MASSEREENE TRIAL: DOV’È LA GIUSTIZIA NELLE CORTI BRITANNICHE?

Ginnastica legale o interferenza politica? Analisi del processo contro Colin Duffy e Brian Shivers pubblicata da Independent Republican News

Traduzione a cura di Elena Chiorino

Una lettura del verdetto di Lord ‘justice’ Hart nel processo contro Colin Duffy e Brian Shivers deve essere una vera e propria goduria per i fanatici del sistema giuridico e per gli studenti di giustizia penale. Che ‘justice’ Hart si dimetta dopo questo processo è probabilmente l’unica via d’uscita perché dopo questo assurdo e decisamente ‘illegale’ verdetto questo sistema possa salvare la faccia.
Per non parlare poi dell’ovvio – e criminoso – fatto che il caso costruito contro Colin Duffy e Brian Shivers sfuggisse completamente al più basilare principio di giurisprudenza poliziesca, negando agli imputati un processo davanti ad una giuria di loro pari. Il verdetto di ‘Justice’ Hart rivolta completamente proprio quel principio che da molti è considerato come la pietra angolare del sistema di giustizia penale inglese. Ovvero, il diritto alla presunzione di innocenza fino a quando la colpevolezza non sia provata oltre ogni ragionevole dubbio.
Fondamentale per questa presunzione è il fatto che, da persona innocente, un imputato in un processo ‘penale’ non è costretto a salire sul banco dei testimoni e ad esporsi alle manipolazioni di un avvocato dell’accusa estremamente abile ed esperto. Piuttosto, due gruppi di ‘esperti’ espongono e contestano i fatti e le accuse così da assicurare l’equità e nessuna influenza negativa nel caso l’imputato rifiuti di testimoniare.
Tuttavia, nel mondo secondo ‘justice’ Hart, lui è stato lasciato libero di insinuare che il rifiuto di Colin Duffy di salire sul banco dei testimoni indicasse ‘un forte sospetto che Duffy sapesse dell’attentato alla base militare di Massereene’. Perché un giudice esperto dovrebbe lanciarsi in una tale dichiarazione? Anche se si prendesse in considerazione che il DNA di Duffy sia effettivamente stato lasciato nell’auto e non inserito successivamente, ricordiamo che le tracce di DNA sono state trovare dopo, non durante i rilevamenti della polizia sulla scena del crimine: perché questo dovrebbe significare un coinvolgimento nell’attentato di Massereene?
E perché quel DNA non potrebbe essere stato trasferito in uno degli altri 101 modi provati ma mai presi in considerazione?
Aggiungendo che il DNA non può essere datato, come può ‘justice’ Hart essere certo che il DNA di Colin Duffy sia ‘apparso’ dopo che l’auto era stata acquistata, due settimane prima dell’attacco?
A minare ulteriormente la padronanza di ‘justice’ Hart dei principi di giustizia penale è il fatto, rivelato durante il processo, che le tracce di DNA rilevate sono state numerose – inclusa una appartenente ad un membro della squadra della polizia scientifica. Il sospetto ricade dunque anche su ognuna di queste persone, finché non decideranno se testimoniare in tribunale? Ovviamente una tale affermazione sarebbe vergognosa, ma è esattamente ciò che ‘justice’ Hart sta sostenendo. Quindi, se siete meccanici che hanno messo mano a quella macchina vi consiglio di rivolgervi al più presto ad un avvocato.
Nel caso di Brian Shivers, i commenti di ‘justice’ Hart sono ancor più bizzarri. Secondo il verdetto che ha pronunciato, le tracce di DNA rilevate su tre fiammiferi trovati sull’auto e su quella che è ritenuta la scena dell’incendio e ricondotte a Brian Shivers, combinate con un alibi ‘non convincente’, lo hanno portato a concludere che Brian Shivers sia colpevole per tutti i capi d’accusa. Questo ignora opportunamente il precetto giuridico per cui una prova ritrovata su un oggetto mobile non può essere ritenuta decisiva, perché la storia degli oggetti e dei loro possessori non può essere precisamente determinata – innocente fino a prova contraria!
Anche se a ‘justice’ Hart può essere concesso il beneficio del dubbio – sempre un’impresa rischiosa quando si ha a che fare con fatti reali – quale prova o informazione ha ‘justice’ Hart che gli permetta di concludere che i fiammiferi non siano stati impiantati, o da qualcuno che voleva vedere un Repubblicano in prigione o addirittura da chi ha commesso l’attentato per creare un ‘falso’ processo? E anche se uno decidesse di concedere in ogni caso il beneficio del dubbio, che cosa nelle prove fornite indica che Brian Shivers avesse in qualunque modo ‘propositi comuni’ a quelli di chi ha commesso l’attentato? Se Brian Shivers avesse ammesso nella sua testimonianza di essere stato pagato per bruciare un’auto allo scopo di ottenere un indennizzo assicurativo sarebbe stato accusato di frode piuttosto che di omicidio?
In breve, ‘justice’ Hart non solo ha rivoltato completamente i più basilari principi di giustizia penale, ma ha anche creato un preoccupante precedente che senza dubbio verrà sfruttato dal RUC (PSNI, ndr) e dai suoi collaboratori quando si troveranno a valutare se sabotare o meno le prove – come è stato provato per il caso di Sean Hoey – soprattutto se si tratta di prove particolarmente nebulose come le tracce di DNA.
Accogliamo con piacere la notizia che il team legale di Brian Shivers abbia annunciato l’intenzione di ricorrere in appello. Questo permetterebbe agli organi di supervisione dell’applicazione della giustizia penale e dei diritti umani di sottoporre ad una perizia questo verdetto e di classificarlo per quello che è: un esempio della fragilità della condizione umana quando è lasciata sola a decidere su questioni di vita o di morte. Forse è per questo che qualcuno crede in un Dio.

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