazione per una nazione che de facto non esiste. North Belfast, Garvaghy road sono nomi di strade a forte maggioranza cattolica che devono sopportare in silenzio la sfilata di odiati ordini razzisti. Ma questa è storia, un monotono e terrificante Eterno ritorno dell’uguale.
Ciò che forse impressiona di più è la modalità con cui si mantiene lo status quo durante queste manifestazioni.
E’ bastato vedere le fila di ex volunteers della PIRA, un tempo fiore all’occhiello della resistenza anti britannica, garantire la sicurezza e l’incolumità della parata, per capire che molte cose sono cambiate. La presenza di Gerry Kelly e altri parlamentari dello Sinn Fein, che insiste ad autodefinirsi movimento repubblicano, non per protestare per questo scempio, bensì per garantire il corretto svolgimento dello stesso. Uomini dell’IRA sui tetti, scambiati inizialmente per “inferociti della prima ora”, dovevano godere di una visuale più ampia per individuare facinorosi e contestatori della pubblica quiete.
Gradualmente note lontane di flauti e tamburi sono rese ancora più evidenti dall’apparizione dell’arancio, colore dominante in una giornata come quella. Bandiere di ogni tipo, bandiere che lo Sinn Fein una volta bruciava pubblicamente. Bandiere per cui uomini come Kelly sono andati in prigione. Adesso sono lì, con loro, a difensori di un ordine prestabilito che, forse, è solo di facciata.
All’improvviso, personaggi di dubbia statura fisica inferiscono sulla banda orangista con le armi del popolo: sassi, bottiglie, urla. Sintomo di una continuità che forse in troppi vorrebbero negare. I provos, come sempre, molto solleciti ad individuarli e isolarli, alzando le mani su quella che una volta era da loro definita come la migliore gioventù repubblicana. Una scintilla di faida intestina che si spegne così come era nata.
La parata passa, i poliziotti e gli shinners si rilassano. Ma i giovani si riuniscono, con un candore che difficilmente scorderò. All’apparenza decidere a chi toccava contare per nascondino, in realtà decidere se seguire la parata o concentrarsi sui supporters lealisti, rimasti esclusi dal seguito per motivi di sicurezza dai poliziotti. La seconda linea prevale, grazie alla fermezza di piccoli uomini che già si credono eroi e patrioti. Ma allo stato delle cose,non avrei diffcoltà a definirli tali. Ancora un nugolo di oggetti sui lealisti, separati dalla fazione avversa solo da pochi stewards. Sull’orlo di una rissa che nessuno vorrebbe che accadesse, a parte i cinici giornalisti della BBC con la mano sul microfono, come fosse una pistola pronta a sparare in un duello.
Dopo pochi minuti, tutto torna calmo, come se nulla fosse successo. E in effetti, nulla è successo. Solo, forse, una commedia grottesca in un teatro di periferia mandata in scena ogni notte per tradizione, ma che nessuno segue più.

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1981, UN AGOSTO NEL SEGNO DEL LUTTO

di Flavio Bacci
Estate 1981. Forse la più calda del secolo nelle sei contee del Nord.
Molti mesi sono passati dall’inizio dello sciopero della fame, e ancora i volunteers continuano a morire uno dopo l’altro a long kesh, come falciati dall’indifferenza del governo inglese. O almeno questa è la storia ufficiale.
E’ un’estate strana, nessuno ha la possibilità di fermarsi a pensare, si richiedono forti prese di posizione e velocità di movimento. Un susseguirsi di proteste a favore degli hungerstrikers per le strade di Belfast, immortalate dalla televisione di allora e dagli innumerevoli film che riescono, forse solo in minima parte, a restituirci l’atmosfera di quei giorni. Muore Peter Doherty per lo sparo di un proiettile di plastica. Un fatto ricorrente in una città in trincea.
Alla memoria, le immagini della madre di Bobby Sands che interrotta dal pianto riesce a proferire un semplice “my son is dying”,ossia “mio figlio sta morendo”. E proprio le famiglie dei detenuti, tra un misto di paura e di rassegnazione, sono le maggiori vittime di quest’inizio agosto.
28 luglio: Padre Denis Faul incontra i familiari degli hungerstrikers cercando un compromesso per salvare la vita dei loro congiunti tramite un atto di forza.
La gerarchia cattolica, forse per filantropia, più probabilmente per compiancere le autorità, li mette sotto pressione. Numerose allocuzioni del clero si rivolgono alle famiglie per mettere fine alla scelleratezza dello sciopero della fame, Ne avrebbero avuto il potere con una sola parola. Assitenza medica. Assistenza che mai i volunteers avrebbero voluto e sul quale argomento sono stati scritti interi capitoli. Il giudizio sulla moralità dell’atto la lasciamo a chi di dovere.
La storia ci racconta, tuttavia, che al 47° giorno di sciopero i familiari di Paddy Quinn lo ritirano dalla stessa lotta che aveva condannato a morte i suoi compagni.
29 luglio: Kevin Lynch è entrato in coma. Concitate divengono le azioni politiche di esponenti dello Sinn Fèin(tra cui Gerry Adams) e dell’IRSP. Sembra ormai segnato il destino del settimo hungerstrikers. Anche il vescovo di Derry cerca un compromesso per mettere fine a questa strage.
I giorni seguenti furono giorni di lutto per l’intera Irlanda. Muoiono nel giro di due giorni Kevin Lynch e Kieran Doherty, rispettivamente dopo 71 e 73 giorni di sciopero.
Lynch apparteneva all’INLA, frangia tutt’oggi in servizio, assorbita da elementi marxisti e tristemente famosa per la sua crudeltà e per le frequenti faide interne che la investivano.
Kevin era nato in una numerosa famiglia dalla contea di Derry. Già famoso per meriti sportivi, si avviava ad una florida carriera di calciatore gaelico. Ma negli anni 70′ entra nell’IRA e il suo futuro cambia repentinamente. Prende il posto dell’altro volunteer dell’INLA: Patsy O’Hara e ne segue i destini.
Tutto ciò che rimane oggi di Kevin è l’onore di avere intitolato un club di calcio gaelico e memoriali sparsi un po in tutte le sei contee.
Kieran Doherty proveniva, invece, dalla città, ma con Lynch spartiva un profondo amore per lo sport. Nato e cresciuto ad Andersontown, venne condannato a 18 anni per il furto di un auto e per possesso di armi ed esplosivi. Si dice che quando venne arrestato, la sua fidanzata ne ignorasse l’appartenenza all’IRA, e tuttavia, gli stette vicino fino agli ultimi giorni e lo aiutò a comunicare con l’esterno.
Riesce, miracolosamente, ad essere eletto al parlamento di Dublino e ne ricopre il triste record di essere il deputato con il più breve servizio.
Ad oggi, forse due morti inutili, alla luce di ciò che sta emergendo lentamente dall’omertà di ex leali compagni di lotta. Un po’ di verità e giustizia, anche per questi due giovani sportivi, non guasterebbe, ma, si sa, la verità torna a galla(forse) sempre troppo tardi.

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Un pensiero su “EDITORIALE

  1. @BELFAST E LE SUE GEMME DI RINASCITA
    Bellissima nota frat! Benchè io non condivida a pieno la causa irlandese, il fascino della sua storia in particolari momenti non può che catturare anche me, come miniera di vita e di passione indomabile… prima o poi ci torniamo insieme…

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