ESCLUSIVA. GERARD HODGINS, HUNGER STRIKER NEL MAZE

2 Parte – HUNGER STRIKE 1981

(Traduzione a cura di Elena Chiorino)

F.B. Sei stato un hunger striker e un Blanket Man, e durante la protesta hai vissuto vestito solo di una coperta. Puoi spiegarci il simbolismo dietro il rifiuto di indossare l’uniforme carceraria o gli ‘indumenti carcerari in stile di abiti civili’?

G.H. Ci siamo sempre considerati soldati politicamente motivati, combattevamo per la libertà dell’Irlanda e non ricavavamo alcun profitto dalla lotta per la nostra causa.
Gli Inglesi decisero nel 1976 che i soldati dell’IRA e dell’INLA non avrebbero più goduto, in carcere, dello status di prigionieri politici di guerra, ma che anzi sarebbero stati trattati come criminali comuni e quindi obbligati ad indossare le uniformi carcerarie.
La nostra identità di Volontari Repubblicani irlandesi era sotto attacco, lo erano la nostra storica lotta per la sovranità e l’indipendenza e la nostra integrità di esseri umani. Ci rifiutammo di indossare qualunque uniforme da criminali e combattemmo contro il sistema carcerario per i successivi sei anni per ribadire i nostri diritti. Sono stati tempi difficili della lotta carceraria, e ci trovammo a fronteggiare violenze e brutalità da parte dei secondini.
La storia irlandese repubblicana è costellata di commoventi racconti di lotte carcerarie e di sacrifici di uomini e donne ordinari in situazioni che di ordinario non avevano nulla. Nel corso del ventesimo secolo sono stati ventidue i prigionieri Repubblicani a morire in sciopero della fame in prigioni inglesi e irlandesi, in cui le condizioni per la nostra gente sono sempre state indegne; ma la repressione non ha ottenuto altro risultato che renderci ancor più coraggiosi e determinati a combattere e a non arrenderci.

F.B. Hai iniziato il tuo sciopero della fame il 14 settembre (1981, N.d.T.) fino a quando non ne è stata dichiarata la fine. Qual era la tua paura più grande? Eri certo che saresti andato incontro alla morte, come i tuoi dieci compagni?

G.H. Paradossalmente, non era paura ciò che tormentava la mia mente. Anzi, provai una sorta di sollievo quando il mio nome venne inserito sulla lista di coloro che avrebbero aderito allo sciopero della fame; fu dura starmene fermo ad attendere il mio turno, mi sentivo uno spettatore che rimaneva impotente a guardare i propri amici morire. Quando iniziai, smisi di essere uno spettatore.

F.B. Nel 2008 è stato pubblicato il libro di Richard O’Rawe, Blanket Men. Nel libro si sostiene che il 5 luglio 1981 il governo britannico avesse avanzato offerte sostanziali per porre fine allo sciopero della fame. Secondo ciò che afferma O’Rawe, quattro delle cinque richieste sarebbero state così soddisfatte. Bik McFarlane e la leadership dello Sinn Féin hanno negato queste accuse. Qual è la tua posizione su questa questione? Eri al corrente dei negoziati con gli inglesi, in quel momento?

G.H. Le rivelazioni sulle trattative clandestine fra Gerry Adams e gli inglesi sono un argomento che richiederebbe di essere trattato con maggior franchezza e profondità; ma si tratta di un segreto strettamente protetto di cui né Adams né gli inglesi sembrano avere molta intenzione di discutere. Per risponderti senza ambiguità, no: non sapevo di questi colloqui durante lo sciopero della fame, e nessuno degli hunger strikers venne informato sull’estensione delle offerte britanniche. Le notizie si diffusero soltanto all’interno di una ristrettissima cerchia di persone; essenzialmente, Adams condusse l’hunger strike per giovare al suo personale obiettivo politico, e questo è reso indiscutibilmente palese non solo dal fatto che abbia rifiutato l’offerta del 5 luglio, ma anche che abbia evitato di informare gli hunger strikers del contenuto dei suoi colloqui con gli inglesi e della natura delle loro offerte.

F.B. Nel 1972 Sean McStiofain, ex chief-of-staff dell’IRA, sospese il suo sciopero della fame su pressione dell’IRA. Si crede che la leadership non fosse in favore dello sciopero della fame all’epoca, ma se l’Army Council avesse ordinato direttamente di sospendere lo sciopero, l’avresti fatto?

G.H. L’Army Council ci ordinò di interrompere lo sciopero della fame il 3 ottobre 1981. Obbedimmo. Perché avremmo dovuto disobbedire all’Army Council, l’autorità suprema dell’IRA?

F.B. La tua astinenza dal cibo, insieme a quella di cinque tuoi compagni, si concluse con la sospensione dell’hunger strike il 3 ottobre 1981. Prima di questo, però, le famiglie di cinque altri uomini avevano interrotto lo sciopero dei loro cari. Qual era la mentalità della tua famiglia all’epoca, erano pronti a fermare il tuo sciopero? Come pensi avresti reagito nell’ipotetico scenario di un intervento della tua famiglia?

G.H. Gli interventi delle famiglie rappresentavano un ostacolo per l’efficacia dello sciopero della fame, ed erano qualcosa su cui non avevamo potere o effettivo controllo. Avevamo avvertito le nostre famiglie di non volere che autorizzassero interventi medici se fossimo entrati in coma, avevamo spiegato loro le nostre ragioni e le nostre motivazioni, e chiedemmo loro di assicurarci che avrebbero rispettato il nostro volere, ma è ovviamente una prova durissima per una famiglia vedere un figlio o un marito morire lentamente di fame.
Fu un periodo tragico della nostra storia, e mise le famiglie in una posizione impossibile. Fino alla fine, in noi persistette un’incrollabile volontà di andare avanti a combattere: non volevamo interrompere lo sciopero e, per risolvere il problema degli interventi delle famiglie, suggerii al nostro O.C. di organizzare matrimoni di convenienza con altre Volontarie dell’IRA, in modo che, diventando il membro della famiglia a noi più vicino, fosse loro la responsabilità di autorizzare interventi medici o di rispettare la volontà che avevamo espresso apertamente.

F.B. Ogni hunger striker sopravvissuto ha sofferto o ancora soffre di problemi di salute a causa dello sciopero della fame. Puoi descrivere quali disturbi o difficoltà ha provocato a te?

G.H. Il 1981 è un anno che non finisce mai; nella mia mente è ancora ieri. Ogni tanto questo mi crea problemi, ma li affronto a modo mio.

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