ALAN LUNDY, UN GIORNO A MAGHABERRY

Alan Lundy, vittima dell’internamento britannico su accuse risalenti a sette anni fa e liberato su cauzione il 1 ottobre dopo tre mesi a Maghaberry, racconta il massacro delle strip searches in un resoconto che riecheggia tragicamente i giorni più bui degli H-Blocks descritti da Bobby Sands

Traduzione a cura di Elena Chiorino

È il 27 settembre, sono circa le 5 del mattino. Sono steso nella mia cella, nervoso, e penso al giorno che sta per iniziare.

Oggi devo andare in tribunale, e questo per i prigionieri Repubblicani significa affrontare la tattica brutale, degradante e umiliante delle strip searches forzate. Non è la prima volta che vengo portato in tribunale, quindi so cosa mi aspetta. Il mio cuore inizia a battere veloce, sempre più veloce, tanto che riesco a sentirlo pulsare nel petto mentre i pensieri di quello che dovrò subire mi sfrecciano nella mente.
Posso essere preoccupato, ma nonostante tutto so che non asseconderò queste torture amare e senza cuore.

Le ore scivolano via, e alle 7 le campanelle della sveglia squarciano i corridoi di tutta l’ala. Non potrebbero suonare più forte. Mi alzo a sedere e mentre mi stiro vedo nell’angolo della cella la cena di ieri: l’ho buttata lì perché non era commestibile.
Sul pavimento, accanto al letto, c’è la mia colazione, un piccolo pacchetto di Alpen e mezzo cartone di latte – i secondini hanno gettato tutto nella mia cella stanotte sapendo che stamattina devo andare in tribunale.
Mangio, e quando ho finito conservo il cucchiaio, perché più tardi mi servirà.
Strappo il contenitore di plastica in cui c’era il cibo e il cartone del latte e li butto fuori dalla finestra: lo facciamo per tutti e tre i pasti principali, perché impedisce loro di riciclare mille volte i contenitori e le posate e fa sì che l’esterno dell’ala Repubblicana sembri una discarica, cosa che infastidisce molto l’amministrazione, costretta a pagare continuamente un’impresa di pulizie.

Li sento, qui fuori, ripulire con grossi aspiratori il disastro che abbiamo fatto ieri sera facendo scivolare sotto le porte l’immondizia. Mi ricordo che è meglio che vada in bagno in fretta, prima che arrivino a prendermi. Il bagno consiste in un foglio di giornale sul pavimento e un mezzo cartone di latte vuoto, l’urina va fuori dalla finestra e il resto sui muri. Non è una bella cosa da fare di prima mattina, spalmare escrementi sui muri – non è una bella cosa da fare in qualunque momento della giornata, ma non abbiamo altra scelta, l’amministrazione ci ha costretti ad arrivare a questo punto; almeno oggi c’è spazio sul muro, la mia cella è stata pulita per la prima volta due settimane fa, prima che lo facessero tutte le quattro pareti erano coperte da due strati di escrementi e anche il soffitto. Il soffitto non è accessibile a tutti i prigionieri perché entra in gioco l’altezza. Per coprire il soffitto bisogna impilare sulla sedia di plastica che abbiamo o un mucchio di giornali o la nostra borsa di vestiti, e salirci sopra. Serve un buon equilibrio ed è scomodo, ma è una bella sensazione sapere che la persona che dovrà pulire farà fatica a schivare gli escrementi che pioveranno giù dal soffitto.

Poco dopo la porta si apre ed eccoli lì. La squadra anti-sommossa. Gli odiosi ratti che controllano la nostra ala ogni singolo giorno. Sono in quattro. “Doccia, vai in tribunale”, ringhia uno di loro. Esco con asciugamano, spazzolino, dentifricio e scatola di saponette, uno di loro mi strappa tutto dalle mani e perquisisce l’asciugamano e la scatoletta, un altro perquisisce me dalla testa ai piedi e gli altri due rimangono fermi a fissarmi con occhi pieni d’odio. I quattro mi scortano fino alle docce camminando a stretta distanza da me, due davanti e due dietro: è quello che chiamano movimento controllato. Nessun prigioniero può uscire in corridoio se c’è un altro prigioniero, e chi è fuori è circondato da quattro agenti in tenuta anti-sommossa.

