BELFAST PROJECT. ED MOLONEY: “IL GOVERNO FARÀ A PEZZI IL PROCESSO DI PACE”

Editoriale di Ed Moloney pubblicato sul Belfast Telegraph il 4 agosto 2012 sul subpoena con il quale il governo nordirlandese pretende che il Boston College consegni alla PSNI le registrazioni delle interviste ai membri dell’IRA

Traduzione a cura di Elena Chiorino

Per ragioni che è facile comprendere, in molti hanno problemi quando la parola ‘guerra’ è usata per descrivere il conflitto quarantennale che furono i Troubles in Irlanda del Nord. E questo nonostante il fatto che per molte persone, soprattutto le vittime e coloro che vi presero parte, spesso è sembrato una guerra, agli occhi e ai sentimenti.

C’è stata, tuttavia, una fondamentale differenza tra quello che tutti noi abbiamo passato e una guerra convenzionale, ed è il modo in cui è finita.
Le guerre tradizionali di solito si concludono con una fazione che vince e l’altra che si arrende. Le truppe vittoriose marciano attraverso la città nemica, il popolo a casa festeggia e il governo nemico paga una pena per aver perso, spesso quella estrema, mentre la maggior parte dei suoi sostenitori finisce in carcere.

La ‘guerra’ in Irlanda del Nord non è finita così, per nulla. In effetti, la parola più adatta per descrivere ciò che è successo è probabilmente ‘un pareggio’.

L’IRA non ha ottenuto il suo scopo di riunificare l’Irlanda, ma è salita al potere entrando a far parte del governo, e al contempo gli inglesi e gli unionisti non sono riusciti ad infliggere all’IRA una sconfitta militare nel suo senso convenzionale; per esempio, i combattenti vennero lasciati uscire di prigione, non imprigionati, mentre i suoi leader furono investiti di nuove responsabilità e potere politico.

La gente potrebbe cercare cavilli su cosa davvero significhino ‘vittoria’ e ‘sconfitta’ in tali circostanze, ma è innegabile che la nostra ‘guerra’ non sia finita nel modo in cui avviene normalmente.
Questo mette in luce un’altra importante differenza con le guerre convenzionali: gli accordi che misero fine al conflitto furono stabiliti in negoziati tra le forze maggiori coinvolte.
Non è un’esagerazione dire che, se non fosse accaduto, la nostra ‘guerra’ potrebbe non essere mai finita, ma che l’accordo prevedeva l’obbligo di rispettare e onorare i patti.

Non c’era dubbio, tuttavia, che la nostra ‘guerra’ sia effettivamente finita, e le prove sono inconfutabili, perché quello che accadeva durante la ‘guerra’ smise di accadere.

L’IRA combatté la sua ‘guerra’ contro il governo britannico uccidendo, o cercando di uccidere, soldati e poliziotti, e piazzando bombe. Gli inglesi risposero uccidendo membri dell’IRA quando ci riuscivano, ma soprattutto mandandoli in prigione sfruttando a questo scopo la polizia, l’esercito, le agenzie di intelligence e le corti.

Forse è una descrizione semplicistica e incompleta di ciò che è successo, ma essenzialmente è così che la nostra ‘guerra’ venne combattuta – l’IRA principalmente uccideva la gente, mentre gli inglesi la mettevano in prigione – e tutti sappiamo che il conflitto è finito quando tutto questo si è fermato da entrambe le parti.

Non certo un decorso facile per nessuna delle due parti, ma il necessario prezzo della pace. Nonostante le riserve sulle reali intenzioni dell’IRA, per esempio sul disarmo o sull’esistenza di un Army Council, ci sono ben pochi dubbi che da parte sua abbia mantenuto il patto, dichiarando la fine delle sue attività militari.

Ma può esser detto lo stesso sulla parte britannica dell’equazione? Recentemente, l’ Historical Enquiries Team (HET), insieme alla squadra di investigazioni criminali della PSNI, ha iniziato a frugare nel passato per elaborare accuse contro persone che erano attivamente coinvolte come combattenti quando la ‘guerra’ che adesso è finita stava ancora infuriando.

Il subpoena inviato contro l’archivio del Belfast Project al Boston College, che io ho contribuito a costruire, ne è un potenziale esempio, ma non è certo l’unico.

Come e perché questa mossa abbia avuto la benedizione politica è una domanda che per ora non sembra nemmeno che sia stata posta, meno che mai che abbia ricevuto risposta, ma a primo impatto sembra decisamente che qualcuno dalla parte britannica, a qualche livello, abbia deciso di riesumare la ‘guerra’ che si supponeva fosse finita tramite un accordo, un pareggio, o il tentativo di mettere in prigione coloro che avevano combattuto sul fronte opposto.

Sarebbe un altro discorso se questa mossa fosse stata compiuta con rigorosa imparzialità, ma non è stato così.

Non c’è la minima possibilità, ad esempio, che l’MI5 e gli agenti della Force Research Unit (FRU), o i membri del vecchio RUC Special Branch debbano rispondere dell’accusa dell’omicidio di Pat Finucane – per citare solo un caso – quando le ricerche di accademici come la dottoressa Patricia Lundy della University of Ulster ha portato in luce le numerose imperfezioni che emergono dalle indagini della polizia su un passato che la polizia stessa ha contribuito a creare. Se manca il necessario equilibrio, l’approccio dell’HET/PSNI avrà inevitabilmente conseguenze negative.

Non si può rinvigorire unilateralmente una guerra finita in un pareggio, tramite un accordo e un compromesso di considerevole portata, senza che ci siano ripercussioni negative. Una mossa come questa può portare di fatto ad un’abrogazione dell’accordo di pace da una delle due parti.
Sarebbe stupido tentare di prevedere quando o quale forma una tale reazione violenta prenderebbe, ma la nostra conoscenza della storia irlandese ci insegna che ci saranno conseguenze dolorose ad un certo punto.

La strategia dell’HET/PSNI verso il passato è avventata e controproducente, ma solleva l’urgente bisogno di una via alternativa e concorde per affrontare l’eredità dei Troubles; il bisogno di delineare onestamente una cronaca di ciò che è successo in un modo che rechi sollievo alle vittime, senza compromettere la pace che è seguita alla fine della ‘guerra’.

A differenza del nostro conflitto, la Guerra Civile americana fu una guerra convenzionale, ma condivide con la nostra un’importante caratteristica: due fazioni di una società divisa combatterono una lotta amara e sanguinosa.
Quando la guerra finì nel 1865 con la sconfitta dell’esercito dei Confederati a Appomattox, le forze dell’Unione, vittoriose, dibatterono sul processare per tradimento i leader dei loro nemici, il Generale Robert E. Lee e il Presidente dei Confederati Jefferson Davis.
La decisione finale fu il no, i due uomini vennero rilasciati e fu permesso loro di vivere in sicurezza il resto della loro vita.
Fu una decisione illuminata che aiutò a guarire le ferite della guerra.

Saggezza come quella non capiterebbe a sproposito adesso in Irlanda del Nord.

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