BELFAST, IL ‘TURISMO DEL CONFLITTO’ E’ IMMORALE

Traduzione dell’editoriale firmato da Chris Jenkins per il Guardian, tratto da Memomoriastorica

di Chris Jenkins, The Guardian

Visitate l’Irlanda del Nord. Venite a Belfast a vedere la nostra magnifica città – ringiovanita, rigenerata e con una nuova energia. Incamminatevi per le strade all’ombra dei muri che dividono i quartieri. Perché non vi fermate per scattare una foto accanto a un murales di uomini in passamontagna? Se lo volete veramente, perché non scrivete un messaggio di speranza e di pace su uno dei nostri muri, un segno veramente simbolico di solidarietà umana?

È sorprendente che, data la mancanza di umiltà nello sfruttamento del conflitto in Irlanda del Nord, non sia stata ancora realizzata una campagna pubblicitaria del genere.

Il turismo in Irlanda del Nord è aumentato vertiginosamente nell’ultimo decennio. La percezione di una maggiore stabilità e di relativa pace ha attirato persone da tutto il mondo per vedere le molte cose che l’Irlanda del Nord dovrebbe e deve pubblicizzare al mondo: le Giant’s Causeway, le valli di Antrim, i laghi di Fermanagh. Tuttavia, c’è qualcosa di profondamente immorale per la rapida espansione del settore del “turismo di conflitto”.

Gli autobus penetrano nel cuore della città di Belfast per permettere ai turisti di ammirare le possenti mura che dividono le comunità, i murales raffiguranti la violenza. I turisti scattano foto delle peace line che non sono consegnate alla storia, ma sono parte della vita odierna di Belfast: i bambini giocano a calcio contro i muri che i turisti affollano.I luoghi e le persone stesse sono diventate uno spettacolo, un’attrazione.

Se questa fosse Storia forse sarebbe più accettabile – ma non lo è. Questi muri sono ancora una parte molto reale della vita quotidiana delle comunità dell’Irlanda del Nord. I nostri politici possono dire il contrario – che ora siamo in pace, e che nulla può destabilizzare il nostro progresso – ma le divisioni non vengono rimosse.

Come Paese, siamo arrivati a ottenere guadagni attraverso la commercializzazione del nostro conflitto esagerando anche sulla “stabilità” del Nord; dipingendo il quadro di coloro che dissentono come di una minoranza senza alcun sostegno.

La realtà viene manipolata, la storia sfruttata. Un esempio è la bomba di Shankill Road del 1993, che uccise dieci persone. Le compagnie turistiche si stanno arricchendo con quella tragedia; i turisti si recano sul sito della bomba e scattare fotografie. I residenti di Shankill Road vanno avanti con la loro vita, i soldi non filtrano verso il basso. Questo processo li scavalca.

Proprio la settimana scorsa Peter Robinson, il primo ministro dell’Irlanda del Nord, ha descritto la riqualificazione del sito in cui sorgeva il carcere di Maze (tragicamente noto per alloggiare i prigionieri politici durante i Troubles) come una “mecca per i turisti”. Il sito di Maze/Long Kesh deve avere un posto nella nostra memoria del conflitto che non può essere di natura commerciale. La proposta di trasformarlo in “centro per la risoluzione dei conflitti” (al costo di 20 milioni di sterline) non è solamente un altro esempio di come la politica stia facendo un’inversione di marcia, ma anche della tendenza di marginalizzare l’etica a favore di presunti guadagni economici. Io non sono contro il turismo, al contrario.

Ma mi sembra che l’attuale riproposizione del marchio di Belfast non siano solo altamente immorali, ma allo stesso tempo tolgano qualcosa alla realtà e alla gravità della nostra storia. Abbiamo bisogno di ricordare e dobbiamo riflettere – queste cose aiuteranno la nostra riconciliazione come società. Ma non abbiamo bisogno dello sfruttamento del nostro conflitto.

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4 pensieri su “BELFAST, IL ‘TURISMO DEL CONFLITTO’ E’ IMMORALE

  1. Mi trovo in assoluto disaccordo con quanto espresso da Chris Jenkins in questo scritto: per tanti anni mi sono documentata sulla storia irlandese, ho letto tutto quanto era possibile leggere e visto in video tutto quanto sono riuscita a vedere. Ma, quando ne ho avuto la possibilità, sono andata e per me è stato molto importante. E’ stato come “prendere coscienza fisica” di quanto è veramente accaduto, credo che sia un altro modo per non dimenticare le sofferenze che hanno abitato (ed abitano tuttora, come dice Jenkins)quelle strade. Non ritengo lo si possa definire immorale.

  2. Mah….Jenkins nel suo scritto forse dimentica le tante persone che sono state a Belfast per vedere con i propri occhi cio’ che succedeva e nessuno raccontava….Sono stato almeno una decina di volte a Belfast e devo dire,senza paura di essere smentito,che preferisco farmi la Falls Road,dai Divis fin su al cimitero di Milltown,piuttosto che andarmene per centri commerciali o a visitare quel obrobrio di piazza con il municipio che si ritrova la citta’…Ho scattato centinaia di foto…ai murales,alle tombe di compagni caduti per la liberta’,alla peace line,ai bambini che giocano tra le carcasse di copertoni bruciati….Questa e’ Belfast,la mia Belfast. Sono uno sciacallo o una persona immorale? Non credo.Sono uno che da quel lontano 1994 questa citta’ se la porta nel cuore.E non certo per l’Albert Tower….

  3. Ciao Alberto
    come già ti dicevo privatamente, secondo me il riferimento di Jenkins è al lucro che si fa dei Troubles. E non è un fenomeno solo locale, ma ti posso assicurare che c’è chi ci guadagna anche partendo da lontano.

    Relativamente a questo articolo, riporto il commento scritto su Facebook da Graziella Mattaliano, una prof di Como che per il Nord Irlanda ha fatto tanto:

    “Sono d’accordo… provo indignazione nel vedere frotte di turisti girare per le Falls come se visitassero un set cinematografico.Chi come me conosce la storia dolorosissima del popolo irlandese visita quei luoghi con profondo rispetto rendendo omaggio non solo a chi ha dato la sua vita per la libertà della propria terra ma anche a chi vive ancora quei luoghi dove ancora oggi il quotidiano è difficile pechè ogni angolo di Belfast,di Derry e di tutta l’Irlanda del Nord testimonia che non c’è stata giustizia perchè la Verità ancora non abita quei luoghi.”

  4. Intanto vi chiedo scusa, il primo commento è mio e non ho lasciato il nome. Vorrei soltanto aggiungere, anche rispetto a quel che leggo nel messaggio di Sara, che dissento dalla generalizzazione. Anch’Io posso dire, come afferma Graziella Mattaliano, citata da Sara, di aver visitato quei posti, con una stretta al cuore, con il massimo rispetto per quanto è successo li, per tutto il dolore e le sofferenze che questo conflitto ha causato.

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