IL PROCESSO DI PACE: UN PO’ DI NUMERI

In riferimento al NI Peace Monitoring Report pubblicato oggi, Slugger O’Toole ne propone un’analisi basata sul confronto numerico fra il 2011 e gli anni precedenti

Sicurezza, uguaglianza, politica, coesione e condivisione: sono i  parametri che il Community Relations Council prende in esame nelle 180 pagine di rapporto, tra statistiche e analisi dettagliate, per individuare il progresso, la riuscita e i fallimenti del processo di pace in Irlanda del Nord a quattordici anni dal Good Friday Agreement.

Estrapolandone quattro punti:

  • Quasi 100 milioni di sterline all’anno sono stati investite dal 1987 per la costruzione della pace in Irlanda del Nord e nelle sei contee di confine della Repubblica.
  • Il numero di attacchi paramilitari è sceso dal 2010 al 2011;
  • L’Irlanda del Nord ha la più alta percentuale del Regno Unito di adulti in età lavorativa senza alcuna qualifica – il 20% contro il 10% dell’intero Regno Unito;
  • La stragrande maggioranza degli intervistati (più dell’80%) ha consistentemente affermato di preferire vivere in un quartiere a religione mista.

Procedendo con ordine, il rapporto inizia con dieci asserzioni sullo situazione attuale dell’Irlanda del Nord:

Le istituzioni politiche sono stabili. Tutti i cinque principali partiti politici sono ora pronti a lavorare all’interno di una concordata struttura politica (…). Ogni partito si concentra su aspetti differenti del pacchetto, ma nessuno cerca di rompere l’accordo. In contrasto con la mancanza di consensi al tempo del referendum del 1998, questo è spesso presentato come il maggior risultato del processo di pace (…). Sondaggi presentati dal Northern Ireland Life e dal Times Survey testimoniano che l’attuale ordinamento è visto dalla maggioranza degli intervistati non come una soluzione temporanea ma come una politica a lungo termine.

In secondo luogo, il rapporto afferma che il livello di violenza è calato. Comparando il 2011 al 2010 e agli anni ancora precedenti, le morti legate alle azioni delle forze di sicurezza e agli attacchi paramilitari sono diminuite.

Tutte le forme di violenza paramilitare sono calate rispetto al 2010 e significativamente rispetto ad una decina di anni fa. La campagna del dissidenti ha visto un picco nel 2001, e in quell’anno la violenza paramilitare repubblicana e lealista causò 17 morti, 355 sparatorie e 349 esplosioni e tentate esplosioni.

(La media fornita dalle forze di sicurezza per i crimini identificati come attacchi paramilitary/pestaggi punitivi è del 4% nel 2011).

Al di là dell’attività paramilitare, anche il crimine comune è calato.

Tutto considerato, la società nordirlandese è relativamente pacifica. Stando alle percentuali del 2011, il rischio di diventare una vittima è del 14,3% contro il 12,5% dell’Inghilterra e del Galles. Mentre in contesti post-conflitto come in Kosovo, Guatemala o (specialmente) Sud Africa spesso si registra un aumento del crimine in seguito ad un assetto di pace, questo non è stato il caso dell’Irlanda del Nord. E mentre società che escono da un conflitto vedono spesso picchi di violenza domestica, questo non è successo in Irlanda del Nord, dove in numero di abusi è nettamente inferiore a quello registrato in altre parti del Regno Unito.

Tuttavia, non è certo tutto rosa e fiori: nella ‘top ten’ delle conclusioni del rapporto, in sostanza le più rilevanti sono:

  • L’attività paramilitare rimane una minaccia;
  • L’accordo sugli impieghi nelle forze di polizia non è stabile;
  • La recessione sta danneggiando il raggiungimento dell’uguaglianza;
  • La disoccupazione giovanile è potenzialmente destabilizzante;
  • La società nordirlandese rimane nettamente divisa;
  • Non è stata attuata alcuna strategia di riconciliazione;
  • Non è stata trovata alcuna soluzione per affrontare il passato.

Tra i lati positivi…

  • Una nuova, salda cultura urbana è emersa [Slugger O’Toole – Ed – anche se forse l’aggiornamento dell’anno prossimo evidenzierà che tentare di avere una tazza di caffè nel centro di una città prima delle 8 di mattina e dopo le 8 di sera, o a qualunque ora di domenica, rimane alquanto frustrante.]

Ma tornando alla questione della sicurezza affrontata dal rapporto, ecco alcuni numeri:

  • 24,392 = totale delle forze di sicurezza (RUC e Esercito Britannico) in Irlanda del Nord nel 1998
  • 7,216 = agenti a tempo pieno della PSNI nel 2011
  • 199,5 milioni di sterline =  il denaro aggiuntivo che Matt Baggott ha prelevato dal Tesoro in quattro anni, un aumento del 23% nel budget della PSNI

Anche con la netta diminuzione degli agenti, l’Irlanda del Nord ha il maggior dispiegamento di forze di polizia di ogni altra parte dell’Irlanda o della Gran Bretagna.

Il rapporto commenta:

Secondo i consigli di Patten, per emanciparsi i Cattolici non devono soltanto unirsi alla PSNI, ma anche adoperarsi affinché l’organizzazione non rimanga guidata da soli Protestanti. Ma un numero sproporzionato di Cattolici hanno lasciato la PSNI dopo meno di cinque anni di servizio.

In più, mentre la PSNI è una massiccia forza di polizia in confronto a quelle del resto del Regno Unito, le prigioni nordirlandesi sono piene la metà, ma iper-controllate.

…il NIPS impiega 1800 agenti carcerari e 400 componenti dello staff di support per supervisionare 1600 prigionieri. Addirittura l’unità di massima sicurezza di Belmarsh in Inghilterra impiega solo tre agenti carcerari ogni 12 prigionieri, mentre l’unità più numerosa in Irlanda del Nord, quella di Maghaberry, ne impiega cinque per ogni prigioniero.

Infine, sotto il titolo di ‘attenuare il settarismo’ il rapporto esamina il progresso compiuto dal Belfast City Council Manafing Bonfires Programme.

Il numero di gruppi partecipanti è aumentato (con una lieve diminuzione nel 2011), ma il numero di gruppi che non bruciavano bandiere o simboli sui bonfires è raddoppiato dal 18% dei gruppi partecipanti (percentuale del 2009) al 37% del 2011.

Nessuna delle statistiche è nuova, ma il fatto che siano riunite in un unico elenco inizia a sciogliere qualche nodo basilare della società. E potrebbe, nel corso dei prossimi anni, rappresentare un indicatore di progresso o di regresso.

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