Alle docce, mi gettano ai piedi una scatola con sopra un pacchetto di carta marrone: nella scatola ci sono indumenti puliti, non vogliono che per andare in tribunale indossiamo gli stessi che usiamo in cella perché dicono che sono contaminati.
Li prendo insieme al pacchetto marrone, loro aprono la porta sbarrata con inferriate di acciaio, mi lasciano entrare e me la chiudono alle spalle. Sono dentro da appena qualche minuto quando uno di loro urla: “Sbrigati, il bus è arrivato!”. Faccio con calma, non ho fretta per quello che mi aspetta. Metto nella borsa di carta i vestiti che indossavo in cella, l’asciugamano e il resto ed esco: mi stanno aspettando fermi in piedi. Uno di loro mi prende la borsa marrone e la perquisisce, un altro perquisisce di nuovo me da capo ai piedi, e gli altri due rimangono di nuovo a fissarmi con il loro sguardo d’odio. “Bene, usa il telefono”, dice uno di loro. Gli rispondo che non posso perché la mia scheda telefonica è in cella. “Non è un problema nostro”, dice, e di colpo realizzo che oggi non avrò i miei cinque minuti al telefono con la mia famiglia. Lui si gira verso gli altri agenti dell’anti-sommossa che si sono riuniti al banco della reception: “È pronto per salire sul bus, non vuole usare il telefono”, e tutti scoppiano a ridere. Patetico.

Quattro di loro mi scortano, di nuovo a cortissima distanza, ai cancelli di uscita dal nostro corridoio, poi al di là di una porta e un’altra, attraverso il cortile e poi dritto sul bus all’entrata della Roe House. Il motore parte e andiamo.
C’è un piccolo buco nel materiale che usano per coprire i finestrini, e mentre passiamo i due enormi cancelli elettronicamente controllati vedo che superiamo la baracca delle perquisizioni. Lì dentro c’è la boss chair, un body scanner che può rilevare oggetti nascosti all’interno di un corpo umano. La usano su di noi quando torniamo dalle visite, quindi perché non possono usarla anche adesso, invece di portarmi alla reception, dove cinque agenti dell’anti-sommossa mi faranno una perquisizione corporale completa?

Ho un nodo allo stomaco mentre il furgone si ferma davanti all’area della reception. Mi portano dentro e subito mi chiedono se voglio collaborare e sottopormi volontariamente alla strip search. La mia risposta è no. Mi chiudono in una minuscola stanza e mi dicono che ho 15 minuti per rifletterci.
“Non ne ho bisogno”, ripeto, ma la porta sbatte, serrata. Per tutto quel tempo cammino su e giù nella stanzetta, respirando a fondo e ruotando le braccia e i polsi per scioglierli e prepararli all’attacco che mi aspetta. Trascorso il tempo stabilito, la porta si apre e uno dei responsabili entra e mi chiede se voglio collaborare con la strip search. Più determinato che mai ripeto “No”, e lui chiede se ci sia niente che possa fare per farmi cambiare idea. Rispondo di no. “Ok allora”, dice lui. “Do l’ordine per la perquisizione”, e se ne va.
In pochi secondi una squadra di cinque agenti dell’anti-sommossa fa irruzione, uno di loro corre nell’angolo con una videocamera a mano mentre altri due mi travolgono e mi prendono per le braccia, poi le tirano di lato e mi girano i polsi, le dita e gli avambracci in una qualche posa di arti marziali, immobile. Un terzo mi prende la testa e me la spinge in giù sul petto, facendo tanta forza da costringermi a cadere in ginocchio. Mi hanno immobilizzato le braccia in una posizione da crocifissione, e il dolore ai polsi girati è un’agonia. Il quarto si sposta dietro di me e mi spinge giù le gambe mentre il terzo mi preme la faccia a terra, e gli altri due continuano a tenermi immobilizzate le braccia, i polsi e le dita. Adesso sono steso a faccia in giù, e due degli agenti sono a terra accanto a me, sempre tenendo dolorosamente ferme braccia, polsi e dita. Il quarto mi toglie scarpe e calze, le perquisisce e non trova nulla, poi mi strappa i jeans e le mutande lasciandomi nudo dai fianchi in giù, perquisisce e non trova nulla. Il terzo mi solleva la testa di circa [8 inches] dal pavimento mentre ho ancora braccia, polsi e mani immobilizzati, poi quello che mi sta spogliando mi toglie la t-shirt, la perquisisce e non trova nulla. Me la getta addosso, e l’agente più alto in grado ordina di uscire uno ad uno. Il primo ad andarsene è quello che mi sta spogliando, seguito da quello che mi tiene la testa.
Nella stanza rimangono in tre, quello nell’angolo che sta filmando l’intera tortura e gli altri due che mi tengono per le braccia. All’improvviso uno di loro inizia a gridare: “Smetti di resistere, smetti di resistere!” – non posso muovermi, figuriamoci resistere, e loro sistematicamente mi tirano le braccia dietro la schiena, stirandole all’inverosimile. Urlo, agonizzante. Non so come spiegare in che posizione sono perché non credo sia umanamente possibile mettere un corpo umano in questa posizione, mi sembra che le spalle stiano per saltare via e i polsi sono al punto di rottura, sto ancora urlando di dolore quando mi lasciano cadere sul pavimento. “Non alzarsi finché non usciamo”, ordina uno di loro.
Rimango lì, agonizzante, ma un sospiro di sollievo mi sale in gola. È finita, per ora.
Mi rimetto in piedi e guardo verso la porta, lo spioncino è aperto e quello con la videocamera sta ancora filmando. Mi rivesto e lo spioncino si chiude sbattendo. In un minuto il responsabile rientra: “Hai qualche lamentela sulla perquisizione?”, chiede. Rispondo che era troppo aggressiva e inutile. “Me lo segnerò”, dice, ed esce. Entra un’infermiera e chiede: “È ferito?”. Rimango semplicemente a guardarla, e se ne va. I secondini alla porta urlano: “Andiamo!”.
Esco, e alla reception ci sono quelli dell’anti-sommossa. Stanno lì ritti in piedi e ridono, come se avessero appena fatto qualcosa di cui andare fieri. Li guardo con un ghigno, poi mi volto ed esco dalla porta principale.
La camionetta della prigione mi porta alla Laganside Court di Belfast, poco lontano. Una volta lì mi portano subito in cella e aspetto di essere chiamato. Dopo un’ora mi chiamano in aula. Riesco a sedermi insieme ai miei amici che sono al banco degli imputati insieme a me, ad affrontare false accuse affibbiataci dalla RUC.
Dopo appena qualche minuto il giudice aggiorna l’udienza perché il cosiddetto testimone della polizia non si è presentato. Stringo la mano ai miei amici e mi portano di nuovo in cella. Rimango lì per qualche ora. Mi portano il pranzo, un panino e delle patate fritte, e poi di nuovo sul furgoncino verso Maghaberry.

