ARCHIVI SUI CRIMINI DELL’IMPERO NELLE COLONIE RIVELANO LA STORIA NASCOSTA DEL CONFLITTO IN ULSTER

Migliaia di documenti contenenti elementi probatori dei crimini commessi durante il processo di decolonizzazione negli ultimi anni di vita dell’impero britannico sono stati sistematicamente distrutti per impedire che finissero nelle mani dei governi post-coloniali

I documenti che non furono distrutti sono rimasti nascosti per oltre 50 anni all’interno di un archivio presso il ministero degli affari esteri, a cui è sempre stato negato accesso a storici e società civile – in violazione degli obblighi legali che impongono la pubblicazione degli atti. E’ quanto riscontrato da uno studio commissionato a Londra che ha visionato per la prima volta parte dell’archivio, rimasto sigillato fino ad ora.

I files, parte dei quali è stata resa di dominio pubblico, contengono carte scottanti come i rapporti dell’intelligence compilati a cadenza mensile sull’“eliminazione” dei nemici delle autorità coloniali in Malesia negli anni ’50. Gli atti provano inoltre come esponenti del governo a Londra fossero al corrente degli omicidi dei Mau Mau in Kenya ad opera delle forze di occupazione, e di come il Regno Unito si attivò in diversi modi pur di rimuovere – anche con le maniere forti – gli isolani che abitavano Diego Garcia, isola dell’Oceano Indiano.

A queste prime carte, provenienti dall’archivio sulle colonie di Hanslope, dovrebbe seguire la progressiva pubblicazione di altre migliaia, rimaste ancora inavvicinabili negli scaffali del ministero. Allo stesso tempo, però, molti dossier militari – tra cui quelli facenti riferimento al movimento dissidente a Cipro – non sono stati trovati, ed esiste la possibilità concreta che i tentativi di insabbiare la verità storica su ciò che avvenne in quegli anni non abbiano riguardato solo le colonie ma anche i conflitti interni, tra cui l’Irlanda del Nord.

I Northern Ireland files non sono presenti negli Archivi Nazionali, nonostante sia passato il termine legale dei 30 anni dalla stesura stabilito dal Public Records Act – termine dopo il quale i file andrebbero resi di dominio pubblico.

E’ possibile però farsi un’idea del contenuto di queste carte partendo dalle informazioni arrivate fino a noi circa la condotta dell’esercito britannico in Ulster negli anni ’70. Questi dati fanno intuire perché migliaia di documenti di quegli anni sono ancora tenuti sotto chiave dal ministero della difesa (MoD). Le carte potrebbero infatti fare luce una volta per tutte sui distorti confini della legalità entro i quali si muoveva il Regno Unito nei territori occupati – spesso, come documentato negli archivi sulle colonie, facendo uso di brutali repressioni.

Commentando le accuse di potenziali reati commessi dall’esercito, il comandante generale delle forze armate, Harry Tuzo, affermò in un articolo del 20th Century British Journal che si trattava solo di “fumo e niente arrosto”. Anche il giudizio dei tribunali fu simile a quello del generale Tuzo: solo 17 furono le condanne inflitte a soldati per atti compiuti durante il marzo del 1972 e il settembre 1974 – uno dei periodi più violenti dei Troubles. E, come per le colonie, anche in questi casi furono molti gli ostacoli per portare gli imputati di fronte alla giustizia. Gran parte del lavoro investigativo fu svolto dalla polizia militare; nel corso dei procedimenti, gli appunti dei giudici mostrano come i soldati facessero costante “ostruzionismo” per difendere i propri camerati, e come lo stesso Royal Ulster Constabulary utilizzasse “la propria discrezione in modo molto stringente” ogni qualvolta doveva valutare casi suscettibili di indagine.

Nelle sentenze emesse negli anni ‘72/’74 si nota come la tesi del “colpo sparato solo in fase di ritirata” abbia permesso a molti soldati a processo di difendersi dall’accusa di omicidio.

Per aggirare le lungaggini date dalla rigidità del processo penale, molti cittadini tentarono di rivalersi contro lo stato attraverso per via civile. I primi procedimenti furono avviati da coloro che vennero arrestati illegalmente durante gli internamenti coatti del 1971, e che furono sottoposti alle famigerate “deep interrogation”. Nella maggioranza dei casi, il ministero della difesa optò per un accordo extragiudiziale con le vittime, dopo che i suoi legali ipotizzarono che se si fosse andati a processo, i procedimenti sarebbero stati probabilmente persi.

Le nuove carte degli Archivi Nazionali rivelano ora che l’esercito continuò la sua brutale repressione ai danni dei civili anche dopo i casi di internamento, interrogatori, e gli omicidi della Bloody Sunday.

Nel gennaio 1975, gli accordi extragiudiziali raggiunti dal ministero erano arrivati a 410 e, nel 1976, erano state pagati compensi alle famiglie di 13 vittime uccise dal fuoco britannico – tranne quelle cadute nella Bloody Sunday. Ma le cifre non finiscono qui: si contano anche 12 persone ferite da proiettili veri, e altre 7 da proiettili di gomma – tutti episodi per cui il ministero pagò per non finire in tribunale. Alla data del dicembre 1974, i ricorsi contro il MoD erano 1147.

Dai quartier generali dell’esercito in Ulster si temeva che la trafila di procedimenti contro i militari andasse ad intaccare il morale delle truppe. Il generale Frank King, successore di Tuzo, riteneva che i soldati avrebbero potuto trattenersi dal compiere azioni aggressive o violente se avessero temuto possibili ritorsioni a livello legale. Il generale di complemento disse a King che egli stesso e il direttore del DPP (responsabile dei casi in tribunale), provenendo entrambi da ruoli militari, “capivano bene i timori dei soldati rispetto al rischio di azioni penali [contro di loro]”.

Secondo King, “erano state date istruzioni di non procedere [con un’inchiesta] in diversi casi in cui gli elementi probatori erano borderline. L’episodio dell’uccisione di Joseph McCann, un conosciuto leader dell’Ira, nell’aprile ’72 ne è un esempio”. Nel gennaio ’74, vennero stabilite una serie di consultazioni periodiche tra i magistrati e i gerarchi di stanzia alla base in Ulster per assicurare che si tenesse conto delle obiezioni diffuse tra il personale militare. King, inoltre, aveva esercitato forti pressioni perché fosse stabilita una giurisdizione esclusivamente militare su questo tipo di casi – proposta che fu però rifiutata. Gli effetti di questi incontri non tardarono: del totale dei casi riferenti omicidi o aggressioni da parte di soldati presentato al Dpp, meno del 10 per cento raggiunse il tribunale.

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