I nervi mi si tendono di nuovo, chiudendomi lo stomaco. So che mi stanno aspettando.
Alla reception, ripetono tutta la brutale procedura.
Sono agonizzante mentre mi trascinano di nuovo nella Roe 4, circondato di nuovo da quattro agenti dell’anti-sommossa, due davanti e due dietro.
La porta della cella si chiude alle mie spalle. La cena mi aspetta già sul mio letto, patate congelate e delle specie di fette di formaggio e broccoli. Getto tutto dietro la porta e mi stendo sul letto, pensando alla giornata che ho appena passato.
Mi chiedo perché passino davanti alla baracca delle perquisizioni dove c’è la boss chair. Se ci perquisissero con la boss chair uscendo da Maghaberry non ci sarebbe alcun bisogno di queste brutali strip searches forzate. Poi la realtà mi colpisce come uno schiaffo: lo fanno per dimostrare potere e controllo. Si tratta solo di questo. Non posso evitare di chiedermi che razza di individuo sia uno che per lavoro tutti i giorni brutalizza un altro essere umano. Un individuo malato, è la mia unica conclusione.
Mentre me ne sto lì disteso la porta si apre: “Hai qualcosa da comunicare alla direzione?”. Non alzo nemmeno la testa, e la porta si richiude con un colpo secco.

Adesso sono più o meno le 6, ora di iniziare a costruire la “diga” con cui bloccare la porta per quando butterò i rifiuti [corporali, ndr] fuori, più tardi. Serve un po’ di abilita per questo, ma mi era bastato qualche giorno per imparare.
Quando dovrò andare in bagno, più tardi, userò il cucchiaio di plastica che ho conservato dalla colazione di stamattina per mischiare tutto insieme fino ad ottenere un rivoltante liquido marrone che potrò far scivolare sotto la porta.
Non riusciamo mai a vederlo, ma adorerei vedere in che stato sia ridotto il corridoio e il disastro che sono costretti a ripulire dopo che tutti i ragazzi hanno svuotato tutto sotto le porte.

Dopo averlo fatto e aver letto un po’ chiudo gli occhi e mi preparo per la notte. Domani è un nuovo giorno, e anche se siamo rinchiusi 23 ore al giorno riuscirò a vedere i miei amici e compagni in quell’unica ora di ginnastica. A questo pensiero sorrido, perché nonostante le condizioni terrificanti in cui siamo costretti a vivere e il regime brutale che dobbiamo sopportare, l’umore e la compagnia [craic, in irlandese ndt] non potrebbero essere migliori.

Mi riempie d’orgoglio fare la mia piccola parte in questa fase della lotta carceraria. Siamo più determinati che mai a continua questa protesta fino alla fine, e vinceremo.
Questi uomini in dirty protest qui a Maghaberry sono uomini coraggiosi, sono uomini forti ma soprattutto sono Repubblicani Irlandesi.

Vittoria ai POWs di Maghaberry in protesta.

ALAN LUNDY, P.O.W.
ROE 4, MAGHABERRY

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3 pensieri su “ALAN LUNDY, UN GIORNO A MAGHABERRY

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